![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 MARZO 2002 |
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Come estendere i valori della democrazia nel mondo: parla Veca
"L'Occidente non può pretendere di esportare le sue tradizioni
politiche sic et simpliciter"
"L'idea di una giustizia planetaria non è una patetica
utopia, come sostiene Toni Negri nel suo "Impero""
Occorre
globalizzare i diritti, si sente dire sempre più spesso. Ma pensieri e azioni
si scontrano con la durezza dei fatti. "Le possibili realtà di istituzioni
sovranazionali della giurisdizione penso siano l'unica via da perseguire. Sono
uno dei pochi strumenti con i quali costruire passo dopo passo una dimensione
globale dell'esercizio della giustizia penale in un mondo in cui sembra che il
globale debba essere solo l'economia", propone Salvatore Veca, che al
tema delle giustizia ha dedicato gran parte della sua riflessione.
Ora escono
dieci lezioni, l'ultima delle quali scritta a caldo dopo i fatti dell'11 settembre,
in cui il filosofo tenta di tracciare una teoria della giustizia senza
frontiere nell'epoca della globalizzazione. La bellezza e gli oppressi
(Feltrinelli, pagine 180, 13). Il titolo, mutuato da una frase di Albert Camus,
sta a indicare i due poli dell'utopia possibile e delle dure condizioni che la
globalizzazione impone. Nel testo l'autore discute le idee universaliste
rawlsiane del diritto dei popoli e quelle habermasiane della galassia
post-nazionale e dell'inclusione dell'altro.
"Con
Habermas e Rawls - dice Veca - ho la stessa idea di cosa perseguire come
scopo. Ma credo vi siano difficoltà nelle risposte che loro danno, perché mi
sembrano bloccate dal fatto di derivare da una particolare vicenda, che è
quella, diciamo, occidentale". Due le grandi obiezioni: una del
"realismo politico", "che ci dice che non possiamo estendere dei
criteri dall'interno all'esterno dell'arena planetaria". L'altra, di tipo
"comunitario", insegna "che i criteri che adottiamo valgono solo
entro contesti limitati".
Professore,
date queste premesse, quali sono le sfide alla globalizzazione dei diritti?
"L'espressione
può essere intesa in più modi: da un lato giustizia retributiva, dei tribunali
per intenderci. Dall'altro, i diritti umani fondamentali. Questo secondo modo
non sempre corrisponde ai problemi di giustizia correttiva, ma per esempio a
quelli di giustizia distributiva, sociale. L'orizzonte è, quindi molto ampio.
Direi che uno degli effetti tra i tanti dei processi di globalizzazione è che,
mentre opportunità, ricchezza, reddito vanno in giro per il mondo, i diritti
restano inchiodati alle costellazioni nazionali o, comunque, alle comunità
politiche chiuse da confini".
Le
organizzazioni internazionali appaiono in crisi. Perché?
"Dall'Onu,
al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale, fino al Wto, sono tutte
istituzioni modellate dalla logica della fine della Seconda guerra mondiale o
della Guerra fredda. Il mondo è così mutato che la crisi appare ovvia. Io,
contrariamente ad altri, penso però che occorra riformarle, piuttosto che
arrendersi. E ciò mette al primo posto dell'agenda il loro ridisegno, incluso
il problema della giustizia penale".
Il processo
Milosevic è un fatto inedito, dopo Norimberga. Quali prospettive vede in questo
campo della difesa dei diritti?
"Nella
prospettiva del filosofo, non del politico, credo che, sia pur passibili di
critiche, i progetti e le possibili realtà di istituzioni sovranazionali della
giurisdizione siano l'unica via da perseguire. Sono uno dei pochi strumenti con
i quali costruire passo dopo passo una dimensione globale dell'esercizio della
giustizia penale in un mondo in cui sembra che il globale debba essere solo
l'economia. In questo sono d'accordo con Antonio Cassese, che dice: è vero ci
sono tensioni tra diritto penale e diritto penale internazionale, ma ex iniuria
ius oritur. Dobbiamo poter costruire un diritto anche dall'ingiustizia".
