RASSEGNA STAMPA

3 MARZO 2002
TULLIO GREGORY
Il Rinascimento come problema

I saggi di Ciliberto sugli studi storiografici del '900 e sui loro legami con ideologia e politica

Immagini del Cinquecento a confronto, dal marxismo alle attuali visioni in chiaroscuro

Un panorama assai va­riegato degli studi ita­liani sul Rinascimento - e anzitutto sul «proble­ma del Rinascimento» - è offerto dal volume di Michele Ciliberto (Figure in chiaro scuro.  Filosofia e storiogra­fia nel Novecento) comparso recentemente nella «Raccolta di studi e testi» delle Edizioni di Storia e Letteratura.  Si ri­percorrono alcuni momenti non marginali del lavoro sto­riografico nel nostro Paese lungo la seconda metà del No­vecento, non senza un saggio di notevole rilievo su «Balbo e Romagnosi interpreti del Ri­nascimento»: qui è messo in luce - per la prima volta nel suo contesto storico e nella sua originalità - un impor­tante saggio del Romagnosi sul Risorgimento dell'incivili­mento italiano del 1832, «uno dei contributi più originali, fe­condi, moderni a una rinnova­ta interpretazione del Medioe­vo e del Rinascimento».

Al volumi e fa da prologo un bilancio storiografico che investe - al di là degli studi sul Rinascimento - un nodo di problemi divenuto centrale nel dibattito filosofico fra il 1948 e i primi anni Sessanta, approfondendo quella che ­secondo Ciliberto è una caratteristica costante della filosofia e della cultura italiana del Novecento «concordi nell'individuare nel nesso tra fi­losofia, storiografia, politica il "punto di vista" decisivo».  Assumono dunque significa­to particolare le pagine dedi­cate al dibattito sullo storicismo nel secondo dopoguerra, quando si carica di forti valenze ideologiche e politiche per la decisiva presenza di interlocutori legati al marxi­smo e al Pci.

Lo storicismo, nelle sue va­rie forme, divenne allora il «terreno privilegiato di media­zione tra storiografia (anche filosofica, s'intende) e politica, in modo particolare nel­l'ambito della cultura di sini­stra sia di ispirazione generi­camente laica che di ispira­zione marxista».  In quegli an­ni, avvertiva Cesare Luporini, filosofo marxista impe­gnato di persona nel Partito comunista, «lo storicismo appariva l'unica interpretazione del marxismo perfettamente adeguata e corrispondente al­la politica del partito, alla sua linea strategica».

In questo contesto si collo­cava il saggio di Nicola Badaloni su Il marxismo come storicismo che provocava su «Rinascita» un ampio dibattito: vi interveniva significativa­mente Alicata, che aveva un ruolo determinante nella poli­tica culturale del partito; con molta durezza invitava a di­stinguere tra le varie forme di storicismo diffuse nella cultu­ra italiana, criticando diretta­mente la tendenza a «confon­dere lo storicismo marxista, attraverso la mediazione del cosiddetto storicismo assolu­to, con una sorta di storici­smo di sinistra»: «Il marxi­smo - sottolineava Alicata - è in primo luogo materialismo e scienza».

Il dibattito, al quale inter­vennero molti uomini di cultu­ra impegnati a sinistra, e fra gli altri Della Volpe e Colletti con scritti assai acuti, as­sunse tale importanza da es­sere poi raccolto in volume (F. Cassano, Marxismo e filosofia in Italia. 1958-1971, Bari, 1973). E' un dibattito

nel quale si incrociarono sot­tigliezze e dogmatismi, «orto­dossie» ed «eresie», destinate a perdere di lì a poco ogni significato, nella crisi che coinvolse la cultura marxista alla fine degli anni Sessanta.  A questa tematica ci ricondu­ce anche la precisa analisi dell'ideologia storiografica di Gramsci (Rinascita e riforma nei quaderni di Gramsci, del 1991), benevola ricostruzione di una prospettiva politico-fi­losofica che ebbe larga fortu­na, com'è noto, nella cultura marxista, e anche fuori di es­sa, per una moda che presto manifesterà tutti i suoi limiti.

