![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 FEBBRAIO 2002 |
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Esce anche
in Italia la biografia critica del grande nolano scritta dal filosofo Anacleto
Verrecchia. Un violento atto d'accusa contro persecutonge carnefici del libero
pensatore che nella sua vita movimentata ebbe rapporti con tutti i sapienti
d'Europa
Il 17
febbraio sarà in libreria, a quattrocento anni esatti dalla morte sul rogo di
Giordano Bruno, il libro di Anacleto Verrecchia, Giordano Bruno. La falena
dello spirito (Donzelli, pagg. 350, euro 22,72). Questa biografia critica, che era già uscita in tedesco presso
l'editore Böhlau di Vienna nel 1999, è un atto di accusa di violenza inusitata
contro i persecutori e carnefici del grande nolano. I fatti, naturalmente erano noti, sebbene del processo ci siano
rimasti solo documenti frammentari. E
anche la biografia di Bruno era stata già scritta con competenza da altri, fra
cui Verrecchia cita quella di Vincenzo Spampanato, concittadino di Bruno,
ottima per la ricerca filologica, ma troppo simile, secondo lui, a una mappa
catastale. Anche quella di Luigi
Firpo è minuziosa e precisa, sicché alla fine si sa anche quello che Bruno
mangiò prima del rogo, come sembra abbia detto lo storico Walter Mauri, ma
obiettando: «Dove sta la personalità di Giordano Bruno?».
Dunque
Verrecchia ha scritto la sua contro questi «scalpellini dello spirito», che
squadrano le pietre ma non pensano all'edificio a cui serviranno, per far valere,
al di sopra dei particolari, la grande e indomita personalità teorica e morale
di Bruno, come genio anticipatore e apostolo della libertà di pensiero. In più Bruno è, a detta di Schopenhauer,
il solo filosofo che si avvicina a Platone per il connubio di poesia e
filosofia. Dunque si capisce da che
cosa Verrecchia, enfant terrible
della filosofia italiana, sia stato spinto a scrivere la biografia della
«falena che bruciò nella propria luce».
Ma c'è anche un altro
motivo. Nella difesa di Bruno i
tedeschi battono gli italiani. Questi,
dice Verrecchia, dopo averlo bruciato, lo hanno dimenticato. Invece i tedeschi - Goethe, Jacobi,
Schelling, Schopenhauer ecc. - lo hanno resuscitato alla fama. Seguiti dai francesi che ora curano, in collaborazione
con l'Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, un'edizione bilingue
delle opere di Bruno (i primi
cinque volumi, pubblicati da Les belles lettres di Parigi, furono presentati
il 29 gennaio 1997 al Parlamento europeo di Bruxelles, c'era anche il premio
Nobel Prigogine, che solo oggi teorizza sul piano scientifico la tesi bruniana
dell'universo aperto in continua evoluzione e rivoluzione. Evidentemente stupito di aver trovato un
così grandioso predecessore, Prigogine protestò che Bruno era stato non solo
martirizzato ma anche oscurato per secoli).
C'è pure qualche tedesco, come Ludwig Kuhlenbeck, curatore in Germania
delle opere di Bruno, che s'è messo in testa di germanizzare Bruno. Secondo lui Bruno discenderebbe da una
colonia dì lanzichenecchi tedeschi dì Nola, e i suoi pensieri eserciteranno
tutto il loro influsso solo quando si saranno spogliati della veste romanza per
indossare quella della lingua più nobile, la sua.
Ci mancava pure questa, inveisce Verrecchia, che
respinge il senso di inferiorità che molti italiani provano verso la cultura
tedesca. Infine, dopo aver ripetuto
con Schopenhauer che di un autore bisogna leggere le opere e non i compendi
professorali, Verrecchia si guarda dal fabbricarne uno lui stesso e si
limita porre in risalto alcuni punti di
particolare importanza. Rileva l'originale e moderna, ma poco notata,
consonanza della filosofia di Bruno con la filosofia indiana. Il buddhìsmo,
nella sua dolcezza e tolleranza, dice, è alieno dalle cupezze, violenze e
guerre che hanno macchiato il passato della Chiesa.