Passiamo al
versante distributivo. Anche qui lei propone una nuova visione. Come?
"Anzitutto
cerco di smontare le obiezioni di chi pensa che l'idea di giustizia globale sia
una patetica utopia, di chi, invece, pensa sia inevitabile o di chi, come
Michael Hardt e Toni Negri in Impero, sostiene che non ci sia bisogno di
una teoria della giustizia perché le leggi del movimento della storia
porteranno alle contraddizioni del capitalismo mondiale. Tra le idee che uso
c'è quella di sviluppo umano come libertà. La riformulo in dialogo con Amartya
Sen. Per me è centrale, perché abbiamo bisogno di un criterio valutativo per
capire chi è oppresso e chi no. E l'idea di sviluppo umano non è dipendente da
certi contesti, modelli o stili di vita: reddito e così via. Essa ci dice,
invece, che gamma di possibilità di scelta le persone hanno. Allora lo star
bene a Milano o in Ecuador o Zaire viene valutato nei diversi contesti a
seconda della capacità di essere più o meno padrone delle circostanze della
vita che si hanno, a seconda della propria idea di cosa è una vita migliore.
Infine, in una prospettiva senza frontiere, e in questo i no global sono molto
globalisti, c'è il grande problema della giustizia commutativa, di equità negli
scambi. È il problema del Wto".
Come giudica
il movimento di Seattle, Genova, Porto Alegre?
"Lasciando
da parte quelli che spaccano le vetrine, la galassia del no global è un sacco
di cose diverse. Tuttavia sono convinto che ci sia un dato che dovrebbe colpire
gli osservatori: siamo davanti a movimenti collettivi che, diversamente da
quelli a cui siamo abituati, non chiedono diritti per sé, quanto per altri. E
ciò dipende dalle trasformazioni che alcuni processi di globalizzazione hanno
prodotto sulla politica entro la dimensione nazionale. Che poi le richieste
siano soddisfacibili o coerenti è altra questione. Però che sia presente una
cultura - per quanto complicata, spesso confusa e contraddittoria - che
denuncia il lato oscuro della globalizzazione, mi sembra esser un segno dei
tempi che favorisce la prospettiva di esplorare il possibile politico".
Veniamo
all'11 settembre. Si è parlato spesso del fatto che occorra
"esportare" la nostra concezione dei diritti anche ai Paesi islamici.
Cosa ne pensa?
"Noi
occidentali non dovremmo, in partenza, presupporre o richiedere che le nostre
forme e stili di vita, strutture di convivenza, istituzioni politiche debbano
essere condivise in quanto tali o modellare altre forme di tradizione, perché
vi possa essere confronto e non scontro con altri - in questo caso quelli che
chiamo "altri esotici", ad esempio l'islam in tutta la sua varietà.
Sarebbe una forma di revival kantiano nel senso della pace perpetua. Ad essa,
diceva Kant, non possiamo arrivare, se non otteniamo prima che tutte le
costituzioni di tutte le comunità politiche siano repubblicane. Io penso di no.
Non possiamo pretendere che ciò che per noi è il meglio debba valere anche per
altri. La convergenza non è da pretendere prima, ma da esplorare con il
confronto".
Invece è in
atto lo scontro. Lei critica la ripresa delle idee di Huntington. Perché?
"Dagli attentati in avanti appare che ci sono sì frammenti, gruppi dell'islam che hanno scatenato l'attacco alla potenza occidentale. Ma anche che uno degli scopi del male è stato quello di aprire uno scontro intraciviltà. Una delle poste in gioco di questa spaventosa faccenda mi sembra sia uno scontro interno ai Paesi arabi o islamici. Un gioco di potere nel quale, ed è terribile, gli oppressi vengono usati".