Andrà subito detto che la filologia di Ciliberto non ce­de mai all'ideologia., di qui l'interesse dei suoi studi non solo su alcune fondamentali tappe del pensiero storiografi­co italiano ed europeo, ma in particolare sul «problema del Rinascimento», dopo la gran­de stagione di studi rinascimentali di Hans Baron ed Eu­genio Garin.  Ciliberto mette in rilievo come ogni schema storiografico che voglia ricon­durre a unità esperienze culturali radicalmente diverse abbia ormai ceduto il passo a una visione articolata e complessa di quel grande fenomeno che sta alle origini dell'età moderna: «E' con difficoltà che autori come Machiavelli e Cardano, Pomponazzi e Bruno oppure Campanella possono essere ricondotti nell'alveo della tra­dizione e dell'ideologia uma­nistica.  Bruno, ad esempio, sottopone l'antropocentrismo umanistico di matrice tradizio­nale a una critica radicale, si­tuando fino in fondo l'uomo nell'esperienza dell'infinità; ma discorso analogo, sia pure da altri punti di vista, si po­trebbe fare per molti degli autori costitutivi del "canone" ri­nascimentale».

Così pure andrà ridimensionata la moda ermetica, cioè l'ampia e diffusa omologazione, di forme di pensiero diverse sotto l'etichetta e l'influenza della tradizione ermetica, la quale certo ebbe notevole importanza e significato (come fra i primi sottolineò Euge­nio Garin) ma non può pretendere di inglobare esperienze culturali di varia e diversa origine. «E' venuto ormai il momento - nota Ciliberto - di ripensare dalle fondamenta questo approccio a comincia­re dalle discussioni sui rap­porti tra ermetismo e rivolu­zione scientifica, le quali, co­me oggi appare chiaro, non si sono dimostrate particolar­mente feconde dal punto di vista degli effettivi risultati critici.  Né questo sorprende, del resto, trattandosi di due fenomeni strutturalmente imparagonabili».

Se compito dello storico è di disarticolare quadri troppo equilibrati e coerenti, le pro­spettive aperte dalla recente storiografia e qui tipercorse da Michele Ciliberto vanno certamente in questo senso: oggi, studiare il Rinascimen­to, «significa in primo luogo mettere a fuoco la ricchezza e la pluralità dei modelli cultu­rali che agiscono nella cultura rinascimentale, proiettandosi verso un mondo moderno op­pure ripiegandosi su se stessi.  E a questo proposito è suffi­ciente pensare, tra l'altro, al principio del "vincolo" quale base del "vivere civile", rap­porto tra governante e gover­nati; ai caratteri qualitativi della scienza rinascimentale, di cui è espressione conse­guente il primato assegnato all'operare magico; alla teoria e alla pratica della vita civile impegnate sul tema della ma­schera, della dissimulazione, da Alberti a Sarpi, da Campa­nella a Bruno; ai modelli let­terari e artistici basati sul rap­porto organico tra "figurazio­ne" e "scrittura"; alle filoso­fie della storia impegnate sul concetto di "vicissitudine" di cui "rinascita" e "decadenza" sono momenti costitutivi; ai progetti di "riforma interio­re", fino alla riflessione di carattere schiettamente "autobiografico"».

In questa prospettiva com­plessa si pongono gli altri studi del volume, che si con­clude con una serie di ricer­che sulla filosofia di Gentile e di Croce: dove in particolare sono da segnalare due sag­gi su Filosofia e autobiogra­fia in Croce e Malattia/sani­tà.  Momenti della filosofia di Croce fra le due guerre che portano contributi non marginali alla migliore intelligenza del pensiero del filo­sofo napoletano in tutta la sua dinamica vitalità.
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vedi anche
Storia della filosofia