![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 FEBBRAIO 2002 |
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L'uscita dei saggi di Jacques-Alain Miller titolati "I
paradigmi del godimento", per le edizioni Astrolabio, è una occasione per
mettere a fuoco gli importanti contributi di questo psicoanalista francese, la
cui formazione filosofica avvenne alla scuola di Althusser, noto al pubblico
internazionale come l'allievo che Lacan scelse per consegnargli l'eredità del
suo insegnamento e la cura dei suoi celebri "Seminari"
Il pubblico
italiano ha avuto modo d'incontrare Jacques-Alain Miller più volte: una
occasione per me memorabile, perchè inaugurale del mio interesse per questo
grande psicoanalista, resta indubbiamente legata a un Congresso del Campo
Freudiano che si svolse a Bologna una dozzina d'anni fa sul tema dei Labirinti
della vita amorosa. Di Miller si è sentito parlare nei modi più diversi, molti
hanno letto qualche suo articolo apparso in italiano sulla rivista La
psicoanalisi, ma l'idea più diffusa del suo pensiero rimanda a una vita dedicata
all'opera di Lacan, il quale - come si sa - gli consegnò l'eredità del suo
insegnamento e la cura dei suoi prestigiosi Seminari: Miller era allora un
giovane allievo brillante di Louis Althusser, formatosi inizialmente alla
filosofia in un ambiente intellettuale ricchissimo (Canguilhem, Derrida,
Foucault, Barthes, ecc.), capace con un gruppo di amici "normaliens"
(Alain Badiou, François Regnault, Jean-Claude Milner, Alain Grosrichard, ecc.)
di dare vita ad una delle "riviste" più interessanti ed originali
degli anni '60, i Cahiers pour l'Analyse. Genero e allievo prediletto di Lacan,
era l'unico, "l'almeno uno" a saperlo veramente leggere e al quale,
perciò, dopo soli due anni di frequentazione dei suoi Seminari, il maestro
assegnò l'arduo compito di articolare l'indice ragionato degli Scritti che
sarebbero stati pubblicati nel 1966. Jacques-Alain Miller aveva allora ventidue
anni.
Il suo stile
di insegnamento era essenziale, incisivo, così diverso da quello stile
"alla Lacan" che aveva segnato gran parte di una generazione di
seguaci (quella degli anni '70) persa nello scimmiottamento della parola
ispirata del maestro. Il pubblico di quel seminario di Bologna vide allora un
uomo dall'aria tranquilla e decisa avvicinarsi ad una lavagna nera e scrivere
col gesso quello che ci presentò come il suo "sillogismo dell'amore".
Nessuna concessione alla platea, nessun gesto da profeta carismatico.
Jacques-Alain Miller parlava in piedi, con un francese pulito e ben scandito,
dell'amore in Freud e in Lacan e delle sue vicissitudini umane. Era il
rovesciamento del culto wittgensteiniano del silenzio che conclude il
Tractatus: ciò che è impossibile dire non si deve tacere ma si deve provare a
dirlo per non lasciare l'ineffabile nelle mani della sola mistica. Si trattava,
in quel caso, di una scrittura logica della vita amorosa che con una creatività
di pensiero, una chiarezza ed un rigore rarissimi, ci presentò e commentò in
ogni suo dettaglio. Al lavoro era uno strano ed intrigante misto di
razionalismo ed esistenzialismo, di logica e di passione, di amore per il
mathema, ovvero per la trasmissione scientifica, e di una tensione quasi
nicciana, una sorta di anima tragica che si avvertiva essere al cuore di quella
speculazione logica, anima tragica che non contrastava affatto con
l'aspirazione "cartesiana" a raggiungere una messa in forma
"chiara e distinta" dei concetti della psicoanalisi.
Con il
titolo I paradigmi del godimento è oggi disponibile per l'editore
Astrolabio, a cura di Antonio Di Ciaccia e Sergio Sabbatici, una bella
raccolta di saggi brevi di Jacques-Alain Miller che coprono l'arco temporale di
un ventennio, dalla fine degli anni '70 alla fine degli anni '90. Si tratta di
una selezione di alcuni dei contributi più originali, quasi tutti inediti in italiano,
che contraddistinguono il suo lavoro teorico. E' un'interessante selezione di
testi che si ordina intorno a tre grandi vettori teorici: un vettore
epistemologico, un vettore clinico e un vettore etico.
Il vettore
epistemologico: il grande tema dell'intreccio tra lo strutturalismo classico di
Saussure e Lévi-Strauss - di cui Lacan si serve abbondantemente nel corso
degli anni '50 - e la nozione di soggetto pensata fondamentalmente attraverso
Freud ma anche via Heidegger e Sartre. Ne deriva uno strutturalismo atipico
che non annulla ma include la nozione di soggetto: "Quel che differenzia
Lacan dallo strutturalismo classico - scrive Miller - è che in lui la struttura
ha un'azione; cioè, il soggetto correlativo a questa struttura non si trova veicolato
in questa catena che nella misura in cui è inserito dentro e ne paga il
prezzo".
