![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 FEBBRAIO 2002 |
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Nel suo ultimo libro, Il sogno del genoma umano e altre illusioni
della scienza, ironizza sulle menzogne scientifiche e i suoi luoghi comuni.
Richard Lewontin
, ricercatore alla Harvard University, è un "genetista di livello
internazionale", come si legge nel risvolto di copertina d'un libro appena
tradotto da Laterza, Il sogno del genoma umano e altre illusioni della
scienza , che raccoglie alcune recensioni di libri scientifici che Lewontin
ha pubblicato su The New York Review, testata prestigiosa e molto liberal.
"Recensioni", naturalmente, è un termine riduttivo.
Lowentin è
uno scrittore satirico, che si fa beffe delle vanità della scienza come Swift o
Voltaire delle superstizioni, e i suoi lunghi articoli, più che recensioni,
sono saggi d'alta divulgazione scientifica e insieme vere opere letterarie,
piene d'umorismo e di stupefacente dottrina, dove egli mette di volta in volta
a fuoco quelli che sono i temi centrali del nostro tempo, dall'ingegneria
genetica all'uso delle statistiche in sociologia, dall'affaire del genoma umano
a quello della clonazione.
È difficile
da digerire, ancor più difficile da capire e da gustare nei dettagli, ma
nessuno ci aveva mai spiegato e neppure detto che la grande mappatura dei geni
(l'immenso database del genoma umano ultimato e archiviato il 12 febbraio
dell'anno scorso, con dichiarazione congiunta, dai responsabili del progetto
commerciale Celera Genomics e da quelli del progetto a finanziamento pubblico,
l'International Human Genome Sequence Consortium ) non si sa bene a che cosa
serva né a che cosa potrà mai servire.
"Quali
sono gli elementi significativi nella sequenza del genoma umano?" si
chiede Lewontin. "La cosa più comica
è che il risultato non fornisce risposta alla
questione principale che aveva spinto a intraprendere il progetto. Ora
che abbiamo la sequenza completa del genoma umano non sappiamo nulla di più di
quanto già non sapessimo su che cosa è essere uomini". Senza contare che
"fino al momento attuale la promessa che lo studio delle sequenze del DNA
avrebbe trovato applicazione nella cura delle malattie non ha trovato
attuazione per nessuna malattia umana, anche se ci sono alcuni farmaci basati
sulla genetica attualmente sottoposti a test clinici". E adesso? Be',
adesso, uno o due miliardi di dollari più tardi, è stato varato un progetto di
mappature delle proteine: un Progetto Proteoma "che arriva giusto in tempo
per risolvere il problema pratico creato dal completamento del Progetto
Genoma e, "così come l'interesse
si sta spostando dai geni alle proteine, anche le promesse di cure per tutte le
nostre malattie si sposteranno dal chiodo fisso del genoma a quello delle
proteine", probabilmente "con maggior ragione".
A proposito
di clonazione, poi, chi ci aveva mai detto, qui nel paese di Pecoraro Scanio
e della bioetica in nome del padre, del figlio e dello spirito santo, che la
natura produce "cloni", per esempio i gemelli monozigotici, assai più
identici tra loro della pecora Dolly e del suo originale, senza che ciò abbia
mai suscitato scandalo alcuno, nemmeno tra i verdi e gli uomini piamente antiamericani
(giacché "Dio è con noi e anche lui è verde e odia gli yankee", per
parafrasare Eli Wallach nel film di Sergio Leone). Nessuno, tra i politici che
pontificano nei talk show e nei parlamenti eletti dal popolo, ma che
soprattutto mandano lampi dagli occhi e fingono indignazione dai salotti
televisivi, ci aveva mai detto che nella clonazione non c'è niente di male,
così come nessuno ci aveva mai detto che non c'è niente di male neppure
nell'ingegneria genetica, cioè nello scambio di frammenti di DNA da un
organismo all'altro, persino da un organismo vegetale a un organismo animale e
viceversa, perché è quanto accade in natura dall'inizio dei tempi, per esempio
attraverso il plasmodio dei batteri.
Chi ci aveva
mai messo in guardia contro le statistiche delle scienze sociali, vuote e
fanfarone, inaffidabili come i numeri del lotto avuti in sogno da zio Pasquale,
e che tuttavia imperversano, quali vangeli della modernità, sulla stampa e
nelle pubblicazioni accademiche d'ogni latitudine e indirizzo culturale?
Lewontin, già che c'è, sgombra il campo anche dal darwinismo ridotto a
ideologia conservatrice, dalle semplificazioni biologiste riguardo al
"fisico" e al "mentale", dalle credenze irrazionali nella
misurazione dell'intelligenza e nei superiori poteri dei test che determinano
il QI, totem della tribù modernista. Lewontin è insomma un grande chef. Rende
commestibile un piatto, quello della scienza moderna, che altrimenti i nostri
denti non saprebbero masticare.
Al tempo di
Mary Shelley e di Jules Verne, quando si viaggiava dalla Terra alla Luna
sparati da un cannone o si creava la vita in laboratorio con l'abracadabra
della poesia romantica, la scienza non parlava per geroglifici, come fa adesso,
forte della sua complessità e delle sue specializzazioni, ma parlava la lingua
dei profani e persino quella dei comuni mortali, per duri di comprendonio che
fossero. Non c'era, del resto, granché da capire, o così sembrava. Per esempio
la teoria dell'evoluzione (almeno nelle sue linee generali, saltando con cura i
particolari più difficili e noiosi) chiunque poteva impararla in mezz'ora. Idem
la gravitazione di Newton o il materialismo storico di Marx. Non si faceva
molta differenza, per la verità, neanche tra scienza propriamente detta, quella
che si fonda su leggi conclamate e indubitabili, e scienza per modo di dire,
fondata su puri argomenti retorici, come appunto il marxismo e più tardi la
psicoanalisi (tutta roba che oggi a malapena si distingue dall'angelologia new
age o dall'erboristeria di Vanna Marchi). Anche questa sua natura ambigua e
retorica contribuiva a fare della scienza un tema (anzi, un genere letterario)
popolare.
Oggi la scienza, pur continuando a suscitare passioni, non la capisce più nessuno, almeno tra i profani, e anche le passioni che suscita sono per lo più contingenti e demagogiche. Non sono più gli scienziati a raccontarla ma i politici e gli azionisti delle multinazionali. Per questo la divulgazione scientifica è importante. Senza la divulgazione, che ci dice come stanno le cose e si sforza di farcele capire, la scienza diventa una messa nera, dal punto di vista di chi l'avversa, o un albero degli zecchini d'oro, quando a parlarcene sono i consigli d'amministrazione. E in Italia? A parte rare eccezioni, per esempio i libri di Federico Di Trocchio, annotatore geniale di memorabilia scientifici, in Italia la figura del divulgatore scientifico è praticamente sconosciuta e al suo posto, magro premio di consolazione, pontificano i preti e gli onorevoli dall'alto dei loro pregiudizi. Speriamo in altri libri di Richard Lowentin. Si dia una mossa anche Federico Di Trocchio.