RASSEGNA STAMPA

20 GENNAIO 2002
MAURIZIO FERRARIS
Ontologia da due milioni di dollari

Un premio all'americano Barry Smith per organizzare a Lipsia un centro che lega la medicina e una delle più promettenti branche della filosofia

Nello scorso novembre, Barry Smith, professore nell'Università di Buffalo, ha ricevuto dalla Alexander von Humboldt-Stiftung il più ricco premio filosofico della storia, 2 milioni di dollari, per realizzare a Lipsia un centro di ontologia medica. Retrospettivamente, la vicenda può suonare ironica, non solo per la smentita inferta all'adagio di Petrarca ("Povera e nuda vai, Filosofia"), ma anche nello specifico, visto che nel Fedro Socrate mette in guardia dal farsi curare da chi abbia soltanto letto dei libri di medicina: come, apertamente, conta di fare Barry Smith (il programma di ricerca comprende lo studio di testi di medicina, la valutazione delle ontologie soggiacenti, e la creazione di un portale di ontologia medica). Commenta il "Philosopher's Magazine" nel dare la notizia: "Il premio porta alle luci della ribalta un campo di filosofia applicata poco noto, e suggerisce che filosofia può avere un uso più pratico nella tecnologia della informazione di quanto solitamente non si creda".

Nato nel 1952, Smith ha studiato a Oxford e si è addottorato a Manchester nel 1976 con uno studio sulle teorie del significato e del riferimento in Frege, Husserl e Dummett. Qui è stato collega di studi di Kevin Mulligan e di Peter Simons, che insieme a lui hanno contribuito al rilancio dell'ontologia nella filosofia contemporanea, rileggendo con gli strumenti della filosofia analitica una tradizione legata essenzialmente alla cultura austriaca, che da Brentano passa a Meinong, a un certo Husserl, alla psicologia della Gestalt, e che è sopravvissuta in Italia attraverso la scuola percettologica di Vittorio Benussi (Metelli, Kanizsa, Bozzi). Se si guarda la sua home page (http://wings.buffalo.edu/philosophy/faculty/smith/), si ha l'impressione di avere a che fare con Christian Wolff redivivo. Wolff insegnava la logica e la psicologia, ma anche come fabbricare la birra, come costruire le case, come prendere le piazzeforti, e qui ci siamo quasi, visto che le sfere di interesse vanno dall'ontologia formale alle scienze cognitive, dagli studi sulla tradizione fenomenologica alla metafisica dei possessi fondiari, dalla geografia ai problemi di bioetica, dall'economia alla geopolitica della guerra. Il contenitore generale di questa enciclopedia è per l'appunto fornito dalla ontologia, prima studiata nella sua tradizione storica (con Hans Burckhardt, Smith ha curato nel 1991 uno Handbook of Metaphysics and Ontology), poi riformulata nelle sue possibilità applicative (oltre ad attivare un gran numero di programmi di ricerca, nell'aprile del 1998 Smith ha organizzato a Buffalo un convegno di ontologia applicata, a cui hanno partecipato tra gli altri due ontologi italiani, Achille Varzi e Roberto Casati, vedi "Il Sole-24 Ore" del 24 maggio 1998).

In effetti, di là dal caso singolo, si sta incominciando a guardare all'ontologia con altri occhi (per farsene un'idea, conviene scorrere la bibliografia online del Ladseb di Padova http://www.ladseb.pd.cnr.it/infor/ontology/Papers/Ontobiblio/, e il sito www.formalontology.it che avevo già indicato mesi fa, cfr. "Il Sole-24 Ore", 18 marzo 2001). Sul piano più strettamente pratico, la domanda che sorge spontanea è tuttavia: che cosa ci guadagnano (in tutti i sensi) e cosa hanno da offrire davvero la geografia e la giurisprudenza, la medicina o l'informatica, se si sposano con l'ontologia? È intanto un fatto che sono proprio quelle discipline a essere interessate all'ontologia (me ne sono accorto recentemente, nella mia università, nel corso di alcuni incontri con giuristi, informatici e psicologi in vista della costituzione di un centro interateneo di ontologia teorica e applicata). Non si tratta, come spesso avviene negli incontri tra saperi positivi e filosofia, della richiesta di un supplemento d'anima, bensì della ricerca delle risorse metodologiche fornite, ad esempio, da alcune sottodiscipline dell'ontologia (teorie delle parti e dell'intero, della dipendenza, delle categorie, nozione di classificazione eccetera) nate tradizionalmente per altri scopi, nei tentativi di chiarire vuoi il funzionamento del linguaggio e del pensiero, vuoi l'ambito della logica, oppure per rendere conto della percezione.

