![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 GENNAIO 2002 |
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Un'edizione rinnovata e curata filologicamente del classico
manuale di retorica di Quintiliano
Osservava Leopardi
(Zibaldone, n. 2916) che gli antichi avevano ben altro culto della parola e
dello stile rispetto a noi: noi non conosciamo nemmeno "tutte le
squisitezze degli artifizi e degli accorgimenti che gli antichi insegnavano
comunemente e adoperavano, e che si possono vedere negli scritti rettorici di
Cicerone e di Quintiliano". Era l'età romantica ed esporre questo
implicito rimpianto o proporre questa implicita ricetta, anche se poi corretta
dalla modernità leopardiana, non era alla moda. Le grandi età moderne delle
tecniche scolastiche del parlare e dello scrivere erano state quelle di tre o
quattro secoli prima. Tetrarca conosceva ancora frammentariamente Quintiliano
ma già lo amava; e quando Poggio Bracciolini per ingannare la noia del
Concilio di Costanza andò a San Gallo e in fondo alla torre di quel monastero,
in uno stato "indegno di un libro", tra muffe e polvere, trovò il
manoscritto completo dell'Institutio oratoria dell'antico professore, fu un
clamore epocale. Si colse il valore nuovo e meraviglioso del suo modello di
educazione dell'oratore, ma anche dell'uomo, ed esso non ha cessato di ispirare
fino a oggi, o almeno a ieri, la struttura scolastica e l'ideale umano
dell'Occidente.
Marco Fabio
Quintiliano venne a Roma dalla natìa Spagna prima come studente poi per
vent'anni come insegnante stipendiato prima da Vespasiano poi dai suoi figli
Tito e Domiziano. Fu il primo professore statale e sostenne sempre il valore
della scuola pubblica. Ma non ebbe una vita molto felice e per poco le sventure
non piegarono le sue forze e la sua devozione alla letteratura. Prima perse la
moglie diciannovenne, poi due figli ancora piccoli, "e dunque l'unica
scelta da parte mia sarebbe stata che gettassi questo sciagurato lavoro e
quanto c'è in me di creazione letteraria su quel rogo prematuro, tra le fiamme
che avrebbero consumato fino all'ultimo le mie viscere". Detto questo nel
Proemio al sesto libro della sua opera, egli continuò tuttavia per altri sei e
concluse l'intero ciclo della formazione di un oratore, dalle fasce alla
tribuna.
Il suo fu
definito "un classicismo riformato". Giudicando anch'egli, come il
suo contemporaneo Tacito, che l'oratoria fosse in declino, sopraffatta dalla
filosofia e ridotta al "piacere malsano della moderna affettazione",
a giochetti di parole senza princìpi saldi (Seneca aveva asserito che non ci
sono regole fisse e che le mode trasformano in continuazione lo stile),
Quintiliano volle formare i veri e degni uomini di Stato, gli oratori, in una
concezione globale dell'humanitas tipica dell'antica Roma. Educare degli
oratori vuol dire educare dei galantuomini per il bene pubblico. Non per nulla
il trattato s'intitola Institutio, "istruzione, educazione del buon
oratore"; e almeno il primo dei grandi blocchi in cui è diviso delinea
l'educazione primaria completa, è un trattato di pedagogia che comprende oltre
alla grammatica la musica e altre arti liberali, e soprattutto la morale o
almeno il comportamento.
Solo dopo
entra nel vasto fiume dei vari compartimenti della retorica: ossia la ricerca e
l'ordinamento del materiale da trattare, quindi lo stile, i mezzi e il modo con
cui esporlo. Tradotto in termini moderni, e così come fu inteso e tradotto in
pratica dal Rinascimento, l'ideale è quello dell'uomo virtuoso e colto capace
di presentare le sue idee in modo brillante ed efficace. E qui forse spunta una
possibilità di ricupero del ponderoso trattato di Quintiliano, se non nella
sostanza, almeno in un'idea. Lo fa notare Adriano Pennacini nell'introduzione
alla nuova edizione che dell'Institutio oratoria ci dà la Pléiade Einaudi (Quintiliano,
"Institutio oratoria", edizione col testo latino a cura di A.
Pennacini e M. S. Cementano, A. Falco, R. Granatelli, A. M. Milazzo, F.
Parodi Scotti, T. Piscitelli, M. Squillante, R. Valenti, M. Vallozza,
V. Viparelli, D. Vottero; Torino 2001, 2 voll., pagg. LXXXVI, 1092, 1096; €
129,11). Nel corso del XX secolo - insiste Pennacini - la retorica è stata
riscoperta non solo come strategia generale della comunicazione linguistica ma
anche come tecnica dell'elaborazione di un discorso mirato a convincere e a
persuadere o, e sempre più, alla produzione di messaggi, verbali o figurativi.
Pretendere che il manuale per i produttori di filmetti e di spot televisivi, o il libro di testo per le scuole e scuolette di tecniche della comunicazione per soggetti ignari e incapaci di porgere in pubblico sia il vecchio Quintiliano, sarebbe eccessivo; anche perché c'è da temere che servano di più i suoi consigli spiccioli sulla buona pronuncia o sul gesto suadente che non il suo progetto globale. Però una riflessione storica egli la produce. In fondo, questa civiltà meccanica e cibernetica è rimasta in dominio della parola e dell'immagine, del trucco della cultura; ci si bea ancora ai piedi di una tribuna a sentire e a guardare chi è dicendi peritus - ma forse non vir bonus. Comunque sia, almeno un consiglio utile Quintiliano lo dà agli scrittori e agli editori. Sùbito all'inizio, nella lettera al suo editore Trifone egli dice: "Io ritenevo che questi miei libri non fossero ancora giunti al punto giusto di maturazione: per comporli, come sai, ho impiegato poco più di due anni, e questo tempo l'ho dedicato non tanto a scrivere, ma piuttosto alla ricerca del materiale quasi infinito e alla lettura di innumerevoli autori. Avvalendomi poi del consiglio di Orazio, che nell'Ars poetica suggerisce che non si affretti mai la pubblicazione di un'opera e che essa "sia tenuta nascosta fino al nono anno", davo riposo ai libri da me scritti affinché raffreddatosi un po' l'entusiasmo creativo li riprendessi con più severità".