RASSEGNA STAMPA

7 FEBBRAIO 2002
GIROLAMO COTRONEO
Il dovere di combattere le nuove forme del male

Benedetto Croce e l'"Apologia del diavolo"

Non è facile per chi non conosca il suo itinerario intellettuale, spiegarsi perché nei primi anni Quaranta del Novecento, con una guerra mondiale in corso, Benedetto Croce si rivolgesse al direttore della biblioteca del Senato, affinché gli procurasse il testo di un'opera di uno sconosciuto filosofo tedesco, Giovanni Beniamino Erhard, dal titolo Apologia del diavolo, apparsa in Germania agli inizi dell'Ottocento. Nel volume pubblicato a cura di Giovanni Spadolini nel 1991, Il carteggio di Benedetto Croce con la biblioteca del Senato, non si incontra la richiesta di quel libro; ma leggendo quelle lettere si può osservare che molte tra le richieste di Croce riguardavano libri rari, di autori sconosciuti, su temi inconsueti. Ma chi conosce i pensieri di Croce negli anni Quaranta, sa che non era semplice curiosità quella che lo spingeva a cercare quell'opera. Quell'argomento, il "diavolo", lo riportava a qualcosa che era allora al centro dei suoi pensieri; lo si ritrova, infatti, in uno scritto del 1941 dal titolo Note su alcune poesie del Carducci la prima di quelle note era dedicata al celebre Inno a Satana, dove, diceva Croce, il poeta opponeva Satana all'antico "principio di trascendenza", all'"essere di pura ragione", esaltandolo come "unità di materia e spirito", come dirompente vitalità, che rifulge "nell'estasi dell'amore, nella lietezza del vino, nella bellezza della poesia". Da queste parole sembra trasparire la volontà di esorcizzare il male, di negare ad esso valore assoluto; e, come vedremo, le considerazioni sul libro di Erhard lo confermano. Comunque sia, quel libro non entusiasmò Croce, che lo trovò soltanto "suggestivo nel titolo e in alcuni tratti particolari": tuttavia lo tradusse e pubblicò, accompagnandolo con una densa nota critica, su cui ritengo valga la pena soffermarsi. Prima di entrare nel merito, devo segnalare che occasione di questa mia nota è la recente pubblicazione, presso l'editore Rubbettino, di un volume che raccoglie la traduzione di Croce dell' Apologia, e la "nota critica" con cui, a suo tempo, l'aveva accompagnata. Il tutto preceduto da un denso saggio introduttivo di Vanna Gessa Kurotschka, dal titolo Individualità, singolarità, male, e da una post-fazione di Renata Viti Cavaliere dal titolo La dialettica della vita morale in Croce, che danno ragione dell'opera di Erhard e dell'interesse di Croce verso di essa: ragioni che cercherò qui di indicare. L'attenzione che Croce prestava in quel periodo alla figura del diavolo, non era il segno di una ricomparsa del suo antico interesse per le tradizioni popolari. Nell'ultimo periodo della sua vita ciò che soprattutto lo interessava era il problema morale, il problema dell'uomo e della sua natura, della presenza del male: temi su cui ha scritto pagine memorabili, come L'ombra del mistero, L'anti-Cristo che è in noi, Il peccato originale. L'Apologia di Erhard lo riportava quindi a suoi pensieri, soprattutto a quello del "male" (e intorno ne vedeva davvero tanto), di cui il diavolo della nostra cultura è il simbolo: e, appunto, del diavolo come simbolo dal male - non già della sua esistenza reale o possibile - Erhard si era occupato. Il problema del male è vecchio come la filosofia: e non senza ragione il filosofo tedesco - che definiva il diavolo come "l'ideale della malignità" - osserva che "è una questione antica quanto la filosofia morale se la malignità abbia un principio proprio o sia solamente ignoranza del bene o debolezza nell'adempierlo". Tra le due ipotesi Erhard sembra inclinare verso la prima: "Se si riduce", scriveva, "il moralmente cattivo all'ignoranza, non si può giammai punire un malfattore per la sua malvagità, ma bisogna averne pietà (...). Per comportarsi in modo coerente", concludeva, "il filosofo che deduce il male mortale da ignoranza e debolezza, deve abolire anche ogni responsabilità". Croce concordava in linea di massima con queste proposizioni, ma riteneva che l'argomento di fondo di Erhard - la "possibilità" di pensare il diavolo come idea - conduceva al risultato di riconoscere "una potenza che abbia a proprio fine il male per il male e non un male correlativo a un bene qualsiasi". L'immagine proposta da Erhard, aggiungeva, appare frequentemente nei poeti, "nei quali è un incubo o un brivido di orrore e terrore a cui essi danno forma potente nella immagine e nel verso, ma non altrettanto nella riflessione e nella teoria". Queste, invece, concludeva, confermano "il detto che il diavolo non è così brutto come si dipinge", e dimostrano "che non solo esso, nell'effetto finale opera come quella forza che "sempre vuole il male e sempre produce il bene", ma che un bene è nella sua ragione o nel suo fondo stesso". Se c'è una "apologia" del diavolo è questa di Croce, non quella di Erhard, che con "apologia" intendeva la sua possibilità di esistere come idea; ed era un'apologia che veniva da lontano, dal Croce per il quale il progresso non va "dal male al bene", ma "dal bene al meglio, perché il male è il bene stesso alla luce del meglio", secondo chi scriveva agli inizi del Novecento. Il diavolo come idea a sé stante, come "potenza assoluta", era quindi per Croce, una semplice astrazione; come realtà, come "male", esso era "quel Satana, che a ragione il cristianesimo (...) tenne sempre presente, tentatore e seduttore e perpetuo nemico dell'uomo, e in certo modo scoperse e determinò anche nel suo ufficio antimorale". Ma un "ufficio" in cui si annida quella "positività" che ci consente di superarlo: impresa impossibile ove il male fosse "assoluto". Questa convinzione sulla "positività del male" non si risolveva in una sorta di ottimismo storico, nella contemplazione serena degli eventi, nella sicurezza che il bene vincerà sempre e comunque. Negli ultimi anni della sua vita, infatti, Croce concludeva, per così dire, questo discorso scrivendo che noi abbiamo il dovere "di combattere dolore e male nelle nuove forme in cui di continuo si presentano, portandovi l'animo di chi vorrebbe scacciarli dal mondo e insieme la mente di chi sa che ciò è impossibile". Non mi sembra vi sia altro da aggiungere.
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