RASSEGNA STAMPA

6 MARZO 2002
PIETRO GRECO
America batte Europa 3 a 1

Gli Stati Uniti investono somme sempre maggiori nella scienza. Nell'Unione Europea mancano sia i fondi che un coordinamento

Il 3% del Pil e un centro pensante fanno della ricerca d'oltre oceano un caposaldo per la rifondazione della propria leadership

Nell'Unione la scienza sarebbe il settore naturale per promuovere una nuova fase

dell'integrazione dei 15 paesi

Aumentare ancora gi investimenti dell'8,3%, portandoli a 1l1,8 miliardi di dollari.  Nei giorni scorsi Geor­ge W. Bush ha proposto al Congresso degli Stati Uniti di accelerare ancora e di toccare, con l'anno fiscale 2003, un nuovo record assoluto nella spesa federale in ricerca scien­tifica e sviluppo tecnologico.  La proposta di budget per la scienza a stelle e strisce da parte dell'Amministrazione americana è espansiva, ma anche molto selettiva.  Preve­de un aumento sostanziale degli investimenti in due soli grandi settori: la difesa e la salute.  Infatti il Dipartimento della Difesa vedrà aumentare il suo budget per la ricerca di 5,4 miliardi di dollari (+ 10,9%) e i Natio­nal Institutes of Health, il centro di coordi­namento nazionale della ricerca biomedica, vedrà aumentare il proprio budget di 3,9 miliardi di dollari (+ 17,4%).  Con questo nuovo aumento il governo degli Stati Uniti mantiene la promessa annunciata dalla pre­cedente Amministrazione Clinton: raddoppiare in cinque anni, dal 1998 al 2003, gli investimenti in ricerca sulla salute umana. Il prossimo anno la spesa pubblica degli Stati Uniti in ricerca biomedica raggiunge­rà infatti i 27,7 miliardi di dollari, pari a circa 32 miliardi di euro, ovvero oltre

60.000 miliardi delle nostre vecchie lire.  Nel 1998, pur essendo già la più generosa del mondo, superava di poco i 13 miliardi di dollari.  Tutti gli altri settori segnano il pas­so e anzi vedranno limata complessivamen­te dello 0,4% la loro possibilità di spesa.

I motivi di queste scelte sono chiari e coe­renti.  L'Amministrazione Bush intende ri­fondare la leadership americana sulla forza militare operativa e sulla competitività tec­nologica.  La prima delle due intenzioni, quella relativa alla forza militare, è una svol­ta radicale rispetto alla politica di Clinton.  La spesa in ricerca militare, dopo un decen­nio di declino, era già stata rafforzata dopo l'11 settembre, ma non è nata in seguito all'attentato alle Torri Gemelle e al Pentago­no. E l'impegno di spesa, infatti, riguarda la dotazione di nuovi sistemi d'arma per l'eser­cito e la marina.  In declino sono invece gli investimenti nel «Ballistic Missile Defence Organisation», ovvero nel tentativo di realizzare il famoso scudo antimissile.

La seconda intenzione, quella relativa allo sviluppo della biomedicina, è in perfetta continuità con la politica della precedente Amministrazione.  Anche se, in seguito ai fatti dell'11 settembre, verranno finanziati con particolare vigore le ricerche per allesti­re difese contro il bioterrorisrno che, come si sa, sono soprattutto difese di carattere biomedico.

Questi due settori (difesa e salute) assorbo­no i due terzi della imponente spesa pubbli­ca americana in ricerca scientifica e svilup­po tecnologico e l'intero incremento propo­sto da Bush.  Molto più simmetrica è la spesa per tipologia di ricerca.  L'Amministrazione Bush intende incrementare gli investi­menti sia nella ricerca di base (+ 8,5%), sia nella ricerca applicata (+ 9,2%) che nello sviluppo industriale (+ 8,9%).  Rilanciando, in pratica, l'ormai antico e consolidato mo­dello americano capace come nessun altro al mondo di favorire lo sviluppo di nuove conoscenze e di trasferire velocemente il «know how» al sistema produttivo per svi­luppare nuove tecnologie e una rinnovata competitività di mercato.

