![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 GENNAIO 2002 |
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E' morto a settantun anni il filosofo che molti consideravano
erede di Sartre. Famosi i suoi studi sull'universo femminile
Idolo dell'ultrasinistra,
denunciò la "prostituzione ai mass-media"
Un giorno,
nel 1995, il sociologo Pierre Bourdieu manifestò e fece lezione agli studenti
sul tetto del Collège de France. Tirava un vento gelido, erano tutti
intirizziti, ma nessun ragazzo perse una parola di quel professore dai tratti
virili, del pensatore ormai conosciuto come l'erede di Sartre. Era dalla
scomparsa dello scrittore della Nausea che l'ideale movimentista non
s'incarnava in un personaggio così vitale e così intellettualmente muscoloso.
Tutto in lui assumeva il sapore della protesta, anche la sua morte a 71 anni,
avvenuta ieri e causata da un cancro, Bourdieu l'avrebbe voluta nascondere per
non dare soddisfazione ai suoi nemici, all'intellighentsia fasulla di una
Parigi senza "lumières", se non quelle di vacillanti candele cerebrali.
E con Bordieu muore il coraggio di dire no alla tv, agli orpelli della carta
stampata e alle sirene virtuali e cinematografiche. Tempo fa disse, parola più,
parola meno: essere di sinistra, sventolare bandiere rosse o anarchiche,
lanciare propositi infiammati e poi darsi docilmente ai palcoscenici dei media
con interminabili blablabla è come baciare, nascostamente, le chiappe del
capitalismo e della mondializzazione. Era una specie di Catone rosso dei nostri
giorni ed era odiato, terribilmente odiato. In Italia avrebbe fatto strage.
Nel 1998, il
suo libro La domination masculine , tutta una scalata intellettuale delle più
ardite tra pastori della Cabilia e Virginia Woolf, volle dimostrare che la
società è organizzata intorno alla dualità uomo-donna in tutti gli aspetti
della vita. Ricordiamo questa sua immagine: è maschile l'"alto", il
"sopra", il "secco", il "duro"; è femminile
l'"umido", il "molle", lo "sciapo",
l'"oscuro". Le donne non debbono mai temere di essere se stesse,
anche se, apparentemente, ne escono "male", sono giudicate
negativamente. Alcune tra le femministe più sapienti di Francia reagirono in
modo feroce.
Solitario e
ispido, Bourdieu era una delle figure maggiori della sociologia contemporanea.
Direttore dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociale nel 1964 e
professore al Collège de France dal 1982, le sue lezioni a Princeton, Harvard e
al Max Planck Institut di Berlino erano prese d'assalto dagli studenti. Per lui
il sociologo era "philosophe-roi". Specie quando la sua collera
sollevava marosi, come fu il caso, nel 1994, col libro Misère du monde in cui
Bourdieu denunciava l'esclusione, meglio delle fotografie di Cartier-Bresson e
dei cameramen che si aggirano in Africa e in Afghanistan nei nostri giorni.
Era un guru
dell'ultrasinistra, un uomo della "gauche de gauche", definito dalla
destra pensante uno spietato settario. Bourdieu era catalogato con i peggiori
ritratti negativi: "homo bolscevicus", "maoista
decerebrato", "un quasi Céline", "manipolatore di
giovani". Fino all'ultimo, nel letto dell'ospedale Saint-Antoine, il
manipolatore ha corretto i lavori dei suoi allievi.
L'oppressione
dell'uomo sull'uomo e dell'uomo sulla donna, sosteneva in sostanza Bourdieu,
era tanto scontata da farsi legge e da essere accettata dalle stesse vittime.
Lo sosteneva anche Marx. Ma Bourdieu aggiungeva che una vera sociologia
doveva smantellare questa fatalità, la critica doveva sbriciolare la critica,
per di più dopo il diktat che non c'era mondo migliore del liberismo dopo la
caduta del muro di Berlino. Tentava di vedere la realtà sociologica in modo
nuovo attraverso quella che chiamava una rivoluzione simbolica. Anzi, la
violenza simbolica strumentalizzata talora dalla cultura neocapitalista che
restaura il passato e si presenta come progressista, che trasforma la
regressione in progresso. "Per questo motivo - diceva Bordieu - bisogna
urlare perché dobbiamo restaurare l'utopia, uno degli scopi di questi governi
neo-liberali è proprio quello di uccidere l'utopia".
Aveva
un'avversione naturale per la politica. Se ne può avere un'idea ricordando che,
nel 1980, aveva sostenuto la candidatura all'Eliseo di un comico popolare come
"Coluche". La Francia dei Lumi Rossi si è sempre chiesta: abbiamo
bisogno di Bourdieu e della sua "sociologia della dominazione"? In un
suo libro, la storica Jeannine Verdès-Leroux ha tentato una risposta:
"Le opere di Bourdieu rivelano un'ossessione, quella di credersi
Dio". Nell'universo spietato di Bourdieu l'uomo resta un lupo nei
confronti della donna. Forse la storica Verdès-Leroux, come dissero gli amici
del sociologo dopo la pubblicazione del libro, amava essere morsa. Ma Bourdieu
non l'azzannò, non rispose.
L'accusa di "terrorismo sociologico" fece apparire sulle labbra del professore uno di quei suoi sorrisi alla Clint Eastwood. Bourdieu sapeva di piacere solo a pochi intimi e tra questi pochi intimi le donne erano in maggioranza. Ai loro occhi era il più grande sociologo del Duemila, il pensatore che permetteva loro di esistere, di dare alla vita il sapore dell'impegno. Senza mai abbandonare, né sui tetti del Collège de France, né durante le manifestazioni, il rigore della scientificità.