RASSEGNA STAMPA

4 FEBBRAIO 2002
PIETRO GRECO
Liberiamo l'energia dal carbonio

Inquinamento e cambiamenti climatici impongono nuove fonti.  L'alternativa c'è già, l'idrogeno

Per Nebojosa Nakicenovic, co­struttore di scenari globali presso l'International Institu­te for Applied Systems Analysis (IIASA) di Luxemburg, in Austria, l'obiettivo strategico dello sviluppo sostenibile è uno solo: «liberare l'energia dal carbonio». Costruire entro il XXI secolo sistemi energeti­ci a ogni livello in cui l'intensità di carbonio diminuisce progressiva­mente fin quasi a zero.

Nell'economia umana l'energia è sempre stata legata al carbonio, fin da quando uomo impara ad accendere e a controllare il fuoco, alcune decine di migliaia di anni fa.  Il carbonio, infatti, è l'elemento chi­mico che più di ogni altro caratte­rizza la materia vivente.  E per mil­lenni l'uomo è riuscito a controlla­re (quasi) solo le fonti energetiche di origine biologica: prima la legna ed il carbone, poi il petrolio e il gas naturale.

La rivoluzione industriale non ha modificato questo quadro.  In due secoli, l'industria ha modificato più volte le sue fonti primarie di energia, ma pescandole sempre tra quelle ricche di carbonio.  Fino al 1890, per esempio, la legna costitui­va la fonte primaria (forniva addi­rittura il 90% dell'energia ancora nel 1850).  Sul finire del XIX secolo è stata sostituita dal carbone, che si è affermata come fonte primaria fi­no quasi al 1960, sostituito poi a sua volta dal petrolio.  Oggi il petro­lio è ancora la fonte primaria di energia al mondo.  Il suo consumo continua a crescere, anche se a rit­mi sempre più rallentati.  In com­penso è in forte crescita il gas natu­rale, che ha già raggiunto e supera­to il carbone.  In definitiva, oggi l'uomo ricava il 75% dell'energia di cui ha bisogno dai combustibili fossili: il 32% dal petrolio, il 22% dal gas naturale e il 21% dal carbone.

I combustibili fossili sono relati­vamente facili da reperire e assolu­tamente facili ed economici da usa­re. L'economia industriale è stata costruita sui combustibili organici.  Tuttavia queste fonti di energia hanno un problema.  Insieme al­l'energia liberano sottoprodotti che risultano inquinanti.  Il carbonio, trasformato in biossido, interferi­sce con il ciclo del clima globale. Altri sottoprodotti della combustione (polveri, ossidi di azoto, lo stes­so monossido di carbonio) contribuiscono all'inquinamento locale, soprattutto in città.

Cosicché nel corso di questi due secoli l'uomo, bruciando com­bustibili organici, ha immesso nell'atmosfera oltre 270 miliardi di tonnellate di carbonio, contribuen­do a modificare il clima globale.  Le emissioni di carbonio sono aumen­tate soprattutto nel corso del XX secolo, passando da circa 0,5 miliardi di tonnellate annue del 1900 agli oltre 6,3 miliardi di tonnellate an­nue  nel 2000.  Grazie a queste emissioni antropiche, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è passata dalle 280 parti per milio­ne dell'epoca pre-industriale alle 370 attuali: il valore più alto degli ultimi 420.000 anni e, forse, degli ultimi 20 milioni di anni.  Tanta ani­dride carbonica in atmosfera contri­buisce a determinare una temperatura media più alta.  Tutti gli scena­ri concordano: se continueremo a immettere carbonio in atmosfera, nei prossimi decenni la temperatu­ra media del pianeta salirà di alcuni gradi.  Con conseguenze molto pe­santi per la vita di miliardi di perso­ne.

D'altra parte, proprio in questi giorni in Italia stiamo sperimentando quanto il rischio costante dell'in­quinamento urbano legato all'uso dei combustibili fossili in alcune oc­casioni possa diventare una vera e propria emergenza.

