![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 GENNAIO 2002 |
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Intervista a Ronald Rivest
Lo studioso è oggi a Roma per ricevere una laurea honoris causa
Esperto crittografo ha creato un sistema per la privacy
informatica
Narrano Le vite dei dodici Cesari di Svetonio
che Cesare Augusto scriveva i suoi messaggi sostituendo ogni lettera con quella
seguente nell'alfabeto, così che per esempio "cesare" diventava
"dftbsf". Giulio Cesare, leggermente più sofisticato, sostituiva ogni
lettera con quella che segue tre posti più in là nell'alfabeto, così che questa
volta "cesare" diventava "fhvduh". Oggi questi trucchi
fanno ridere i polli, e forse già allora facevano ridere i Galli.
Un po' più
complicati sono i metodi che sostituiscono ciascuna lettera con un'altra, in
ordine sparso. Esempi famosi si trovano nei racconti Lo scarabeo d'oro di Edgar
Allan Poe e L'avventura dei pupazzi ballerini di Arthur Conan Doyle. Tutti
questi metodi non sono, però, difficili da decodificare: oggi si conoscono,
infatti, le frequenze di occorrenza di ogni lettera nelle lingue comuni, e una
semplice analisi statistica permette di ricostruire un testo sufficientemente
lungo in modo quasi automatico.
Un metodo a
prova di bomba, anche se non di imboscata, fu inventato da Gilbert Vernam nel
1917. Si traduce il messaggio in una sequenza di numeri, che viene poi appaiata
a una seconda sequenza casuale che costituisce la "chiave": per
codificare il messaggio lo si somma cifra per cifra alla chiave (senza
riporti), e per risalire dalla codifica al messaggio si sottrae la chiave. Nel
suo Diario di Bolivia Che Guevara narra di aver usato questo metodo per
comunicare con Castro, e la chiave gli fu effettivamente trovata addosso quando
fu catturato.
Il metodo
Vernam, benché perfettamente sicuro, ha lo svantaggio di richiedere che
mittente e destinatario possiedano due copie di una stessa chiave. Oggi si
preferisce dunque usare un metodo basato su chiavi diverse, la cui essenza sta
in una variazione del trucco seguente. Il mittente pone il messaggio in una
cassetta, che chiude con un lucchetto. Il destinatario riceve la cassetta, ci
mette a sua volta un lucchetto e la rispedisce al mittente. Questi toglie il suo
lucchetto e rimanda la cassetta al destinatario, che ora può aprire il proprio
lucchetto e leggere il messaggio. La cosa essenziale è che mittente e
destinatario hanno usato ciascuno la propria chiave individuale, senza bisogno
di doverne avere una in comune.
Naturalmente,
far funzionare matematicamente l'idea non è facile. Ronald Rivest, professore
al famoso Mit, uno dei più noti informatici del mondo, ci è riuscito nel 1978:
oggi il suo metodo è universalmente usato ogni volta che si richiede una certificazione
sicura, dal commercio elettronico alle firme digitali. L'abbiamo intervistato
in occasione della laurea ``honoris causa'' che l'Università di Roma La
Sapienza gli conferirà oggi alle ore 11, nell'Aula Magna in Piazzale Aldo Moro,
per i suoi lavori sulla crittografia a chiave pubblica e la sicurezza dei
sistemi e delle reti informatiche.
Che cosa si
prefigge la crittografia, privata o pubblica?
"In
entrambi i casi, gli scopi sono gli stessi: confidenzialità e certificazione.
La crittografia pubblica, però, permette una maggior flessibilità perché una
delle chiavi (quella del destinatario) può essere divulgata senza
problemi".
In che cosa
consiste l'essenza del metodo che l'ha reso famoso?
"Molto
semplicemente, si basa sul fatto che l'operazione della moltiplicazione, che
tutti conoscono, è facile da fare ma difficile da "disfare". Più
precisamente, il metodo protegge la chiave segreta del mittente sfruttando il
fatto che è facile accorgersi se un numero è primo o no, ma è difficile trovare
i suoi fattori nel caso che non lo sia".
E come l'ha
trovato?
"L'ho
sviluppato insieme a due colleghi, Shamir e Adleman, e per questo oggi è noto
con l'acronimo Rsa. Mi ricordo che io e Shamir continuavamo a proporre metodi
di crittografia pubblica, e Adleman riusciva sempre a smontarli. Ma alla fine
ne abbiamo proposto uno che nessuno è riuscito a demolire".
