RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 2002
GIANCARLO BOSETTI
[Merton scienza bizzarra

Quando gli indiani d'America, che ora si chiamano «nativi», della tribù degli Hopi organizzavano le cerimonie note come danza della pioggia lo facevano nella convinzione che quel rituale serviva a far piovere.  Il rito aveva dunque una «funzione manifesta».  Ma anche una «funzione latente»: attraverso quelle danze si consolidava la coesione del gruppo, che sarebbe stato più forte e capace di procurarsi i mezzi per la sopravvivenza.  Così il cristiano che va a messa in parrocchia lo fa per onorare un sacramento, per pregare, per sentirsi più vicino a Gesù o per incontrare la ragazza e molte altre ragioni (funzioni manifeste) che ha in mente, ma quel rito ha l'effetto di rafforzare nel tempo i vincoli di una comunità, di farla sentire più solidale e responsabile (funzioni latenti).  Questa distinzione è una delle celebri idee di Robert King Merton, il grande patriarca della sociologia americana e mondiale, scomparso all'età di 93 anni.  La sua carriera si è svolta dal 1941 in poi alla Columbia University di cui era e resta una delle maggiori glorie.

Con la sua vastissima attività (si vedano le 1200 pagine di Teoria e struttura sociale) ha sviluppato l'indagine sociologica verso una direzione speculativa (la critica del funzionalismo «puro» del suo maestro Talcott Parsons), verso la comunicazione di massa (insieme a Patti Lazarsfeld con il quale ha lungamente operato in coppia) e verso la sociologia della conoscenza e della scienza.  La recente pubblicazione italiana (una primizia esclusiva, frutto delle pressioni di due redattrici del Mulino, Laura Xella e Giovanna Movia) di Viaggi e avventure della Serendipity, un manoscritto che Merton aveva tenuto nel cassetto dal 1958, conferma che questa celebrity americana del pensiero sociale sapeva combinare l'importanza e il peso delle sue ricerche con un certo divertimento nella caccia alle idee, alla loro storia e alle immagini che potessero fissarle nella mente.

La sua caccia preferita era nell'ambito delle conseguenze impreviste delle azioni umane, un territorio sconfinato come le praterie degli indiani con le loro danze della pioggia, un territorio che proprio lui ha aperto al nostro sguardo, sicuramente stimolato in origine dalle «azioni non logiche» di Vilfredo Pareto e dalla luce che per primo l'italiano gettò sullo scarto tra quel che intendiamo fare e quel che effettivamente produciamo con il nostro fare: un oceano di effetti inintenzionali, alcuni perversi, alcuni benigni, alcuni medi.  Oggi il territorio lavorato da Merton non è più un arcano come appariva agli inizi, la scienza sociale lo ha percorso in lungo e in largo, da Boudon a Hirschman a Elster, un po' come l'astronomia ha ridisegnato le mappe celesti dopo la scoperta galileiana che il sole e la luna si muovono.

Il suo cannocchiale Merton se l'è costruito nel distacco dal maestro, Parsons, e dal funzionalismo a partire dalla constatazione che non sempre l'ordine sociale ha una funzione positiva, talvolta può esser fonte di disagi malessere, esplosioni, anche se in apparenza tutti i pezzi del sistema sembrano al loro posto e rispondono agli imperativi funzionari dell'adattamento economico, del perseguimento degli scopi politici, del mantenimento delle strutture culturali e valoriali, dell'integrazione ad opera delle istituzioni giuridiche statali.  Da questa visione della società, imperante nella sociologia fino agli anni Sessanta, Merton si distacca, dicendo di no all'«unità funzionale» del tutto, perché non tutte le società sono ugualmente integrate, e poi le stesse azioni possono avere valenze contraddittorie; e vediamo oltretutto spesso sopravvivere forme sociali del passano che non hanno più alcuna funzione significativa. Il funzionalismo appariva una visione «congelante» della Società e della divisione dei «ruoli» proprio mentre urgevano richieste di cambiamento: il '68.

