![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 FEBBRAIO 2002 |
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In un libro
di Roberto Esposito una lettura biopolitica dei conflitti nel corpo sociale
Sono
molte le metafore attraverso cui pensare il «corpo sociale», e tutte queste
metafore vengono dalla medicina che le ha elaborate per capire come funziona il
nostro corpo. Possiamo a esempio
immaginare che lo Stato sia una grande macchina (la macchina statale) all'interno
della quale leggi e istituzioni hanno il valore
di strumenti intesi al suo funzionamento.
Oppure possiamo figurarcelo come un organismo, che in quanto tale è
soggetto a un principio di autoregolazione interna. Qui semmai c'è da chiedersi se questo organismo è governato da
un centro che è equivalente del sistema nervoso centrale oppure se si tratta
di una struttura molecolare in cui le cellule sono autonomamente predisposte
alla vita del tutto. Insomma: che cos'è il corpo (il nostro corpo così come il
corpo sociale)?
Anzitutto,
una realtà minacciata di distruzione.
Questo, infatti, sembra proprio del corpo: che tutte le parti che lo
compongono lavorano alla sua conservazione perennemente a rischio. La potenza del negativo preme sul
corpo. Sia dall'esterno sia dall'interno. Non meno massiccio e pericoloso dell'urto
che viene da fuori è l'assalto degli agenti patogeni e parassitari, per non
parlare dell'azione corrosiva del tempo.
Accade al corpo sociale quel che accade al nostro corpo. Perciò le lotte intestine, le sedizioni, le
varie forme di turbolenza possono avere effetti altrettanto gravi di una
guerra. Allora dovremo chiederci: come
se ne difende il corpo sociale?
E' questa
la domanda intorno a cui Roberto Esposito costruisce il suo nuovo libro in
uscita da Einaudi, libro che prosegue il lavoro di scavo teorico avviato con
il precedente Communitas (sempre di Einaudi) e che si presenta come un
contributo di grande rilievo non solo per la filosofia politica ma per la
filosofia tout court. Immunitas. Protezione e negazione della vita, (Torino, Einaudi, pp. 212, euro
15), questo è il titolo: a sottolineare un'evidente continuità teorica tra i
due lavori e nello stesso tempo indicando il concetto-chiave dell'opera.
Non a
caso si tratta di una categoria mutuata dalle scienze bio-mediche. In questione è come il corpo attivi le sue
strategie difensive nei confronti delle insidie che lo minacciano. E che portano malattia e morte. Cioè, sul piano politico, una progressiva
e irreversibile disgregazione della società, del corpo sociale. Donde la domanda sulla politica intesa nel
senso di cura e salvaguardia del corpo. O la domanda sul corpo in quanto
oggetto e soggetto della politica.
Come
il corpo provveda alla propria difesa, lo sappiamo. Producendo anticorpi.
Immunizzandosi. E siccome quel
che fa il nostro corpo lo fa il corpo sociale, la categoria dell'immunità (da
intendersi non solo e non tanto come una prerogativa ma come un facoltà, la
facoltà di immunizzarsi, appunto immunitas) viene posta al centro della riflessione
sull'agire politico. Il cui dinamismo
naturalmente deve essere cercato nell'allestimento di dispositivi in grado di
assorbire i conflitti e convertirli in agenti di sviluppo, ma ancor prima nella
dialettica in forza della quale il corpo trasforma gli agenti patogeni in
agenti salutari. Dialettica immunitaria,
per l'appunto.
E
qui la domanda suona: ciò di cui stiamo parlando, la società, la comunità, è
qualcosa di indivisibile o, come suggerisce Esposito, qualcosa di
«infinitamente plurale»? E quindi: in
che rapporto sta la società con ciò che essa non riconosce come proprio e anzi teme come estraneo a sé, come
straniero che può invaderla e sconvolgerla?