Insomma, da almeno 60 anni gli Stati Uniti «credono» nella scienza e, Presidente dopo Presidente, ribadiscono la loro funzione propulsiva - sia culturale che eco­nomica - della ricerca scientifica.  Finanzian­dola di conseguenza.  Gli investimenti in ricerca e sviluppo pubblici e privati negli Usa sfiorano, ormai, il 3% del PIL (prodot­to interno lordo).  E, soprattutto, rispondo­no a indirizzi coerenti elaborati da un cen­tro «pensante», Il centro «pensante» dello sviluppo culturale, economico e militare de­gli Stati Uniti è, contrariamente a quanto molti credono e in barba a ogni ipotesi di «stato debole», un centro pubblico: sono infatti l'Amministrazione e il Congresso a elaborare le strategie di sviluppo scientifico e tecnologico del paese.

Molto diversamente vanno le cose nell'Unione europea (Ue), va sostenendo in questi stessi giorni il Commissario alla ricer­ca Philippe Busquin.  Non solo la spesa com­plessiva dei 15 paesi Ue è decisamente infe­riore a quella Usa: 1,9% del PIL, un punto percentuale in meno rispetto all'intensità di spesa americana. Ma è quasi del tutto priva di coerenza e omogeneità.

In America il centro (lo Stato federale) ero­ga direttamente il 50% della spesa comples­siva e ha un indiscusso potere di indirizzo sul resto. In Europa il centro (la Commissio­ne UE) eroga meno del 5% della spesa com­plessiva e ha un potere di indirizzo quasi nullo.  Bruxelles investe in ricerca scientifica appena lo 0,1% della ricchezza prodotta ogni anno dall'Unione, contro l'1,5% di Washington.

La capacità di indirizzo politico di Bruxelles in campo scientifico non può essere comparata; neppure lontanamente, con quella di Washington.  E, infatti, finora l'Unione europea si è limitata a finanziare direttamente progetti limitati, soprattutto di natura applicativa.  La politica della ricerca scientifica in Europa, pertanto, è nella quasi totale disponibili­tà di quindici diversi stati nazionali,  che la gestiscono con una «gelosia» che ha pochi riscontri, ormai, in altri settori.  Il risultato complessivo, al di là della bontà delle singo­le scelte dei quindici, è una ricerca senza strategia.

Certo, la minore quantità di fondi e la scarso coordinamento centrale non impediscono ai ricercatori eu­ropei di raggiungere l'eccellenza assoluta in molti settori della ricerca di base.  Una caratteristica da conservare, questa sì, gelosamen­te. L'eccellenza nella ricerca fondamentale assicura un alto profilo culturale ed è la pre-condizione per l'eccellenza nella scien­za applicata e, soprattutto, nella innovazio­ne tecnologica, in quanto è fonte di creatività.

L'eccellenza nella scienza di base, inoltre, non ha bisogno - se non in alcuni specifici settori - di una strategia centralizzata. Per il semplice motivo che le idee quasi mai si producono a comando.  Le nuove idee na­scono, in genere, in modo imprevedibile, anche se, quasi sempre, in ambienti stimo­lanti.  L'Europa (molto meno l'Italia) offre molti ambienti stimolanti, anche se scarsa­mente coordinati tra loro.

I pochi fondi a disposizione e la scarsa coor­dinazione impediscono alla ricerca europea di raggiungere obiettivi strategici (sia culturali che economici) nell'ambito della scien­za applicata e dello sviluppo tecnologico.  La mancanza di una «mente» e di meccanismi di coordinamento transnazionali concorro­no, infatti, a bloccare il trasferimento del know how dai centri di ricerca ai centri produttivi. E' anche per questo che la com­petitività europea nel campo delle nuove tecnologie non regge il passo con quella americana.  Anzi, come dice qualcuno, è per

questo che l'Europa rischia di diventare una colonia tecnologica degli Stati Uniti.  Malgrado l'eccellenza assoluta della sua cultura scientifica.