Il vettore
clinico: la centralità progressivamente acquisita dal sintomo come distinto
dalle altre formazioni dell'inconscio (lapsus, motto di spirito, sogno, atto
mancato) perché irriducibile alla funzione ermeneutico-semantica del messaggio
in quanto implica non solo un voler-dire ma anche e soprattutto un
voler-godere, un'esigenza di soddisfacimento pulsionale, di godimento al di là
del principio di piacere. In questo senso per Miller il sintomo acquista il
nuovo statuto di partner del soggetto poiché è un modo per supplire la
disarmonia tra i sessi e perché essendo impossibile scrivere, come affermava
Lacan, il rapporto sessuale, "l'accoppiamento fondamentale di un soggetto
è sempre col sintomo".
Il vettore
etico: recuperare la lezione fondamentale della psicosi come orientativa di una
nuova etica. Questa nuova etica viene condensata da Miller in una formula
relativa al carattere "universale" del delirio: "Tutti gli uomini
delirano"! Questa formula è l'effetto dell'estensione logica della nozione
di forclusione che Lacan aveva riservato alla clinica delle psicosi in senso
stretto, essendo la forclusione quel processo specifico che impedisce che
nell'inconscio del soggetto si iscriva il significante fondamentale del Nome
del padre, ovvero quel significante che ordina l'insieme di tutti i
significanti e rende possibile un'esperienza sufficientemente ordinata del
mondo. Questa nozione ristretta della forclusione non esaurisce l'uso della
categoria. Miller teorizza infatti l'esistenza di una forclusione generalizzata
che non definisce più solo la posizione del soggetto psicotico ma la condizione
umana come tale. Non c'è infatti per gli esseri umani, presi nel linguaggio,
alcuna possibilità di unificare la parola alla Cosa perché un significante è
strutturalmente, innanzitutto, in rapporto agli altri significanti e non
direttamente alla Cosa. Quest'idea di una "denotazione vuota", o, se
si preferisce, di una disgiunzione essenziale tra la parola e la Cosa, di
un'impossibilità della parola a simbolizzare integralmente il reale della Cosa,
generalizza la forclusione: per gli esseri umani non tutto il reale è
assorbibile integralmente nel simbolico e dunque ciascuno è chiamato a trovare
una soluzione soggettiva per riuscire a trattare questo reale che eccede il
senso.
Qual è
dunque la posta in gioco decisiva del lavoro teorico di Miller? Sicuramente, ad
un primo e fondamentale livello, la lettura di Lacan. Questi saggi offrono in
effetti uno spaccato sintetico del metodo e della direzione di fondo della
lettura milleriana di Lacan. Innanzitutto il principio di metodo: pensare
costantemente "Lacan contro Lacan". Pensare cioè che la tortuosità
del percorso teorico lacaniano trovi il suo criterio metodologico nel fatto che
le sue svolte e i suoi cambiamenti di direzione, le sue torsioni interne
abbiano sempre a che fare con la rettifica teorica delle tesi sostenute da
Lacan stesso.
In secondo
luogo la direzione fondamentale dell'insegnamento di Lacan secondo Miller
consiste nel trasformare la psicoanalisi da una pratica storico-dialettica di
simbolizzazione progressiva del reale (quale viene presentata, per esempio, nel
celebre Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi del
1953) in una pratica del reale che ha al suo centro non tanto una dottrina
dell'interpretazione (la psicoanalisi viene infatti tendenzialmente rubricata
nel campo delle scienze umane come una disciplina ermeneutica tra le altre) ma
una dottrina del godimento, ovvero una dottrina dei limiti
dell'interpretazione. Il godimento - che come tale è eterogeneo al senso di cui
invece si nutre ogni ermeneutica - diventa infatti un concetto chiave
nell'insegnamento di Lacan, soprattutto dopo gli Scritti. Miller si è sforzato
di isolare e di valorizzare questa svolta interna al pensiero di Lacan: dal
primato e dall'autonomia dell'ordine simbolico all'inconsistenza e
all'inesistenza dell'Altro (per l'ultimo Lacan l'ordine simbolico non è un
ordine senza falle), dalla centralità della parola e del desiderio come
desiderio di riconoscimento all'esigenza di soddisfacimento della pulsione che
rigetta la dialettica dell'intersoggettività di cui si nutriva il desiderio
come desiderio dell'Altro e mostra invece il carattere fondamentalmente
autistico, a circuito chiuso, del godimento. A questo proposito non si può non
citare un vero e proprio gioiello di lettura milleriana di Lacan qual è il
saggio di apertura che ha ispirato il titolo del libro: I sei paradigmi del
godimento.
Qui lo sforzo di sintesi è veramente prezioso perché inquadra l'impalcatura della dottrina lacaniana del godimento ricostruendone la genealogia teorica che ci indica con precisione quanto l'esito dell'ultimo insegnamento di Lacan si allontani da ogni versione edipica della psicoanalisi mostrando piuttosto come il confronto con il reale del godimento avvenga per gli esseri umani senza possibilità di ricorrere all'ombrello del padre edipico, ad un principio unificatore trascendentale che garantisca la stabilità gerarchica dell'essere, ma anche senza possibilità di fare della stessa nozione di struttura una versione aggiornata, laica e antimetafisica, di questo principio trascendentale. Perciò Miller può concludere affermando, in riferimento all'ultimo insegnamento di Lacan, che "la struttura, una volta isolata, è sempre apparsa come onnipotente. Ora invece il suo limite appare qui, nel godimento dell'Altro come essere sessuato, perché c'è qui una relazione esposta alla contingenza, all'incontro, una relazione sottratta alla necessità [...