![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 FEBBRAIO 2002 |
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Sono pochissimi gli studi disponibili in italiano sul pensiero ebraico medievale. Se si esclude la traduzione del bel saggio di Colette Sirat (edito da Paideia nel 1990), il resto si riduce a contributi specialistici apparsi su riviste o in qualche capitolo nelle storie della filosofia. Anche i testi sono sostanzialmente sconosciuti, e quello che è considerato il capolavoro della speculazione ebraica, ovvero La guida dei perplessi di Maimonide (scritta alla fine del XII secolo), si può leggere, a tutt'oggi, in una traduzione ottocentesca incompleta, ricavata da quella francese di Salomon Munk. Si capirà dunque con quale gioia si saluta la recente traduzione italiana (con testo critico) dell'epitome ebraica dell'opera di Shelomoh ibn Gabirol Meqor hayyîm ( La fonte della vita , dell'XI secolo) a cura di Roberto Gatti per Il Melangolo di Genova. Ma, ancor più, quella gioia invocata andrebbe spesa per un libro di Mauro Zonta: La filosofia ebraica medievale (Laterza, pagine 304, euro 24,50), con stralci di testi mai tradotti in lingua moderna. Certo, è inevitabile porsi una domanda: a chi può interessare un volume di questo genere? La risposta, però, è molto semplice, perché questa sintetica storia con un'intelligente scelta di brani sarà utile a tutti coloro che vorranno interessarsi seriamente di filosofia. Innanzitutto occorre ricordare che non è possibile occuparsi del mondo classico senza comprendere la mediazione ebraica, che tra l'altro ne influenza l'interpretazione per diversi secoli. Non soltanto: molti elementi del pensiero ebraico vengono conservati dalla ricerca occidentale e si direbbero, a ben osservarli, dei fiumi carsici. Così è possibile trovare riferimenti per la cura dell'ansia, che impegnerà tutto il Novecento gli studiosi della psiche, nel Libro della correzione dei costumi dell'anima del ricordato ibn Gabirol: egli traeva le sue fonti dai greci e, in particolare, da Galeno. E, per fare un altro esempio, basterà aprire La luce del Signore di Hasdai Crescas (nato intorno al 1340) per leggere delle confutazioni alla fisica aristotelica: tra l'altro, egli ricorda che non è affatto provato che il vuoto non esista, quindi afferma che l'infinito numerico è concettualmente possibile (la qual cosa faceva digrignare i denti ad Aristotele).