![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 FEBBRAIO 2002 |
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Alla mia età
posso essere considerato un figlio del secolo. Ho attraversato quest'epoca
tumultuosa dai primi anni della mia infanzia fino ad oggi, e posso dunque
considerarmi un "testimone" del secolo passato: uno che può
richiamare alla memoria le cose accadute e domandarsi che cosa abbia a che fare
la filosofia con la situazione odierna. La nostra è un'epoca segnata dalle
conseguenze degli enormi sviluppi tecnologici avviati dalla rivoluzione
industriale. Alla fine di quest'epoca, ossia nella seconda metà del nostro
secolo, negli anni della ricostruzione, dopo le due guerre mondiali, la
rivoluzione industriale ha di nuovo raggiunto le proporzioni di un'onda immane
che tutto sommerge e trascina.
D'altra
parte i grandi mutamenti politici degli ultimi anni hanno restituito alla
vecchia Europa almeno una parte della sua estensione originaria, e, come gli
altri grandi mutamenti, questa vicenda europea ha in realtà una portata mondiale.
La vecchia Europa è legata strettamente all'America del Nord, che nel segno
della rivoluzione industriale continua ad esercitare e anzi ad accrescere il
suo ruolo guida in un'epoca nella quale i mezzi di informazione e di
riproduzione tecnica riversano su di noi un continuo flusso di stimoli. Ci
troviamo di fronte ad un problema che mette in questione l'intera struttura
della nostra vita, il problema cioè della crescita e del predominio di un
sistema anonimo all'insegna della scienza e della tecnica.
(...) Nel
1946 fui eletto Rettore, il primo dopo la guerra, dell'Università di Lipsia
nella Germania dell'Est, ma poi rinunciai a questa posizione per un incarico
d'insegnamento prima a Francoforte e poi a Heidelberg. A Lipsia fui pregato di
scrivere qualche parola nell'albo che accoglieva le firme dei visitatori
ufficiali. Oggi voglio riprendere le parole che scrissi allora: pazienza e
lavoro, perché il compito è gigantesco e nient'altro ci può salvare. A quel
tempo mi chiedevo tuttavia se un giorno sarebbe nata un'istituzione che fosse
in grado di risvegliare a nuova vita la nostra tradizione culturale ormai
irrigidita dalle regole di una società burocraticamente organizzata e
finalizzata all'ideale del profitto economico. Era mai possibile una tale istituzione?
Oggi, come membro dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici posso
affermare che ciò è possibile. Questa iniziativa infatti fu proposta
dall'avvocato Gerardo Marotta, pur tra le riserve da parte dell'Università,
allora incredula sulle possibilità di successo di questa ardua impresa. E
indubbiamente l'impresa era ambiziosa perché essa voleva affrontare un problema
che gravava sull'Università: il pericolo della crescente specializzazione e del
carattere monologico dell'insegnamento e del sapere. Questo pericolo io lo
sentivo in modo vivissimo e fu questo che mi spinse a cooperare alla nuova
istituzione voluta da Gerardo Marotta.
Ma in che
senso "nuova"? In effetti già prima della fondazione dell'Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici esisteva in Germania e in America una
istituzione all'interno dell'Università, uno Studium generale che aveva un
carattere interdisciplinare, ma solo parzialmente e marginalmente toccava il
problema di come assicurare un rapporto dialogico tra gli studenti e il
docente. L'interdisciplinarietà e il dialogo non sono marginali ma, al
contrario, sono al centro dell'interesse dell'Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici, la cui attività fondamentale sta nei "seminari",
un'attività in cui, come dice il nome, si gettano dei semi destinati a
germogliare su un comune terreno spirituale, in quel "Leben in
Ideen", di cui parlava Humboldt e che io ho proposto quasi ad emblema
dell'Istituto. Perciò ritengo che lo scambio di idee e la forma dialogica con
la quale l'Istituto opera suscitino, specialmente presso i giovani, maggiore
interesse che non la prospettiva di una rapida carriera accademica.
Spero, pertanto, che questa "nuova" istituzione non resti l'unica, ma sia modello per tutta l'Europa e per tutti quei paesi del mondo che si prefiggano lo scopo di realizzare una cultura libera da rigidi schemi precostituiti, all'insegna di una solidarietà che sia garanzia di pace. Bisognerebbe, a questo scopo, superare un ostacolo di fondo: la subordinazione delle regioni economicamente svantaggiate rispetto a quelle favorite dal progresso tecnologico. Cultura ed economia debbono andare di pari passo. Tanto più oggi, quando l'intera economia mondiale, anche quella degli Stati tecnologicamente avanzati, comincia ad essere minacciata dai pericoli prodotti dal divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Per far fronte a questa situazione di crisi, è necessario appellarsi alle nuove generazioni, alla flessibilità della gioventù come leva per una riorganizzazione della vita non secondo domini separati ma sulla base di una crescente solidarietà. Questo è il compito al quale, come suggerivo, bisognerebbe assolvere con pazienza e lavoro.