Quale la condotta da tenere, quale la migliore politica? Se pensiamo la società in termini di
identità e di appartenenza, la figura che la rappresenta nel modo più adeguato
è, come ci ha insegnato Hobbes, il corpo del sovrano. Ossia l'incarnazione del principio di
sovranità, per cui è il sovrano che dà o toglie il diritto alla vita a seconda
che riconosca il singolo come membro del corpo sociale - che è come dire membro
del suo stesso corpo. In questo caso il
corpo si immunizza includendo l'agente patogeno al solo scopo di provocare
un'azione di rigetto. L'ombra dei
progrom, della caccia alle streghe, della sistematica negazione dell'altro,
farà notare Foucault, si stende lunga e cupa, fino ai campi di sterminio dei nostri
giorni.
Se
invece pensiamo la società in termini di differenza, ossia come realtà in
continua trasformazione, che non è mai quella che è, perché al contrario è
quella che diviene o che viene costituendosi sulla base dell'accoglienza al suo
interno di coloro che arrivano da fuori, allora la figura che ne esprime
l'essenza è quella della persona
giuridica, persona che ha diritti e doveri, persona che è definita da una sfera
di intangibile autonomia e libertà. E ben diversa apparirà la logica e anzi la dialettica
immunitaria. Essa non agisce per salvaguardare
l'identità della comunità, ma semmai per renderla capace di ricomporre i propri
assetti su una linea d'orizzonte in continua espansione. Lo straniero è incluso non per essere
escluso o ghettizzato, diciamo pure incistato alla stregua di una scheggia
nella carne intorno a cui il corpo emette un siero protettivo; è incluso non
come soggetto che non ha alcun diritto (neppure quello della vita), ma come
«grande stimolante» (per dirla con Nietzsche), nel senso che stimola la
produzione di quegli anticorpi che aiutano a vivere non già ripiegati su se
stessi e sui presunti valori che identificherebbero un popolo storico, ma all'aperto
e liberamente esposti al vento della storia.
Così il disegno che. Esposito aveva abbozzato con Communitas trova in Immunitas il suo compimento. Già nel
libro sull'origine e sul destino della comunità, la comunità era definita non
in rapporto a ciò che essa è (in forza della tradizione, dell'appartenenza, dell'identità)
ma in rapporto a ciò che essa non è (e tuttavia può essere di volta in volta). Potremmo dire: la comunità allora era
definita in rapporto al suo «non», se non addirittura in rapporto al suo
nulla, e quindi in rapporto al suo poter essere altrimenti e alla sua capacità
di aprirsi alla dimensione del possibile.
Ora il dispiegamento della dialettica immunitaria ci fa capire come la
cosa più difficile, l'accoglienza dello straniero, non sia un semplice auspicio
di anime belle o una forma di cattiva coscienza, perché al contrario appare inscritta
nella natura biologica del nostro vivere insieme.
Ciò è tanto più carico di conseguenze in un'epoca in cui si è fatto evidente che la politica ha per oggetto non tanto la salvaguardia di questa o quella forma di vita associata (e tantomeno di questa forma contro quella forma!), ma la salvaguardia della vita in quanto tale, la salvaguardia del vivente. Se la politica oggi diventa biopolitica, è bensì necessario decostruire il dominio che il potere esercita sul vivente attraverso il principio di sovranità (lo ha fatto magistralmente Foucault). Ma è altresi fondamentale ricordare che il vivente è tale in forza di un principio di segno opposto, ossia la libertà (e qui va reso merito a Jean-Luc Nancy e alla sua idea, sviluppata in modo originale da Esposito, di comunità formata da individui che sono persone). Questo libro sa guardare l'uno e l'altro volto della politica: quello tremendamente equivoco, che ci fa schiavi, e quello positivo, che ci fa liberi, o quantomeno ci immunizza da qualsiasi tentazione autoritaria. Perciò il suo contributo alla riflessione filosofico-politica è tanto prezioso.