![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 FEBBRAIO 2002 |
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Ci
sono persone che scoprono di avere una vocazione per la filosofia in
circostanze inusuali. Quelle di Richard
M. Hare furono non solo inusuali, ma anche drammatiche. Durante la prigionia in un campo giapponese,
nel corso della Seconda guerra mondiale, il giovane Hare scrisse a mano un
intero libro, mai pubblicato, che ha costituito in parte la base del suo primo
lavoro dedicato alla ragion pratica. Si
tratta del momento iniziale di una carriera che lo ha portato a ricoprire
incarichi accademici di grande prestigio (è stato il White's Professor di
filosofia morale a Oxford e Fellow di Balliol e poi di Corpus Christi), ma
anche a occuparsi di questioni scottanti del dibattito pubblico su temi che
vanno dalla bioetica alla pianificazione urbanistica. Si può dire che Hare è stato uno degli autori che più hanno
contribuito alla nascita dell'etica applicata, dando rigore e dignità argomentativa
a un genere che prima consisteva in buona parte di interventi estemporanei e
non sempre rigorosi. Di Hare bisogna
anche ricordare gli scritti su Platone, non sempre persuasivi ma di grande
rigore. Una carriera continuata ben
oltre la pensione e interrotta solo dalla morte, avvenuta nei giorni
scorsi. Dalla filosofia Hare ha preso
congedo lentamente, per una malattia che lo aveva colpito alcuni anni fa,
occupandosi della pubblicazione dei suoi ultimi scritti e continuando a
rilasciare interviste.
Hare
aveva negli anni elaborato una sua distintiva posizione nel campo della
filosofia morale che lui stesso aveva chiamato «prescrittivismo
universale». Si tratta di una posizione
originale, che rielabora alcuni tratti peculiari dell'utilitarismo e della
filosofia di Kant. Per cominciare,
Hare si era opposto (nel suo The Language
of Morals del 1952) agli argomenti degli emotivisti, cioè di quei filosofi
che negano che gli enunciati del linguaggio morale abbiano un significato. Per tali autori, di cui A.J. Ayer è l'esempio più noto, gli
enunciati morali hanno solo una forza espressiva: essi cioè esprimono stati
d'animo, ma non comunicano propriamente alcunché. Hare aveva avuto buon gioco nel confutare questa posizione, e
aveva mostrato che gli enunciati morali possono essere analizzati scomponendoli
in due parti: una che parla di stati di cose nel mondo reale e l'altra che
qualifica questi stati di cose reali attraverso un operatore deontico (cioè un
simbolo che dice che lo stato di cose di cui si parla deve, o non deve, essere
realizzato).
Sotto
l'influenza di Frege e di J.L. Austin, Hare contribuiva in questo modo a
restituire dignità alla filosofia morale, che non veniva più considerata una
specie di psicologia empirica, ma lo studio di una parte del nostro
linguaggio. Ma cosa distingue una
regola morale da un comando, magari ingiusto, formulato da una persona che
potrebbe anche non avere l'autorità per farlo?
La risposta, per Hare, può essere trovata in una seconda caratteristica
del linguaggio prescrittivo, che ci consente di distinguere le regole morali
dai semplici comandi. Le regole morali
sono universalizzabili, cioè esse implicano una prescrizione universale (e non
generale, si badi bene) di comportamento per chiunque si trovi in simili
circostanze. Una regola è morale solo
se può diventare una massima per l'azione.
A partire dai suoi lavori di filosofia del linguaggio prescrittivo Hare ha elaborato e arricchito, nel corso degli anni, questa posizione, riflettendo, in particolare, sulle caratteristiche del siero morale. A questo tema è dedicato Moral Thinking, pubblicato nel 1981, uno dei pochi libri cui sia stato dedicato un intero volume di saggi (Hare and Critics, a cura di D. Seanor e N. Fotion, Oxford University Press, Oxford 1988). In questo lavoro spicca la figura dell'Arcangelo, un tipo ideale della persona che riflette sui problemi morali, che serviva per mettere a fuoco la differenza, ma anche i punti di contatto, tra le nostre intuizioni morali e la riflessione critica su di esse, che è tipica della filosofia. Forse non è casuale che una persona profondamente religiosa come Hare scegliesse una figura della tradizione biblica proprio per illustrare un aspetto della sua peculiare forma di utilitarismo. L'Arcangelo di Hare è una specie di utilitarista kantiano che dovrebbe ispirare (come un ideale normativo di umanità) le scelte di ragionatori imperfetti e di peccatori consapevoli.