In questo stile orientale,
gli sta particolarmente a cuore la predicazione bruniana dell'omogeneità di
tutte le creature, la fratellanza con gli animali, svantaggiati rispetto agli
uomini, che se ne cibano e li usano senza scrupoli. Se si considera che Bruno mori cinquant'anni prima di Cartesio,
che considerava gli animali macchine animate, si misura lo scarto che egli
rappresenta rispetto al filosofo francese.
Bruno dimostra che gli animali agiscono per intelligenza e non per
istinto, come si dice, e che in tante cose sono più intelligenti degli
uomini. Ma l'amore universale di Bruno
abbraccia anzitutto i poveri che soffrono e lavorano. Era egli stesso amante della povertà e condannò
la brutalità dei conquistatori d'America contro le popolazioni locali.
Verrecchia rivendica poi
l'importanza scientifica del pensiero di Bruno. Esso anticipa, con l'omogeneità di tutte le creature e l'evoluzione
continua del mondo, l'evoluzionismo di Darwin e le mutazioni delle
specie. Entusiasta del copernicanesimo
e dell'onnicentrismo di Cusano nell'universo infinito e senza centro, Bruno
fu il primo a dire che il sole ruota intorno al proprio asse, che le stelle
fisse sono soli, che la terra è schiacciata ai poli. Anticipò le tre leggi di Keplero, la forma ellittica
dell'orbita dei pianeti e intuì il rapporto inversamente proporzionale della
loro velocità con la distanza dal sole.
Verrecchia afferma che egli anticipò la teoria della relatività. Anzi, quasi la superò. Perché la relatività, per cui spazio, tempo,
massa, velocità ecc. si contraggono e reagiscono tra loro, lega gli elementi
in un modo che avrebbe dovuto indurre Einstein a proclamare l'organicità,
invece della meccanicità, delle leggi naturali.
Galilei, dice Verrecchia,
prese molte idee da Bruno senza nominarlo, cosa che Keplero gli
rimproverò. Ma nominarlo, aggiunge,
sarebbe stato pericoloso, data la sua cattiva reputazione, e Galilei non aveva
la forza morale di Bruno. Per di più
era uno scienziato e non un filosofo, esplorava il come ma non il perché dei
fenomeni, era empirico e non metafisico.
Ma studiare la meccanicità invece che l'organicità dell'universo impone
agli scienziati un limite che essi tentano invano di superare a forza di
eccezioni.
In filosofia Bruno fu il
primo a parlare di monade e Leibniz, che possedeva le sue opere, ne fu certo
influenzato nello scrivere la Monadologia. Hamann,
il «mago del Nord». conosceva un pò Bruno e smaniava per la «sua» coincidenza
degli opposti, (che però era del
«divino» Cusano, amatissimo da Bruno).
Il suo discepolo Iacobi fu il primo a diffondere le idee di Bruno in
Germania. Sostenne che Gassendi,
Descartes, Spinoza e Leibniz avevano tratto da Bruno molti elementi dei loro
sistemi. Particolarmente importante è
in Bruno la teorizzazione tra forma e sostanza, divise in Aristotele, e
l'affermazione, contro le regole aristoteliche, che le regole la poesia le dà,
non le riceve. La concezione dell'anima
del mondo che dà vita e forza a tutti gli esseri e anima tutte le cose, anche
del mondo inorganico, anticipa la metafisica di Schopenhauer, salvo che a
Bruno, poeticamente ispirato, il tutto sembra diviso e a Schopenhauer (e a
Verrecchia) diabolico.
Ma tutto il libro è un racconto mozzafiato della vita movimentatissima di questo eroe del libero pensiero. Che ebbe rapporti con il re di Francia, l'ambasciatore francese a Londra, sapienti e nobili, l'ultimo dei quali, però, Giovanni Mocenigo di Venezia, lo tradì, facendogli concludere la vita sul rogo. Appassionato e caustico, dotato di uno stile vivo, robusto e personalizzato, Verrecchia non annoia mai il lettore, lo diverte e lo commuove, per farlo assistere infine, impietrito, alla tragedia finale. Che è però anche l'apoteosi del filosofo.