E se un
giorno qualcuno trovasse un modo facile per "disfare" la
moltiplicazione?
"Bella
domanda! L'informatica è una scienza ancora in divenire, ed è probabile che ci
riserverà sorprese: magari proprio quella che lei suggerisce. Allora il nostro
metodo non sarà più sicuro, ma altri (ad esempio, qualcuno di quelli basati
sulle curve ellittiche) potrebbero sempre funzionare".
E se invece
si trovasse la soluzione del più famoso problema aperto dell'informatica, il
cosiddetto problema P=NP, che renderebbe facile "disfare" non
soltanto la moltiplicazione, ma un gran numero di altre operazioni che per ora
ci appaiono complicate?
"Quella
sarebbe una vera catastrofe per la crittografia, perché quasi tutti i metodi
moderni diventerebbero inservibili. Bisognerebbe tornare a Vernam. Sono proprio
problemi come questo a mostrare la necessità di spingere l'acceleratore sulle
ricerche dell'informatica teorica".
Che ruolo
avranno i computer quantistici in tutto ciò?
"Per il
momento sembra che ci siano enormi difficoltà ingegneristiche nella costruzione
di computer quantistici in grado di fattorizzare numeri con molte cifre, come
quelli usati in crittografia. Ma si stanno facendo progressi, e magari in
qualche decennio sarà possibile costruirli. Personalmente, io credo però che le
difficoltà siano insormontabili".
Qualche anno
fa avete venduto la compagnia che commercializza il metodo Rsa per 200 milioni
di dollari. Questo smentisce il motto del matematico Hardy, che "la teoria
dei numeri è completamente inutile". Solleva però anche problemi etici?
"I
brevetti in crittografia hanno una lunga e onorevole storia: ad esempio, Vernam
ha brevettato il suo metodo nel 1917. Io non ci vedo nessun problema etico, non
più che altrove. Lo stato o la società potrebbero decidere che in certi campi
non ci devono essere brevetti, o che devono avere una durata limitata, ma
questi sono problemi di natura più giuridica che etica".
Anche quando
si tratta di brevettare geni?
"In
quel caso la cosa è diversa, visto che i geni sono già stati
"inventati" da qualcun altro: l'evoluzione o Dio, a seconda delle
proprie credenze. Io trovo piuttosto strano brevettare geni che già esistono in
natura".
Recentemente
si è saputo che il suo metodo era già stato trovato in precedenza da tre
ricercatori che lavoravano per lo spionaggio britannico. Che ne pensa di questo
genere di ricerca segreta, fatta per l'esercito o il governo?
"Non ci
vedo nessun problema, a meno che quella ricerca sia illegale o immorale: ad
esempio, se va contro il diritto alla privacy. Se qualcuno scopre cose che vuol
tenere segrete, buon (o peggio) per lui. Naturalmente, la ricerca pubblica non
può che basarsi su ciò che è di pubblico dominio".
A proposito
di privacy, qual è il ruolo della crittografia?
"Può
essere usata per implementare sistemi rivolti a preservare la privacy, ma è
solo una parte della soluzione. Un'altra parte, ad esempio, è la sicurezza dei
sistemi operativi: se n'è accorto anche Bill Gates, che ha recentemente
istruito la Microsoft a fare molta più attenzione al problema".
Lei è
coinvolto nel progetto statunitense sul voto elettronico. Che tipo di problemi
bisogna risolvere?
"Il più
interessante è la soluzione del conflitto di interessi tra l'anonimato dei
votanti e l'affidabilità del conteggio dei voti. E' facile sviluppare belle
interfacce grafiche che rendano agevole la votazione. Più difficile è evitare
che dentro un "software" complicato si nascondano procedure
truffaldine che falsino il conteggio, magari in maniera sistematica".
Quando si
arriverà al voto elettronico?
"Bisogna evitare di saltare sul carro delle prime proposte, fino a quando non si sia sviluppato un sistema veramente affidabile. E c'è ancora molta ricerca da fare, prima di arrivarci. Credo che sia meglio aspettare almeno una decina d'anni, prima di cominciare a votare elettronicamente da casa".