![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 MARZO 2002 |
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L'intellettuale francese
parla del suo umanesimo mediterraneo nel comune più povero d'Italia
E’ possibile rovesciare la memoria della
povertà per fame una grande ricchezza?
Si può con determinazione optare per nessun risultato immediato fino a
fare di tanto disinteresse un punto di partenza forte per innescare rinascita
ed anche la rinascita economica? E’ la scommessa di Nardodipace, in non luogo,
assoluto, radicale. Un'esistenza
dichiarata ufficialmente impossibile.
Un'utopia piantata al centro delle Serre, gli Appennini che innervano la
parte della Calabria che sì stende tra Aspromonte e Sila.
Nardodipace nel 1951 venne cancellato da una pioggia
furiosa. Gli esperti dell'epoca, forti
dei calcoli di tecnica e scienza, implorarono in coro: «Per carità: non lo
ricostruite. E’ impossibile. Sarebbe
fatica sprecata». L'Istat un anno sì e
uno no (l'ultima volta nel 1999) ricorda impietosa che questo è il fanalino dì
coda: il paese più povero d'Italia.
Eppure Nardodipace c'è, esiste.
Ci sono i suoi mille e seicento abitanti, ci sono le ragazze e i ragazzi
che affollano le strade di pietra, interamente ricostruite e rifatte tra queste
cime nel cuore del Mediterraneo.
«Utopia Nardodipace» - il progetto del Comune
elaborato insieme a Kami-Fabbrica di idee, una società di progettazione
strategica e comunicazione integrata che punta tutto sulla creatività ed ha
lavorato per i più diversi committenti, dall'Alfa Romeo, a Fendi, a Biagiotti,
da Elle U multimedia, ai Ds - assume questa povertà radicale, la trasforma in
forza e la ripropone come occasione di ripensamento della memoria e delle
radici per trasmutare il paese più povero d'Italia in luogo ideale e polo
stabile di un viaggio verso il futuro.
Per dire che nella pretesa di «un non luogo che sì
propone come luogo del mondo e dell'incontro tra culture diverse», come chiede
il sindaco di Nardodipace Antonio De Masi, c'è molto realismo, domenica scorsa
s'é arrampicato fin quassù un intellettuale dì fama europea e mondiale. Edgard Morin. Ha discusso della complessità mediterranea col critico israeliano
Amnon Berzel e l'antropologo Luigi Lombardi Satriani.
Nella sala di Nardodipace - altra testimonianza
dell'impossibile - si sono stipati oltre due-cento cittadini di Nardodipace,
giovani ma non solo, che non hanno perduto una parola dell'incanto del
«dialetto mediterraneo» una mescolanza di italiano, francese e spagnolo -
usato da Morin come una lingua antica e sperimentata capace di semplificare il
complesso e demistificare l'equivoco della semplicità.
Morin è ritornato sui punti cardine della sua
elaborazione ricostruendo rapidamente la storia del Mediterraneo come storia
di complessi dovuta alla «consistenza e al conflitto di dati e fatti
incompatibili». In questo mare è nata
la ragione e s'è scatenata la follia umana.
Si sono mescolati razze, religioni, costumi. Crisi, diversità, conflitti sono stati altrettante occasioni di
rigenerazione. Il Mediterraneo metafora della maternità serve a ricordare
proprio la possibilità rigeneratrice, la rinascita. Proprio perché le culture che si affacciano su questo mare sono
state tanto diverse e antagoniste è possibile selezionare il meglio e metterlo
dal Mediterraneo a servizio del mondo. Per Morin questo meglio è nel concetto
di universalità: «La cosa principale è il mare che unisce e non quello che
separa». Partendo da qui una critica
serrata alle culture quantitative del Nord che oggi presentano incapaci di trovare una via d'uscita alla crisi
dell'uomo e delle società.
Quindi quel che oggi serve alla nostra civiltà non è
un pensiero sul Sud «ma il pensiero del Sud come pensiero aperto, non chiuso,
che può integrare». L'idea centrale del
mondo del Nord, quella della saggezza, è ormai saltata. «Non c'è più il tempo
della riflessione e della meditazione», da quelle parti. I ritmi non lo consentono.
L'attivismo permanente sulle cose materiali è
all'origine di una crisi che deve spingerci a ritrovare la qualità. Qui l'innesto della suggestiva proposta del
filosofo: un neoumanesimo fragile, della modestia: «Nel Nord tanto sviluppato
tecnicamente e materialmente c'è un sottosviluppo umano perché si sono smarrite
tutte le antiche solidarietà e questo ha provocato la solitudine delle persone». Non può essere questo lo sviluppo che si
immagina. «Non c'è più la capacità dì vedere la complessità ed i politici
sono costretti a schiacciarsi sull'immediato ormai privi di una visione del
futuro». E’ l'ora dell'utopia, rilancia Morin. Non quella nefasta che punta
alla perfezione. Ma dell'Utopia
«possibile: è possibile la pace nel mondo, è possibile dar da mangiare a tutti
gli abitanti. Abbiamo tutte le
possibilità tecniche per farlo, per vivere in un mondo meno crudele, un mondo
più umano e comprensivo».
Bisogna rigettare il paradosso secondo cui «questa
possibilità è impossibile».
L'alternativa è un umanesimo mediterraneo. «Non un umanesimo della dominazione della natura che fa dell'uomo il re del mondo e del cosmo». Quello avverte Morin «è un umanesimo distruttivo. Quando l'uomo ha voluto dominare totalmente il pianeta è arrivato il disastro ecologico. Oggi bisogna puntare a un umanesimo della modestia, della fragilità umaná, della finitezza dell'uomo ma che sia finalmente al servizio di tutti gli umani senza differenze di sesso, di razza e di religione».