E' evidente come lo schema dei ragionamento di Merton rompa con l'aspetto conservatore -vero o presunto che sia - del funzionalismo: la società americana, per esempio, ha un carattere fortemente competitivo e attribuisce una enorme importanza al successo economico, ma è proprio questo suo ordine a produrre tensioni e anomie che comportano la possibilità, ordinaria, che un elevato numero di individui compiano azioni delinquenziali.  Il crimine può essere, secondo Merton, non solo la conseguenza di una scarsa socializzazione, ma all'opposto l'effetto di un modo di essere della società.  A Merton piaceva - tratto modernissimo - una grande «prudenza» teorica; alle teorie onnicomprensive e di lungo raggio preferiva quelle «di medio raggio», no alle eccessive generalizzazioni, sì alle indagini sul campo e a una sapiente applicazione ai dati statistici.

Certo su alcuni fenomeni che caratterizzano la vita e l'agire umano ha impresso il suo marchio inconfondibile: prima di tutto, le «profezie che si autoadempiono», le self-fulfilling prophecies che sono una variante del «teorema di Thomas».

Spiegazione: il teorema attribuito a William Thomas (sociologo morto nel '47) sostiene che se un individuo percepisce una circostanza come reale si comporterà come se essa fosse reale anche se non lo è. La variante di Merton: se tanti individui prevedono un fatto sociale e si comportano di conseguenza quel fatto sociale si realizza adempiendo alla profezia.  Esempio: se tanta gente si comincia a convincere che una certa banca è insolvibile quella banca andrà effettivamente in rovina.  Se un esercito si convince che la battaglia è persa, è persa. Altro esempio: se tutti si convincono che le azioni di quella società domani avranno un valore triplo di oggi, quelle azioni si pagheranno il triplo.  Se è una bolla speculativa lo si saprà un po' di tempo dopo, ma intanto il valore, incassato o perso, era triplo, ed era reale.  Che cosa di più reale, spiega sempre George Soros, del prezzo che il mercato è disposto a pagare?

E poi la «teoria dei gruppi di riferimento», in base alla quale gli individui valutano la propria situazione confrontandola con quella del contesto sociale al quale guardano, che può essere la società, il sistema culturale, il gruppo, l'unità psicologica (la Noelle-Neumann ne ricaverà la teoria della spirale del silenzio: ciascuno tende ad allinearsi agli altri attraverso una specie di mini-istituto demoscopico che tutti hanno in testa).  Bisogna ancora ricordare gli studi di Merton sugli effetti sociali dei massmedia e la loro «disfunzione narcotizzante», i processi di burocratizzazione e superconformismo che affliggono le grandi organizzazioni.  E certo non dimentichiamo la serendipity, il nome escogitato da Horace Wallpole (che lo trasse da una favola) nel 1754 per descrivere un progresso inatteso della conoscenza, frutto di sagacia, ma accidentale, quel processo per cui tante volte nella scienza si perseguiva un risultato e se ne ricavò un altro a sorpresa, magari più importante.  Buscar el levante para el ponente: e scoprire invece l'America. O rovesciare un vasetto per sbaglio e scoprire la penicillina.

Sono le pagine dove Merton probabilmente si divertiva di più.  Come quelle in cui racconta l'«effetto di San Matteo», altra storia di cui inseguì tutte le tracce, a cominciare dal misteriosamente poco cristiano detto evangelico (per l'appunto in Matteo, 13,12 e 25,29): «A chi ha, verrà dato, e sarà nell'abbondanza: ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha», Merton lo applicò alla scienza: gli scienziati eminenti ottengono un credito sproporzionatamente grande per i loro contributi alla scienza, mentre coloro che sono relativamente sconosciuti ottengono un credito sproporzionatamente piccolo. La tesi era il frutto non di una vaga intuizione ma di una indagine condotta sui premi Nobel. A chi se ne disperasse Merton regala il «fenomeno della quarantunesima sedia» che affligge anche i grandi: quaranta erano i seggi dell'Académie française destinati agli immortali.  Il posto di escluso, il destino di quarantunesimo è toccato a Cartesio, Pascal, Molière, Bayle, Rousseau, Saint-Simon, Diderot, Stendahl, Flaubert, Zola e Proust. A eterna consolazione -spiegava Merton - di tutti noi.
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