![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 FEBBRAIO 2002 |
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Gli scritti di un filosofo lontano da Croce e gentile
Parlando di
lui nel 1932 Adriano Tilgher non esitava: "È il migliore scrittore di
filosofia che abbia oggi l´Italia". Un giudizio molto lusinghiero, forse
esagerato. Probabilmente polemico contro Croce e Gentile che allora
dominavano la scena. Ma non privo di fondamento. Giuseppe Rensi scrive
davvero in uno stile avvincente, di cui il tempo trascorso non ha per nulla
intaccato lo smalto. Eppure di questo eretico raffinato e geniale a lungo esule nella "Lugano bella"
ed esponente eccelso di "quell´altra filosofia italiana" fatta da
solitari scomodi o ribelli come Martinetti, Michelstaedter e lo stesso
Tilgher non rimarrebbe che il pallido
ricordo se non fosse per la riedizione adelphiana di alcuni suoi scritti e per
le cure che da anni gli dedica Nicola Emery, autore della monografia canonica
(Lo sguardo di Sisifo. Giuseppe Rensi e la via italiana alla filosofia della
crisi, Marzorati) e ora di un nuovo studio con una rappresentativa antologia di
testi e della critica: Giuseppe Rensi. L´eloquenza del nichilismo (Seam, pagg.
266, euro 18,07).
Si è soliti
articolare la speculazione rensiana in una prima fase segnata da un misticismo
ancora idealistico, una seconda di profondo scetticismo e una terza in cui
affiora la ricerca mistica del "divino in me". Emery mostra invece
l´ininterrotta coerenza dell´opera rensiana, vedendo in essa un
"controcanto notturno" alternativo all´ottimismo neoidealistico. Un
controcanto che riprende di continuo un semplice e inesorabile pensiero: la
vita non solo oscilla perennemente tra il dolore e la noia, come vogliono Leopardi
e Schopenhauer, ma è in sé "disarmonia, dissimmetria, squilibrio",
cioè teatro di opposizioni e lacerazioni prive di conciliazione.
La vita,
insomma, non è bella. E dunque la religione, la morale, l´amore, il lavoro non
sono ambiti in cui lo spirito si dispieghi fino a ritrovare se stesso e la sua
unità, bensì frammenti adialettici di una realtà senza redenzione. Stazioni di
una lunga e inevitabile via crucis: quella del nichilismo. Opere come Le
antinomie dello spirito, Lineamenti di filosofia scettica, La filosofia
dell´assurdo declinano con lucidità questo motivo. Anche l´uscita dalle
antinomie della vita che Rensi configura sul piano etico-politico nel saggio su
La democrazia diretta si rivela alla fine solo apparente. Perché a fronte della
fiducia inizialmente riposta nella sovranità popolare e nell´universalismo
egualitario, si fa strada una convinzione radicalmente scettica: gli uomini
sono meno uguali di quello che dicono e molto più di quello che pensano.
Affonda qui le sue radici il crudo realismo politico di cui si alimentano nei primi anni Venti opere quali La filosofia dell´autorità, Principì di politica impopolare, Teoria e pratica della reazione politica, tutte improntate a una disincantata rassegnazione al principio hobbesiano secondo cui non veritas, sed auctoritas facit legem. Rensi raggiungerà il culmine del pessimismo quando, senza alcun riverenziale timore, rovescerà la celebre sentenza hegeliana: "Ciò che è reale è irrazionale, e ciò che è razionale è irreale". Questa è come egli stesso dirà "la mia rivolta metafisica contro il reale", ovvero la coerente conclusione del suo radicale scetticismo.