![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 FEBBRAIO 2002 |
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Qualcuno aveva addirittura ipotizzato che fosse un alieno per
quella incredibile penetrazione della sua mente
Si interessò anche alla dimostrazione dell´esistenza di Dio come i
filosofi antichi
Conquistò la fama a soli venticinque anni pubblicando il suo
teorema
Li
chiamavano "i due di Princeton". E per le strade di Princeton, negli
anni Cinquanta, era spesso possibile vederli passeggiare intenti a discutere
animatamente in tedesco - nessuno dei due in realtà parlava un inglese fluente.
Erano i due maggiori geni scientifici del Novecento: Albert Einstein e Kurt
Goedel. Il primo allegro, ironico, pronto allo scherzo e alla battuta, al
paradosso. Gödel invece, magro, viso triste ed emaciato, occhi febbrili,
meticoloso, diffidente, ipocondriaco, convinto fin dalla prima giovinezza di
essere gravemente malato. Difficile immaginare due personalità più diverse.
Eppure amicissimi. Entrambi fiori all´occhiello dell´Ias (l´Institute for
Advanced Studies di Princeton) e della comunità scientifica americana in gran
parte formata (negli anni Quaranta e Cinquanta) da scienziati fuggiti da tutta
Europa - ma principalmente dalla Germania e dall´Ungheria - per sottrarsi alle
persecuzioni naziste (e non erano solo ebrei), una diaspora che, grazie a
Hitler, ha fatto grande la scienza americana nel secolo scorso.
Allora
Einstein era già - anche prima della bomba A che avrebbe fornito la crudele
prova fisica di E= mc quadro - una "illustrazione" della scienza, il
vivente paradigma della fisica moderna. Molto meno noto al grande pubblico
Gödel non solo per il suo carattere riservato e introverso, ma principalmente
perché la sua materia, la logica matematica, e il suo "teorema di
indecidibilità" se hanno segnato un punto di svolta epocale nella scienza
moderna, erano e sono rimasti scarsamente intuitivi e quindi poco accessibili a
un pubblico profano. Ma la sua fama - negli ambienti scientifici e filosofici -
Gödel l´aveva già conquistata il 1931: quando su una rivista tedesca - lui,
allora venticinquenne, era all´università di Vienna - aveva pubblicato il suo
celebre teorema "Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei Principia
Mathematica e di sistemi affini", titolo che certamente ai non matematici
né logici non diceva probabilmente nulla, ma che sconvolgeva dai fondamenti la
stessa scienza su cui è costruito il sapere moderno, la matematica. In pratica,
significa che dato qualsiasi sistema assiomatico (costruito cioè sulla base di
un gruppo di assiomi, come l´aritmetica che studiamo alle scuole elementari o
la geometria euclidea) è sempre possibile trovare una proposizione che fa parte
di questo sistema, che è vera, ma che non è dimostrabile sulla base degli
assiomi del sistema stesso. Cioè che qualsiasi sistema formale, costruito su un
gruppo di assiomi, è incompleto. Non quindi come qualcuno ha cercato di
interpretare, la scoperta di un limite alla potenza rivelatrice della logica
matematica, ma al contrario la dimostrazione che la matematica non è un sistema
"chiuso", autoconsistente e in un certo senso tautologico, ma al
contrario è aperto alla "scoperta" di nuove relazioni logiche e alla
inclusione di nuovi enti.
Il teorema
di Gödel ha così costituito la terza rivoluzione scientifica del secolo scorso
(insieme alla relatività e alla meccanica quantistica), aprendo la strada a
nuove rivoluzionarie intuizioni sul mondo. Un altro grande scienziato
dell´epoca, Von Neumann, lo definì "il più grande logico dopo
Aristotele". Eppure i due geni che passeggiavano chiacchierando per le
strade di Princeton nella loro profonda diversità erano accomunati - strano a
dirsi - da una eguale riserva, se non da un rifiuto, sulla maggiore e più
sconvolgente delle rivoluzioni scientifiche del Novecento: la meccanica
quantistica. Era principalmente il "principio di indeterminazione" di
Heisenberg, che sancisce la impossibilità di applicare previsioni
deterministiche al mondo microscopico degli atomi e delle particelle, ponendo
un limite, inaccessibile in linea di principio, alla possibilità di conoscere
le viscere più segrete della natura, a venire rifiutato da entrambi, perché
introduce elementi di imprevedibilità, se non di "non causalità"
nella visione scientifica del mondo. E se ciò urtava la fede di Einstein nella
totale leggibilità del mondo ("Dio non gioca a dadi" e quindi non
consente impenetrabili giochetti ai danni di noi poveri e limitati esseri
umani), dall´altro offendeva in Gödel la fiducia nella assoluta razionalità
della natura e la sua ripugnanza verso la casualità. Per lui, platonico
convinto, il mondo sensibile o conoscibile attraverso i nostri strumenti è
rispecchiamento di un ordine trascendente perfetto, e quindi come tale è
totalmente conoscibile in quanto riflesso di una costellazione di enti logici
penetrabili dalla intuizione del matematico. Se - come dimostrò - la coerenza
di un qualunque sistema assiomatico è indecidibile, è perché ogni proposizione
vera ma non riconducibile agli assiomi di partenza dimostra solo che è
incompleto il sistema assiomatico.
