![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 FEBBRAIO 2002 |
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Già me li vedo i nemici dei
cloni, da Rosy Bindi a Girolamo Sirchia, dalle Loro Eminenze ai deputati verdi,
sorridere da un orecchio all'altro e magari anche accennare un passo di danza alla
notizia della morte della povera Dolly, la più smarrita e chiacchierata delle
pecorelle, capostipite di tutti i cloni, massima icona del nuovo millennio.
Speriamo che almeno Alfonso Pecoraro Scanio, col nome che porta, eviti di
saltare di gioia, ma temo che sia sperare troppo. In questo momento,
probabilmente, sta esultando anche lui.
Dolly era malata, ci dicono, con voce grave ma soffocando un sorriso. Per
questo, alla fine, è stata abbattuta dai suoi stessi creatori. Con i cloni,
malconci e imperfetti come sono, non c'è altro da fare. Respirano a fatica.
Sono difettosi e inaffidabili come i DVD dei marocchini e le Fiat polacche. Si
reggono a malapena sulle gambe e (per dirla tutta, senza peli sulla lingua,
pane al pane e vino al vino) non sono nemmeno precisamente vivi. Sono, al
contrario, una caricatura della vita. Bricolage genetico. Un affronto alla
natura o (a scelta, dipende dallo schieramento politico) una sfida a dio.
Nemici, oltre che dei cloni, anche dell'eutanasia, gli avversari della genetica,
"scienza degenerata" se mai ce n'è stata una, sono non di meno
convinti che per un clone, con tutte le sofferenze che gli tocca patire, sia
meglio farla finita subito, una pillola e via, non se ne accorgerà neppure.
Dolly, poveretta, aveva sofferto anche troppo. Una prece. Ma meglio così.
Dolly, tuttavia, prima che una pecora e un clone era (e rimane) un simbolo. Era
(e rimane) l'icona del nuovo secolo: il secolo dell'ingegneria genetica e di
nuove, strabilianti, imprevedibili avventure scientifiche. Dolly era il
simbolo, in sostanza, del secolo che alcuni, in odio alla modernità,
terrorizzati dal suo mistero, ingigantendone l'imprevedibilità come all'epoca
degli autodafé, vorrebbero fermare con un viaggio a ritroso nel tempo, verso
l'età felice in cui la terra era magari piatta e la gente moriva magari
d'influenza o di raffreddore ma "i valori", perdìo, erano ancora in
buona salute. Mentre oggi i valori sono crollati, tutti, dal primo all'ultimo,
e non c'è più rispetto, dio è offeso, trionfa il materialismo, l'anima conta
zero.
Dunque non è della pecora ma del simbolo che i tifosi della bioetica vorrebbero
celebrare il funerale. Dolly, poveretta, aveva "una malattia grave".
Anche la gravità di questa malattia diventa subito allegorica. Idem la malattia,
che non ha colpito la pecora ma ha colpito piuttosto il simbolo, di cui Dolly
era l'incarnazione. È il simbolo, e non la pecora, che è stato abbattuto a
Edimburgo, ieri, dai suoi stessi creatori.
Ma anche se Dolly è morta e sepolta, c'è da dubitare che sia morta con lei
anche la freccia del tempo, che resta infallibilmente puntata verso il futuro.
Quanto poi all'ingegneria genetica, che si vorrebbe seppellire insieme alla
carcassa della povera pecora clonata, la nostra pruderie nazionale può anche metterla
sotto accusa, bloccando i finanziamenti alla ricerca, votando leggi illiberali
e pie, ma intanto a Taiwan, in Israele, a Bombay, in Svizzera gli scienziati
continuano a rischiare imperterriti l'anima immortale pasticciando il DNA a più
non posso, ben contenti di poterci vendere le tecniche genetiche a caro prezzo
tra dieci o vent'anni, quando ne avremo bisogno e quando persino il Vaticano,
con un'enciclica correttiva, si sarà rassegnato all'idea che non è il sole,
dopotutto, a girare intorno alla terra.