RASSEGNA STAMPA

3 FEBBRAIO 2002
ALESSANDRO PAGNINI
Le condizioni del pensiero

Robert Stern rilancia una delle forme più classiche del ragionamento filosofico

Dal «cogito ergo sum» di Cartesio a Kant e Husserl, fino a Strawson e Putnam: così da sempre si cerca di confutare lo scetticismo

Prendete una qualsiasi cosa di non controverso e di non discutibile, possibilmente di importanza fondamentale (come potrebbe essere la nostra esperienza, oppure il nostro linguaggio, il nostro concettualizzare stati di cose oggettivi, eccetera), e pensate a qualcos'altro che valga come condizione necessaria perché quella cosa sia possibile: avrete costruito un argomento trascendentale. Per esempio, si parte dalla considerazione inoppugnabile che noi abbiamo esperienza di un qualche genere, e si procede dimostrando che, a meno che non si dia una certa cosa (per esempio, l'esistenza di corpi materiali), quel

l'esperienza non sarebbe possibile (sarebbe inintelligibile), e si conclude che quella cosa si dà davvero.

Il conio e l'uso degli argomenti trascendentali è sempre ovviamente riferito a Kant; ma di essi se ne può anche rintracciare un'applicazione rilevante nella difesa del Cogito da parte di Cartesio, o addirittura nel quarto libro della Metafisica, dove Aristotele argomenta a difesa del principio di non-contraddizione. Dopo Kant, gli argomenti trascendentali hanno avuto alterne fortune; ma è indubbio che i filosofi hanno continuato a farci affidamento. E non solo quei filosofi che ostentano un'ispirazione kantiana, come Strawson, o come Putnam che confuta lo scettico con il noto argomento dei "cervelli in una vasca"; ma anche Wittgenstein che argomenta contro la possibilità del "linguaggio privato", o Davidson che difende l'idea che le credenze siano per loro natura generalmente vere; e poi anche Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty che discute l'esperienza del corpo nella Fenomenologia della percezione e infine, come ci indica convincentemente (e simpateticamente) Robert Stern, ("Transcendental Arguments and Scepticism", Clarendon Press, Oxford 2001, pagg. 262, £ 35; edited by, "Transcendental Arguments", Oxford University Press, Oxford 1999, pagg. 328, £ 40) Hegel che argomenta sia contro lo scettico sia contro Kant, nel capitolo sulla coscienza della Fenomenologia dello spirito.

Dunque, di argomenti trascendentali ne troviamo a iosa nella filosofia moderna e contemporanea, e troviamo anche chi li impugna fieramente a dimostrazione che, proprio perché si può concludere qualcosa di sensato con il loro uso, la "fine" della filosofia o anche una sua "naturalizzazione" in toto sono là da venire; eppure resta ancora incerta una loro definizione, e soprattutto per alcuni è dubbio, dopo l'acceso dibattito che coronò un boom di argomenti trascendentali tra gli anni Sessanta e Settanta, che essi siano argomenti validi.

Il filosofo americano Barry Stroud, per esempio, insinuò che gli argomenti trascendentali, intendendo dimostrare che una cosa è necessaria affinché un'altra risulti intelligibile, fanno un uso implicito dello screditato principio di verificazione (secondo cui i concetti ci sono intelligibili solo se conosciamo le condizioni empiriche sulla cui base potrebbero essere applicati), e che, inoltre, quello che al massimo possono provare è che noi siamo vincolati a credere che vi siano, per esempio, altre menti e oggetti materiali, ma non che vi sono altre menti e oggetti materiali.

Altri filosofi, hanno mosso ai "trascendentalisti" l'accusa di idealismo (Rorty contro Davidson, per esempio), in quanto li hanno visti costretti a superare il dualismo apparenza/realtà limitando la conoscenza possibile a ciò che è dipendente dalla mente. Altri ancora, hanno obiettato che, siccome il tipo di necessità che gli argomenti trascendentali dimostrano è una necessità "metafisica" (quindi né analitica né del tipo implicato dalle leggi naturali), la capacità di fornire intuizioni modali allo scopo di produrre conoscenza di quel tipo di necessità non è meno misteriosa della capacità del nostro apparato percettivo di fornirci conoscenza del mondo esterno.

Stern ha avuto il merito di rivitalizzare il dibattito intorno a questi interessanti temi, prima con una antologia che, oltre a contributi di autori importanti come lo stesso Stroud, Bell, Cassam, Bird, Walker, raccoglie anche una preziosa bibliografia sull'argomento; poi, con una monografia che si concentra sull'uso dell'argomentazione trascendentale come risposta alla sfida scettica. In tema di scetticismo, Stern ne individua opportunamente due forme: una definita "epistemica" e una definita "giustificatoria" (a sua volta distinguibile in una forma di "scetticismo giustificatorio affidabilista" e in una di "scetticismo giustificatorio normativo"). La prima attacca la conoscenza come tale, e la seconda, in modo ben più drammatico, il fatto che noi si possa dire legittimamente di avere credenze ragionevoli e giustificate. E mentre lo scettico "affidabilista" mette in discussione che, al fine della giustificazione, si possa far appello in modo non circolare a metodi appropriati di formazione delle credenze (come la percezione o l'induzione, per esempio), lo scettico "normativo" mette in discussione che credenze particolari possano essere supportate dal

l'evidenza, anche quando si diano per scontati metodi affidabili per la loro acquisizione (per esempio, nega che si possa giustificare la credenza nel

l'esistenza continuativa di oggetti non percepiti, dal momento che l'evidenza fornitaci da metodi affidabili come la percezione o l'inferenza induttiva non è sufficiente a supportarla). Stern, mentre contesta che gli argomenti trascendentali possano qualcosa contro lo scettico che nega la certezza delle nostre credenze o l'affidabilità dei nostri metodi per formarle, sostiene che essi ci possano aiutare a risolvere il problema della giustificazione normativa - quella alla luce di cosiddette norme "doxastiche" - di credenze particolari come le credenze del

l'esistenza del mondo esterno, della necessità causale (interessante, a proposito, la sua rilettura della Seconda Analogia di Kant) e delle altre menti (e qui è convincente il suo districarsi tra Davidson, Kripke e Strawson); ma che lo possono fare solo se si rinuncia all'idea che debbano rispondere direttamente e completamente allo scettico e se ci si aspetta da loro solo risposte più deboli. L'uso corretto di tali argomenti, per Stern, è un uso "diagnostico", che non dimostra verità, ma soltanto l'incoerenza e l'autocontraddizione dello scettico, e che cerca di minare il terreno filosofico su cui lo scettico costruisce i suoi dubbi. Un esito non nuovo, da quando Kant stesso si accorse che "il gioco" dello scettico "si ritorce ai suoi danni". Di nuovo c'è che gli argomenti trascendentali, nella versione di Stern, sembrano servire ora più a una filosofia "decostruttiva" che a una filosofia "fondazionale" e con pretese conoscitive; e la sorpresa (ma ormai non più tanto) è che sembra sia stato lo stesso Kant ad averne anticipato un uso "post-wittgensteiniano".
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