L'una e l'altra emergenza, quel­la globale e quella locale, non sono sostenibili.  Entrambe pretendono la forte riduzione delle emissioni di ­carbonio.  Questa forte riduzione può essere ottenuta in due modi diversi e non alternativi.  Primo: im­piegando sempre meno energia per produrre la medesima quantità di ricchezza.  Secondo: liberando, co­me propone Nebojosa Nakiceno­vic, l'energia dal carbonio, ovvero trovando fonti non carboniose di energia.

La prima opzione è, in qualche modo, inscritta nella storia dell'eco­nomia e dell'energia usata dall'uo­mo. Tutte le economie di mercato, raggiunta la maturità, hanno fonda­to sull'efficienza e, quindi, sull'effi­cienza energetica una parte notevo­le della loro competitività economi­ca. Cosicché nei paesi industrializzati dell'occidente l'intensità ener­getica diminuisce in modo costan­te. E in modo costante diminuisce l'intensità di carbonio, ovvero il car­bonio emesso per unità di ricchez­za. Oggi anche la più grande econo­mia emergente vede diminuire la sua intensità energetica.  Cosicché negli ultimi 50 anni l'intensità di carbonio nel mondo è diminuita del 40%, passando da circa 250 ton­nellate di carbonio per milione di dollari di ricchezza prodotta del 1950 a meno di 150 tonnellate nel­l'anno 2000.  Tuttavia la ricchezza prodotta è aumentata a ritmi anco­ra maggiori.  Cosicché i consumi as­soluti di energia e la produzione assoluta di anidride carbonica sono aumentate.  Segno evidente che que­sta prima opzione è necessaria, ma non è sufficiente per lo sviluppo sostenibile.

In pratica non basta migliorare l'efficienza del sistema e non basta passare dai combustibili fossili più inquinanti (carbone, petrolio) a quelli meno inquinanti (gas natura­le).  Occorre attivare anche la secon­da opzione.  Occorre liberare del tut­to l'energia dal carbonio.  Occorro­no fonti energetiche alternative.  Queste fonti prive di carbonio non occorre più cercarle.  Già ci sono.  C'è l'energia eolica e c'è l'energia fotovoltaica.  Queste fonti si stanno sviluppando a ritmi molto veloci, proprio come il petrolio a inizio del '900.

Ci sono ancora l'energia idroelettrica, geotermica e da biomasse che crescono a ritmi meno sostenu­ti. Secondo gli analisti della Shell, una delle grandi multinazionali del petrolio, nel giro di venti anni al massimo tutte queste fonti saranno economicamente competitive e ini­zieranno a intaccare l'egemonia dei combustibili fossili.  Ma la fonte che promette di liberare definitivamen­te l'energia dal carbonio è quella fon­data sull'idrogeno.  Questa fonte è usata da sempre dagli ingegneri spa­ziali per inviare razzi oltre l'atmosfe­ra terrestre.  Ma da qualche tempo ci sono in giro per il mondo autobus e automobili a idrogeno.  Insomma la tecnologia comincia a esserci.

Il costo del veicoli a idrogeno è ancora proibitivo rispetto a quello dei veicoli a combustibili fossili.  Ma è stato calcolato che impiantando negli Usa o in Europa circa 10.000 distributori di idrogeno e allestendo una rete energetica alternativa l'idro­geno potrebbe diventare rapidamen­te competitive.

Tanto rapidamente che, sogna l'americano Peter Schwarz, ex anali­sta della Shell, nel 2050 «il mondo girerà a idrogeno». Lo Stockolm En­vironment Institute calcola che le fonti alternative possano soddisfare subito il 25% della domanda mon­diale di energia senza sforzi tecnolo­gici enormi e senza rischiare la rovi­na economica.

Cosa ostacola, dunque, questo processo?  Set Dunn, esperto del Worldwatch Institute di Washington, non ha dubbi: la politica e la sua mancanza di coraggio.  Con po­che azioni politiche, come eliminare gli incentivi alle fonti carboniose, in­trodurre una seria tassazione ambientale, darsi (come ha fatto l'Unione Europea) obiettivi precisi nel tempo (12% di fonti alternative nel 2010), é possibile iniziare a liberare l'energia dal carbonio e il mondo dall'incubo del cambiamento del clima.
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