![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 GENNAIO 2002 |
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Nel nuovo libro di Maurizio Ferraris, "Il mondo
esterno", un esplicito distacco dall'idea che tutto possa ridursi al gioco
delle interpretazioni guida l'ambizione di rivisitare i problemi basilari
dell'ontologia
Presentando
la sua confutazione dell'idealismo, Kant denunciava come uno "scandalo
per la filosofia e per il senso comune" il fatto che ancora mancasse una
dimostrazione rigorosa dell'esistenza del mondo esterno e che, dunque, le forme
dogmatiche dell'idealismo (per cui non ci sarebbe altra realtà che l'Io)
avessero ancora libera circolazione. A guardare le cose col senno di poi, non
sembra che oggi lo scandalo sia minore: riabilitato da Wittgenstein, il
solipsismo radicale è stato anzi rivendicato in questi anni come necessità
metodologica nelle scienze cognitive, e al centro della discussione filosofica
campeggia l'esperimento mentale del "cervello in vasca", in cui tutta
la realtà esterna è ridotta all'insieme di stimolazioni artificiali di un
cervello-senza-mondo.
In questo
suo libro sul "Mondo esterno" (Bompiani) Maurizio Ferraris si
accolla così l'onere di fronteggiare di nuovo lo scandalo e mettergli fine, e
lo fa con una mossa a sorpresa: addossando cioè proprio a Kant e alla filosofia
trascendentale la colpa di aver fatto del mondo esterno l'ombra evanescente del
pensiero.
Proprio da
Kant nascerebbe infatti la convinzione che ogni esperienza sia costitutivamente
intrisa di schemi concettuali; che niente trascenda questi schemi e non vi sia
quindi altro mondo che quello già sempre organizzato dalle nostre categorie
interpretative. Ancora oggi, analitici e continentali non farebbero che
declinare in modo opposto quest'eredità kantiana: i primi, ritenendo che ogni
esperienza pre-scientifica sia destinata a priori a trovare nella scienza la
sua formulazione adeguata e perspicua; gli altri, insistendo sull'aspetto
interpretativo di ogni nostra percezione, fino a sostenere che non vi siano
fatti ma solo interpretazioni.
Contro
queste due forme parallele di riduzionismo, Ferraris s'impegna invece a
smentire la presunta onnipresenza degli schemi concettuali, per rivendicare
l'irriducibile autonomia dell'esperienza prescientifica, della "fisica
ingenua" fatta di oggetti e percezioni (e non, poniamo, di quanti e
particelle elementari), in cui il mondo esterno s'impone come una realtà
sorprendente ed estranea a ogni concetto, ma proprio per questo inemendabile e
sottratta quindi al processo infinito delle interpretazioni.
Già da
questa breve sintesi si capirà, credo, che quello di Ferraris è un libro
ambizioso nel senso migliore del termine. L'ambizione è cioè quella di proporre
in prima persona una teoria sui "massimi sistemi" - vale a dire: sui
problemi basilari dell'ontologia - anziché accontentarsi d'interpretare i testi
sacri della tradizione, com'è invece tristemente la norma nella filosofia
accademica nostrana. Naturalmente, anche quest'aspetto formale è in linea con
il realismo rivendicato nel testo (con l'idea cioè che non tutto possa ridursi
al gioco delle interpretazioni) ed è facile riconoscere in entrambi l'esplicito
distacco dall'impostazione ermeneutica, di cui Ferraris era stato fino a pochi
anni fa uno degli esponenti più convinti e accreditati.
Di questa
radice ermeneutica resta traccia, comunque, nell'andamento sottilmente ironico
e a tratti labirintico dell'argomentazione, mentre la nuova impostazione
realista si esprime, non da ultimo, nella voluta ingenuità con cui si oppongono
alle finezze del trascendentale le evidenze del senso comune. Piacciano o meno,
questi aspetti stilistici sono in ogni caso il prezzo imposto dalla ricerca di
un progetto speculativo originale.
Venendo invece
finalmente ai contenuti del progetto, è difficile non osservare che anche il
primato ontologico dell'esperienza prescientifica, su cui il libro è basato,
non è privo a sua volta di precedenti illustri - certe pagine del libro, anzi,
ricalcano espressamente la tematica del "mondo della vita" sviluppata
da Husserl e Heidegger o l'intreccio tra giochi linguistici e forme di vita
indagato dall'ultimo Wittgenstein. Più che lasciarsi alle spalle, insomma,
l'impostazione analitica e quella continentale, sembra che Ferraris sia spinto
piuttosto a tornare alle origini, ai capostipiti dell'uno e dell'altro filone -
il che, se è vero, autorizza forse a sollevare alcuni interrogativi che
riguardano non solo questo libro, ma addirittura l'intera evoluzione della filosofia
europea in questi ultimi anni.
In primo
luogo: in Husserl e Heidegger la distinzione tra il mondo della vita e le forme
dell'oggettivazione scientifica non aveva solo il senso teoretico di contrapporre
un metodo ad un altro; la vera posta in gioco era di natura pratica, e
riguardava i processi di tecnicizzazione che nel corso del Novecento hanno
progressivamente trasformato le forme di vita moderne - un tema, questo,
ripreso direttamente da Habermas negli anni Ottanta, con l'idea di una
progressiva colonizzazione del mondo della vita da parte dei grandi apparati
sociali. Da circa vent'anni, questa dimensione critica è stata accantonata, non
da ultimo per evitare una polemica sterile e sfibrante tra filosofia e scienza.
Nei fatti però quest'accantonamento rischia a volte di sembrare una rimozione:
è solo una coincidenza, ad esempio, che l'appassionata difesa teoretica del
mondo esterno conviva con una prassi quotidiana in cui l'esterno, quasi sempre,
si riduce allo schermo di un computer?
Inoltre: il
mondo dell'esperienza e quello delle tecnoscienze non stanno semplicemente
l'uno accanto all'altro, ma s'intrecciano e s'influenzano a vicenda, per cui il
compito più urgente sembra proprio quello d'individuare il campo e le forme
legittime di quest'intreccio. Può darsi che questo renda più friabile e
dialettica anche l'opposizione tra ciò che è emendabile e ciò che non lo è - in
altri termini, tra ciò che è frutto di ricerca empirica e ciò che è condizione
di questa ricerca. Proprio Wittgenstein, in proposito, traccia un'immagine
esemplare: quella del fiume delle contingenze empiriche e del letto in cui esso
scorre. Il letto è sottratto alla contingenza, ma fino a un certo punto; la
corrente lo erode e lo modifica, a tratti in modo impercettibile e a volte
invece con una precipitazione improvvisa.
Può darsi che anche la distinzione tra ciò che è interno o esterno ai nostri schemi concettuali nasconda un'analoga complessità e richieda perciò un apparato concettuale flessibile e dialettico, a cui gli attuali paradigmi filosofici non sono ancora in grado di conferire la necessaria coerenza formale e la giusta presa sulla realtà.