![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 MARZO 2002 |
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"La mattina del 28 settembre 1999 ero a Città del Messico, e avevo da poco incominciato a scrivere questo libro; a un certo punto, il mondo esterno ha battuto un colpo: la stanza ha incominciato a tremare". Maurizio Ferraris sa avvincere il lettore: fin dalla prima pagina, il suo nuovo libro ("Il mondo esterno", Bompiani, Milano 2001, pagg. 210, € 16,53), annunzia una di quelle avventure che sembrano talvolta darsi anche nel mondo delle Idee, e più raramente ancora, nella vita dei filosofi. Non è qui il Colpo di pistola dell'Assoluto, ma poco ci manca: è il Mondo Esterno che batte alla porta nella forma di un terremoto - un classico coup de théâtre metafisico - buono a risvegliare dal suo sonno dogmatico la Filosofia Trascendentale in tutte le sue varianti. La più diffusa, in chiave più germanica o più spiritosa, più ermeneutica o più decostruzionistica, dice che "sotto gli esseri che incontriamo nel mondo si cela un Essere più fondamentale, che li rende possibili, determinandoli attraverso schemi concettuali (ossia, in concreto, con i libri che abbiamo letto e con il linguaggio che parliamo)". "A lungo ho creduto che fosse così - scrive l'autore - poi sono caduto in perplessità". Dobbiamo essere grati al talento narrativo di Ferraris se un'articolata argomentazione contro l'aspetto più noioso e tronfio dell'eredità heideggeriana - la tesi che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni - si presenta dapprima sotto forma di un terremoto letterale nell'essere, quello visibile e solido di una stanza di lavoro all'altro capo del mondo. Un evento brusco e sgradevole, con cui il mondo smentisce brutalmente l'idea che nessuna cosa sia dove la parola manca: alla buon'ora. E insieme un terremoto della coscienza, o una bella metafora (forse un ultimo beffardo omaggio agli antichi maestri?) per suggerire che qualcosa di importante avviene in questo libro. Ecco, il lettore è avvinto. Se ci somiglia, quando chiuderà il libro sarà anche convinto, o quasi. Certo lo sarà della pars destruens, che spara dritto al cuore della filosofia trascendentale, al padre Kant. Delineando con chiarezza quello che resta forse l'acquisto meno contestabile di tutto il libro: l'erroneità della dissoluzione kantiana del mondo della vita o dell'esperienza sensibile in un caos di materiali da costruzione della "vera" realtà, ovvero quella della scienza, paradigmaticamente la fisica. L'esperienza quotidiana non assomiglia né a una rapsodia di sensazioni né al mondo incolore delle onde e delle particelle, e non è perché sappiamo che la terra gira intorno al sole che le nostre abitudini quotidiane diventano meno tolemaiche. Il mondo della vita si comporta in questo come le illusioni percettive autentiche: è "inemendabile". Questo, che Ferraris chiama dell'estetica, è un fecondo campo di ricerca. L'intuizione della sua autonomia rispetto agli schemi concettuali, della sua ricca organizzazione strutturale e contenutistica risale ai primi fenomenologi, oltre che agli psicologi della Gestalt, iniziatori di quegli studi di "fisica ingenua" il cui maggior erede è oggi il nostro Paolo Bozzi, al quale del resto il libro è dedicato. Alla constatazione Ferraris aggiunge la spiegazione, mutuata dall'approccio ecologico di Gibson alla percezione visiva: la realtà dell'esperienza quotidiana è quella di un ambiente, e le nostre percezioni debbono permetterci di viverci, non di verificare le teorie della scienza. Bene: e qui passiamo alla pars costruens. Il mondo della vita non è la base della scienza: ma non è certamente neppure solo l'ambiente della nostra specie. Perché ciò che vi incontriamo, la solida realtà, non l'incontriamo solo noi: anche il verme, l'edera, incontrano la ciabatta su cui si arrampicano. E perfino l'altra ciabatta, scagliata contro la prima. L'umorismo mestamente piemontese di Ferraris è, diversamente da quello pirandelliano, sentimento della realtà, non del contrario. Il mondo esterno è la realtà, e come tale ha tutto il diritto di pretendere l'attenzione del filosofo, di diventare propriamente l'oggetto della sua ontologia. L'umile e rugosa ontologia di Ferraris non può che suscitare l'entusiasmo del fenomenologo, cultore del rigore e del candore di tutto il sentire. Ma appena ci apprestiamo a seguirlo su questo terreno, alcune perplessità ci assalgono. Come è possibile dissociare del tutto la realtà del mondo dalle verità della conoscenza che ne cerchiamo? E come fa un'epistemologia, lo studio delle opinioni giustificate e vere, a disinteressarsi del tutto di un'ontologia, lo studio di ciò che le rende vere? Non sarà un caso che Husserl si sia fermato quasi una vita intera a spiegarci che la ciabatta è una cosa reale, trascendente tutte le percezioni che ne abbiamo, e non riducibile alla parte di questa sua realtà che è accessibile alla scienza. Che anche la scienza di quella parte di ciabatta, fisica o chimica più che ciabattologia, ben si occupa di realtà, e sennò in che senso pretenderebbe alla verità delle sue teorie? Che non per questo la struttura fisica della ciabatta deve rimpiazzare nel cuore dell'ontologo l'intero-ciabatta, o la ciabatta intera, questo tanto confortevole ambiente del mio piede. A differenza di Wittgenstein e - forse - di Ferraris il fenomenologo crede che un'enunciato ovvio come "ho due mani" enunci pur sempre una verità, per quanto poco interessante. È un realista davvero troppo ingenuo?