L´atteggiamento
di Gödel aveva profonde radici nella sua stessa biografia. Era tormentato fin
da bambino da una inesauribile curiosità - come illustra l´ultimo libro
dedicato a Gödel, apparso in questi giorni in Italia (Dilemmi logici di John W.
Dawson jr., Bollati Boringhieri, pagg. 366, euro 46,48) che concede larghi
spazi ai dati biografici - al punto da venire soprannominato "signorino
perché".
E per ogni domanda pretendeva una risposta, nella convinzione che è impossibile
che non vi sia una spiegazione razionale per ogni enigma. E nella matematica e
nella logica, all´università, individuò lo strumento che gli consentiva di
cercare le risposte. Ma per Gödel le risposte vanno cercate non nell´empiria
sperimentale, viziata dai nostri fallibili sensi, bensì nel perfetto empireo
delle Idee, a cui possiamo avere accesso tramite l´intuizione e l´uso degli
strumenti intellettuali offerti dalla matematica e raffinati dalla logica in
costruzioni sempre più astratte di concetti ed enti. Insomma per Gödel il mondo
delle idee ha la stessa consistenza di quello materiale, degli oggetti che ci
circondano: "Le classi e i concetti (matematici) - scriveva - devono
venire concepiti come oggetti reali, esistenti indipendentemente dalle nostre
costruzioni e definizioni. L´esistenza di tali oggetti sembra altrettanto
legittima di quella dei corpi fisici". Quindi, per lui - profondamente
platonico - i risultati della nostra ricerca sul mondo vanno perciò cercati
dentro di sé. Solo nell´introspezione è possibile raggiungere delle verità
matematiche. E se queste tardano, è perché le nostre menti sono continuamente
in sviluppo: non c´è enigma che un giorno non possa venire svelato. Insomma per
Gödel il mondo delle idee ha la stessa consistenza di quello materiale, degli
oggetti che ci circondano. Anche lo stesso Universo, in quanto rappresentabile
nei termini di quegli enti, eterni e perfetti, a cui il matematico fa ricorso
per rappresentare il mondo materiale. E così, utilizzando la geometria
differenziale, Gödel tentò nel 1949 di fornire delle soluzioni alle equazioni
della relatività generale (sulla cui base oggi descriviamo e interpretiamo
l´Universo) che ipotizzavano un Universo rotante il cui tempo ciclico (con un
periodo di settanta miliardi di anni) consentirebbe viaggi nel passato e dove
la stessa "linea del tempo" era curiosamente deformata (una ipotesi
che i dati osservativi di cui dispongono oggi gli astronomi non consentono di
confermare).
E se
l´Universo (ossia, il Tutto) è accessibile alla logica, perché ad essa dovrebbe
sfuggire Dio? E quindi Gödel si misurò con la celebre prova ontologica
dell´esistenza di Dio di Anselmo d´Aosta, affrontando la costruzione logica di
quella prova (che consiste nella "perfezione" dell´Ente Supremo,
ossia nel Suo essere in possesso di tutti gli attributi pensabili): "In un
Universo finito, sostiene Gödel, Qualcuno possiede necessariamente tutte le
qualità positive, tra le quali c´è l´esistenza, e quindi è necessariamente
esistente e unico (dato che essere Dio è naturalmente una qualità
positiva)".
Ma il libro
di Dawson Jr. oltre a fornire utili informazioni sui principali problemi
intellettuali degli ultimi anni di vita di questo singolarissimo genio
(qualcuno arrivò a sospettare che si trattasse di un "alieno" per
l´incredibile potenza della sua mente), getta anche una luce affascinante sul
suo retroterra umano e privato. "Un genio rimasto bambino", lo
definisce per il suo candore, la sua totale incapacità pratica, a cui ha
cercato per tutta la vita di sopperire la moglie, una solida e testarda signora
tedesca, che lo doveva persino costringere a mangiare. Era dotato, come
Einstein, di una curiosità senza limiti: a Vienna, da giovane, si interessò
persino di fenomeni parapsicologici, allora di moda nella capitale austriaca. Morbosamente
ipocondriaco, non solo si riteneva gravemente malato, ma anche avvelenato da
cibi e medicine e diffidente nei confronti dei medici.
Al punto da
lasciarsi morire di fame (è deceduto per denutrizione, nel gennaio 1978),
profittando della morte degli amici, come Einstein, che vegliavano su di lui, e
di un ricovero in clinica della moglie per smettere definitivamente di
mangiare.
Una vita, insomma, segnata dal conflitto tra la materialità dell´esistenza (malattie, difficoltà economiche ed accademiche) e il suo spaziare tra gli splendori delle Idee Assolute sul ferreo binario della logica.