Questa circostanza è storicamente nuova. Per buona parte del Novecento, infatti, per quanto grandi potessero essere le differenze tra analitici e continentali, si poteva riconoscere comunque un accordo di fondo su un punto: le cose vere le dicono le scienze di base, poi c'è una sfera dell'opinabile che si può decidere di tralasciare, oppure di trattare con la clausola che qui non si tocca una materia in cui davvero si possono ottenere dei risultati certi. La prima sfera è quella in cui il senso comune può essere emendato ricorrendo alla fisica, la seconda è quella in cui non si riesce a ridurlo, e che quindi si presenta come il terreno vago delle interpretazioni. Ma non è difficile vedere i paradossi che vengono fuori da una simile impostazione, e in particolare il fatto che le persone, che di rado operano in vista di quark o di galassie, si dannerebbero la vita per delle semplici opinioni. È arduo persuadere chi rischi anni di prigione che quello che gli succede è il frutto della libera attività interpretativa del giudice, non più di quanto sia facile leggere il giornale decidendo di prendere per buone solo le asserzioni che possono essere ridotte alla fisica.

Si tratta dunque di fare i conti con una sfera di realtà che non si identifica necessariamente con la scienza, e che non può semplicemente essere gestita dal senso comune. A questo proposito, però, non è detto che sia infallibile la tesi di Russell secondo cui il senso comune, se sufficientemente sviluppato, ci conduce alla fisica, e la fisica ci mostra che il senso comune è falso; ci possono essere situazioni più complicate, e comunque la tesi va sofisticata e resa meno tranciante. In effetti, si può ricondurre alla fisica un'affermazione come "il sole tramonta", ma come si fa di fronte a frasi come "Alla ricerca del tempo perduto è un capolavoro", "Quella penna è mia", "Le onde hanno coperto la spiaggia di rifiuti"? Non c'è alcuna caratteristica di base della materia che determini i caratteri di un romanzo, le relazioni di proprietà non hanno riscontro nella fisica, e le onde sono entità fisicamente molto problematiche. Su questo problema si è combattuta una strenua battaglia. Mentre, come abbiamo visto, molti filosofi hanno insistito con fervore giacobino sul fatto che, per quanto la riduzione possa essere onerosa, vale comunque la pena di tentarla, visto che la scienza è il migliore schema concettuale, altri filosofi nutrono maggiori dubbi in proposito. Ed è proprio in questa seconda famiglia che vanno cercati gli ontologi, anche se poi le vie si possono dividere, e ci sarà chi propenderà maggiormente per una metafisica descrittiva, volta a giustificare le intuizioni del senso comune, e chi proporrà una metafisica revisionista ("riformista", potremmo dire, posto che i rivoluzionari siano i riduzionisti irriducibili), che le rettifichi e le formalizzi più efficacemente.

Ora, se andiamo a guardare gli antefatti di una simile esigenza, ci rendiamo conto di avere a che fare con un problema vecchio tanto quanto le scienze umane, le quali sono sorte proprio nel momento in cui la scienza si è distinta dall'esperienza: quando non si è più sperato di poter fare gli stessi discorsi per la fisica e per la società, o quando ci si è accorti di quanto inefficaci siano i tentativi di giocare a tutti i costi il progetto di una scienza unificata, si è incominciato a distinguere due sfere, la natura e tutto il resto. Il punto è che la seconda sfera è sempre apparsa come una parente povera, e non per caso, visto che assumeva al proprio interno un tasso di relativismo talmente alto da renderla quasi inutilizzabile. È proprio da questo punto di vista che diviene interessante la proposta di un'ontologia applicata, che viceversa - ed è una antitesi molto radicale rispetto al passato - muove da una assunzione realistica: il mondo esiste indipendentemente da ciò che ne pensiamo e ne sappiamo, e ha delle proprietà oggettive che appartengono a lui, e non a noi. E questo vale non solo per la natura, ma anche per buona parte del mondo umano, che come tale vale solo in quanto ha la caratteristica di esistere indipendentemente dalle credenze dei singoli. Così, non è difficile vedere come in ciò che - per il momento - suona forse come un arcaismo o persino come una contraddizione (""ontologia applicata": ma l'ontologia non è una cosa che si fa nella Foresta Nera, cercando radure tra gli alberi?") si offre una grande occasione per rifondare un discorso sulla realtà in cui viviamo che non si riduca a un elogio dell'aleatorio e che sappia trovare - in maniera trasversale rispetto alla opposizione tra natura e spirito - il filo conduttore che dall'oggettività porta alla soggettività e viceversa.
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