RASSEGNA STAMPA

24 GENNAIO 2002
GOFFREDO BUCCINI
Hardt: "La mia sfida all'Impero insieme a Toni Negri"

Esce il libro che lo studioso americano ha scritto in collaborazione con il "cattivo maestro" dell'Autonomia. Un saggio diventato un manifesto no global

"Oggi viviamo una guerra civile. E noi due non stiamo né con gli Usa né con Osama"

Come molti rivoluzionari, ha occhi e sorriso da bambino il Marx dell'era globale ("beh, semmai io sarei Engels", rettifica, ridacchiando). Nel suo piccolo appartamento poco lontano dall'Hudson, racconta il mondo nuovo che ha in testa usando un italiano brillante, sfoderando parole come "isomorfismo". E, sempre con una risata lieve, spiega: "Ho imparato la lingua a Parigi, con quei matti di italiani". Si riferisce ai fuorusciti degli anni Settanta? "Appunto. Sono stato lì dall'86 al '91". E che ci faceva a Parigi? "Volevo incontrare Toni. Toni Negri. Ero senza un soldo, dormivo in una libreria. Avevo letto tutto quello che lui aveva scritto e avevo tradotto il suo lavoro su Spinoza. Volevo diventare un suo studente. Però, la prima volta, lui mi ha offerto una pizza e mi ha detto: "Non cerco uno studente, ma un amico". E abbiamo cominciato a passeggiare per i giardini del Luxembourg discutendo di filosofia. Era affettuoso, aperto. Faceva finta che fossimo allo stesso livello, anche se allora non era affatto vero - e non è vero neanche adesso che, almeno, sono capace di collaborare. Il Negri che conosco non è quello che avete raccontato sui giornali: è un uomo generoso, una macchina piena di progetti di lavoro. Ma non sto a difenderlo, lui sa farlo benissimo da solo".

Comincia così, forse, con quelle febbrili passeggiate parigine, la storia di Empire , il libro che Michael Hardt, 42 anni, associato alla cattedra di Letteratura della prestigiosa Duke University, ha scritto assieme al professore di Padova, al "cattivo maestro" dei nostri anni bui: un volume che prova a dare un ordine sistematico allo scenario globale e pronostica la rivoluzione della "moltitudine", in una realtà ormai senza centro economico o politico.

Empire (che, tradotto nella sua versione italiana di Impero e pubblicato da Rizzoli, esce oggi in libreria) è diventato un best-seller in America e un faro per i movimenti "no global". Molti l'hanno definito il nuovo Manifesto, "la prossima Idea Nuova". Hardt prende con ironia tante attenzioni: "Con tutto quello che hanno scritto i media americani, un po' di compagni hanno cominciato a diffidare di me: "Forse il tuo libro non è così di sinistra", mi dicevano. Poi, per fortuna, qualche giornale di destra ha cominciato a darmi addosso. Non mi piacciono le esagerazioni, il nostro non è certamente il nuovo Manifesto . E' una sintesi di tante idee, ed è un libro fatto per essere attaccato". Questo giovane professore, figlio di uno studioso dell'economia sovietica, nato nei sobborghi di Washington ma cresciuto politicamente in quel laboratorio della protesta americana che da sempre è Seattle, sa benissimo che una certa dose dell'interesse italiano attorno al suo lavoro dipende anche dalla vicenda umana e giudiziaria del suo partner. E non si sottrae alle domande: di Negri parla con affetto, e con pudore.

"Io avevo lavorato molto sul Centro America: Ecuador, Guatemala. E' lì che ho intuito la gioia della rivoluzione. Ma non riuscivo a mettere assieme la vita politica con quella di studioso. Mi sembrava che Negri l'avesse fatto. Così ho voluto conoscerlo".

Ma conosceva tutto il suo passato italiano?

"Conoscevo i suoi scritti. Io non valuto altro del suo passato. Lui è un amico. Quando diventi amico di qualcuno, non valuti tutto ciò che ha fatto prima".

Cosa pensa del nostro terrorismo? Dei lutti, del dolore?

"Non mi è mai interessato il terrorismo. Mi interessa una politica comunista. Il terrorismo mi è sembrato sempre altro dal comunismo. Con questo non dico che la violenza politica sia sempre sbagliata: la Rivoluzione americana e la vostra Resistenza sono state violente".

Ma qual è il tasso di violenza accettabile per la rivoluzione che lei e Negri immaginate?

"Dipende. La violenza non è mai assoluta, va vista in un contesto".

E nel contesto dei ragazzi di Seattle o di Genova?

"Credo che non sia il momento per il confronto con la polizia o per spaccare le vetrine. Non perché mi freghi qualcosa delle vetrine di Starbucks. Non dico che è sbagliato, dico che non è vantaggioso per il movimento".

Cosa dice, invece, delle violenze dell'Autonomia negli anni Settanta?

"Non è storia mia. Forse possiamo dire che hanno sbagliato, visto che alla fine hanno perso. Ma non so se io avrei fatto di meglio".

Ha mai chiesto a Negri: ti consideri innocente?

"Non so cosa significhi essere innocente in quella situazione. Chi lo era? Chi non faceva politica, forse. Ero favorevole quando Toni ha deciso di tornare in Italia: così regolava i suoi conti. Ma non ho mai visto la cosa come un giudizio sulla sua vita. Quando è partito, non conoscevamo la scadenza della sua carcerazione. Non ricordo chi di noi due ha detto: se sarà un anno non è niente, due anni si può fare, quattro è molto, di più diventa difficile".

Era il '97. Da allora, nel mondo globale, ha fatto irruzione Osama. Dicono che dopo l'11 settembre Negri abbia commentato: "Peccato che gli aerei abbiano distrutto le Torri invece che la Casa Bianca ".

"Era una battuta, l'ho letta su Le Monde . Io non voglio uccidere Bush. Prima di porre una domanda morale sull'assassinio ne pongo una politica. E dico: non ha senso. Oggi assistiamo a una guerra civile, nello spazio globale, per le gerarchie dell'Impero. Io non sto con gli Stati Uniti, ma neanche con Osama".

Né con lo Stato né con le Br?

"Piuttosto, né con la Francia né con la Germania. Come, nel 1915, disse Lenin a Zurigo".
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vedi anche
Filosofia (e) politica