Tutti gli indicatori con cui gli esperti valuta­no la qualità della ricerca applicata e dello sviluppo tecnologico vede l'Europa sistematicamente dietro gli Stati Uniti. I ricercatori europei, che pure producono cultura scien­tifica come e più degli americani, conseguo­no molti meno brevetti dei ricercatori ame­ricani.  E il sistema industriale europeo pro­duce meno alta tecnologia che non il siste­ma produttivo americano.  Negli Stati Uniti, per esempio, è nata, e si va affermando una nuova figura di ricercatore, lo scienzia­to imprenditore, che in Europa ancora non si vede.  Questo nuovo tipo di scienziato persegue, nel medesimo tempo, l'obiettivo di ottenere nuova conoscenza e di ottenere profitto economico da questa conoscenza.  La pratica genera qualche problema nel modo di produrre e di comunicare la conoscen­za scientifica.  Ma risulta molto efficace nel modo di produrre innovazione.

In definitiva, il sistema americano di pro­durre conoscenza scientifica è diretto da una mente centrale e generosa, di natura pubblica, che coordina e stimola lo svilup­po della ricerca scientifica privata.

Il sistema europeo, invece, è policentrico, un po' avaro (molto avaro in Italia) e non coordina né stimola la ricerca privata.  Che, lì dove esiste (non in Italia) non persegue obiettivi strategici.

La nuova accelerazione che l'Amministra­zione Bush ha voluto dare alla ricerca pub­blica americana, attraverso un dibattito con il Congresso che è molto acceso sulla tattica ma unitario sulla strategia, è, quindi, un motivo ulteriore per iniziare ad ascoltare il Commissario europeo Philippe Busquin e cominciare a creare «lo spazio europeo del­la ricerca».  D'altra parte dopo l'esordio del­l'euro e la creazione della moneta unica, la scienza è il settore naturale per promuovere una nuova fase di integrazione dei quindici paesi deIl'Unione.  Non si tratta solo e non si tratta tanto di aumentare in modo consi­derevole la quantità di risorse che Bruxelles può investire nella ricerca scientifica comu­nitaria. E non si tratta neppure, solamente, di creare sistemi di ricerca federata euro­pea, come, per esempio, questi «U.  S. Natio­nal Institutes of Health» che negli Stati Uniti organizzano la ricerca in ambito biomedi­co (anche se degli «U.  E. National Institutes of Health» sarebbero fortemente auspicabili). Si tratta anche e soprattutto di creare a Bruxelles quel centro pensante pubblico che da tempo opera a Washington.

Una scienza comune europea favorirebbe l'integrazione culturale tra i paesi membri dell'Unione (nel rispetto della diversità) in attesa di quella politica e, in ogni caso, contribuirebbe a dimostrare che l'anima euro­pea non è solo e non è principalmente mo­netaria.  L'integrazione europea in ambito scientifico sarebbe estremamente facile, per­ché la comunità scientifica è internazionale per attitudine e vocazione.  Ha una lingua comune l'inglese).  E una consuetudine già consolidata.  D'altra parte la creazione di un centro «pensante» potrebbe contribuire ad aumentare la competitività europea nei set­tori economici strategici, in primo luogo in quelli dell'alta tecnologia.

Purtroppo, mentre negli Stati Uniti, il Con­gresso e l'amministrazione litigano fieramente per la gestione dello «spazio americano della ricerca», in Europa pochi, a parte Philippe Busquin, pensano che lo «spazio europeo della ricerca» meriti una sia pur minima attenzione.
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Cultura-Impresa scientifica