![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 MARZO 2002 |
|
La filosofia di Kierkegaard letta da Virgilio Melchiorre al
Sancarlino
L'hanno definito "il Socrate del Nord" . E mai appellativo fu più azzeccato se si considera che Sören Kierkegaard (1813-1855), nato a Copenaghen, ha rappresentato per il pensiero filosofico e religioso dell'Occidente una sorta di "spina nel fianco", analogamente all'insegnamento del filosofo greco che fu ritenuto troppo scomodo per le credenze e i valori tradizionali della polis. Non è un caso che Kierkegaard abbia dedicato proprio all'indiscusso maestro di Platone la sua dissertazione per la tesi di laurea, "Sul concetto dell'ironia con particolare riguardo a Socrate" (1841) e che per tutta la vita abbia continuato a tributargli la sua ammirazione in quanto unico modello d'ispirazione riconosciuto e riconducibile, seppure sotto una prospettiva di segno radicalmente diverso, ad una rivoluzione in campo umanistico. Sì, perché il celebre autore di "Aut Aut", "Il concetto dell'angoscia", "Timore e tremore", "Diario di un seduttore", da molti considerato il fondatore dell'esistenzialismo contemporaneo, non rinuncia mai a quel sotteso umorismo che l'accompagna nella meditazione della propria fragilità esistenziale e nella consapevolezza che l'ottimismo razionalistico (che egli criticò strenuamente nella forma del panlogismo hegeliano) non basta a sconfiggere l'enigma dell'individuo, il problema paradossale della sua essenza, che si ripropone al di là delle pseudo oggettive certezze della scienza. Il ritratto di un "autore della decisione", di uno spirito tragico e appassionato, ma che non s'arrende di fronte al dato opaco dell'esistente ed è costantemente proteso a ricreare l'unità perduta di finito ed infinito, è stato al centro della riflessione di Virgilio Melchiorre, presidente della Società italiana per gli studi kierkegaardiani e docente di Filosofia teoretica all'Università Cattolica di Milano (ed autore di numerose opere tra cui i "Saggi su Kirkegaard" del 1998 nell'editrice Marietti), che è intervenuto al teatro Sancarlino per la quarta ed ultima delle "Lezioni di filosofia. La personalità e il metodo" promosse dall'Assessorato alla cultura della Provincia e dalla Cooperativa cattolico-democratica di cultura e coordinate da Matteo Perrini. "Kierkegaard ritiene che i giochi della speculazione non possano placare la drammaticità della vita e dell'uomo. Lo spirito è una relazione finito-infinito, che rapportandosi a se stessa come capacità di autocoscienza, si rivolge ad altro, ossia all'infinito che ha costituito lo stesso rapporto" ha osservato lo studioso. Alla filosofia dell'et et di Hegel, Kierkegaard oppone dunque la filosofia dell'aut aut , che implica una scelta decisiva in relazione all'assoluto e che soltanto può far uscire dal tunnel della disperazione. "Una disperazione - rileva il prof. Melchiorre - che nasce sia dall'abbandono al misticismo sia dall'intraprendere una vita estetica o estetizzante, incarnata nella figura del Don Giovanni mozartiano". Il seduttore rappresenta emblematicamente la ricerca del piacere immediato, il tentativo di soffocare nel godimento dell'attimo l'angoscia esistenziale, che però riaffiora nell'instabile equilibrio determinato dall'oscillare fra l'irrequietezza e la noia. Un'ulteriore alternativa è offerta dalla "vita etica", che si realizza nella continuità di un'esistenza dedicata ai doveri, al lavoro, alla famiglia, costituendo un soggetto morale e razionale, ma ugualmente assediata dal dubbio e turbata da una vena d'inquietudine. Una condizione che può essere superata soltanto attraverso un "salto", ossia una scelta radicale di vita, "che implica non un atto intellettuale, bensì un abbandono, una dedizione a questa radice cui siamo costantemente richiamati". "La vita religiosa - afferma Melchiorre - è riassuntiva di tutti gli stadi precedenti: non ha perso la freschezza del primo e neppure la ricerca dell'equilibrio del secondo. Per Kirkegaard, Dio non è un postulato, ma il fatto che l'esistente postula Dio è una necessità" . Il cristianesimo, il vero antidoto col quale il filosofo contrasta il sistema hegeliano, non si lascia ridurre ad oggetto di elaborazione astratta o teoretica. È un paradosso, uno scandalo, di cui è simbolo Abramo che s'accinge a sacrificare il figlio Isacco, senza chiedere ragione del comando divino e rinnegando ogni legame etico. Scelta singolare e personalissima, dunque, che con un tratto di estrema attualità ci è suggerita dal grande filosofo danese, il quale invita ad abbandonarsi ad una fede infinita quanto immotivata irrazionalmente, ma che sola è in grado di riscattare l'uomo dall'incertezza del dubbio e dalle catene del limite.