![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MARZO 2002 |
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Anticipiamo un brano tratto da "La psicoanalisi nella
comunità scientifica", dove Laplanche affronta una tra le questioni che
più gli stanno a cuore. Gli altri saggi di quest'ultimo volume sono centrati su
quella che egli chiama la "situazione antropologica fondamentale
dell'essere umano", ovvero la dissimmetria tra l'adulto in possesso di un
inconscio sessuale e il neonato che ancora non lo ha sviluppato
Da quasi
mezzo secolo Jean Laplanche occupa ad altissimo livello la scena
psicoanalitica francese e internazionale. Ai tempi del suo tirocinio filosofico
alla Scuola Normale Superiore si era legato in special modo a Jean Hippolite,
a Gaston Bachelard e a Maurice Merleau-Ponty, e già in quel periodo
giovanile aveva cominciato a interessarsi a Freud e alla psicoanalisi,
rinforzando questi suoi studi durante uno stage di un anno a Harvard, sotto la
guida di Rudolph Loewenstein, per poi cominciare, nel `47, la sua analisi con
Jacques Lacan. Pur impegnandosi nel movimento di sinistra "Socialisme ou
Barbarie" insieme a Cornelius Castoriadis e Claude Leffort, nel 1959
terminava gli studi medici discutendo una tesi apprezzata da Michel Foucault,
che sarebbe stata pubblicata nel 1961 con il titolo HÖlderlin e la questione
del padre (Roma, 1992). Il suo contributo allo sviluppo della psicoanalisi può
essere esaminato seguendo tre filoni principali: la rielaborazione rigorosa dei
concetti psicoanalitici freudiani, l'insegnamento universitario, e il suo
lavoro alla edizione delle opere complete di Freud in francese. Alcune tappe
particolarmente significative, poi, segnano l'impegno scientifico di Laplanche,
a partire, per esempio, dall'intervento al Colloquio di Bonneval del 1960,
insieme con Serge Leclaire, titolato L'inconscio. Uno studio psicoanalitico
(Parma,1980), nel quale si dimostra che è possibile muovere da una eredità
teorica consolidata senza restarne prigionieri. In effetti, viene delineata una
concezione dell'inconscio per la quale esso non è strutturato come il
linguaggio, al modo di Lacan, ma è esso stesso condizione per il linguaggio. In
questo testo sono poi anticipate alcune delle tesi più interessanti della sua
ricerca posteriore: la rimozione originaria, la costituzione dell'inconscio e
il suo realismo.
Tra il 1962
e il 1967 prende forma il frutto della magnifica collaborazione tra Laplanche e
Jean-Bertrand Pontalis con l'uscita del saggio Fantasma originario, fantasmi
delle origini, origini del fantasma (Bologna, 1988) diventato presto un
classico tradotto in molte lingue, cui si aggiunge quel repertorio
indispensabile che è l'edizione dell'Enciclopedia della psicoanalisi (Roma-Bari
,1968). Nel 1970, sulla base di alcune conferenze tenute in Canada, prende
forma la sua prima importante riflessione sulla metapsicologia. In Vita e morte
nella psicoanalisi (Roma-Bari, 1968 ) Laplanche individua nel fuorviamento
biologizzante della sessualità in Freud lo spazio per un ripensamento originale
della teoria della seduzione: che non verrà ricusata, ma generalizzata,
utilizzando e valorizzando in modo nuovo alcuni spunti di Sandor Ferenczi sul
trauma. Tutto ciò confluirà e sarà rielaborato nelle opere Elementi per una
metapsicologia (Roma, 1991) e Nuovi fondamenti per la psicoanalisi (Roma,
1989).
Accanto a
una notevole attività pubblicistica Laplanche si è distinto per un lungo
insegnamento universitario. Chiamato nel 1962 da Daniel Lagache alla Sorbona,
ha poi proseguito all'Università di Paris VII fino al 1992, e di questo impegno
sono testimonianza preziosa la rivista da lui diretta "Psychanalyse à
l'Université" e i volumi di Problematiche (Roma-Bari 2000-2002), che
costituiscono una fertile officina psicoanalitica. Ottenere che la psicoanalisi
conquistasse un riconoscimento in ambito scientifico era una operazione tutt'altro
che semplice: a Laplanche riuscì sulla base del fatto che della psicoanalisi si
può parlare in quanto è oggetto di enunciati comunicabili, provabili,
discutibili e anche falsificabili. Ciò non significa, naturalmente, che per
Laplanche si possano formare psicoanalisti clinici attraverso l'insegnamento
universitario della teoria psicoanalitica; anzi, il suo scetticismo investe
persino la questione della analisi didattica. Se c'è poi un insegnamento
nucleare in Laplanche, questo è racchiuso nel rifiuto di ogni dogmatismo
autoritario.
Nel 1988, ha inizio l'avventura della traduzione francese delle Opere complete di Freud, un lavoro che secondo quanto disse lo stesso Laplanche ebbe l'effetto di agguantarlo con più forza alla vita. Tradurre assumeva il significato di far ulteriormente `lavorare' Freud; è una pratica che si condensa in una interrogazione generale sui testi che costruiscono l'"apparato psichico". In fondo, la traduzione diviene un modello della pulsione, una guida del pensiero che, tornando a Freud, vuole spingersi oltre. La vera traduzione - scrive Laplanche - è trasparente, non copre l'originale, non gli fa ombra, ma lascia cadere tanto più interamente sull'originale, come rafforzata dal suo proprio mezzo, la luce del puro linguaggio. La pulsione a tradurre Freud è per Laplanche insita nel primissimo modello freudiano di funzionamento psichico: nel passaggio dalla percezione ai segni di questa, all'inconscio, al preconscio e alla coscienza, si susseguono trascrizioni su un calco traduttivo. Il transito da un sistema all'altro è una nuova iscrizione in base a un codice eterogeneo rispetto a quello che lo precede. La rimozione, il mantenimento nell'inconscio non è nient'altro che il fallimento, l'intoppo, il rifiuto della traduzione, anche se ogni versione resta necessariamente l'altra faccia della rimozione. Nel famoso saggio Interpretare [con