![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 GENNAIO 2002 |
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Donde
un nuovo tabù: la bellezza, appunto.
Come se sulla bellezza pesasse un interdetto. Quello che suona: tu non farai arte nel segno della
bellezza. Quasi impossibile
infrangerlo. L'arte che si concede a
tutte le trasgressioni, e anzi vive di esse, nega a se stessa la sola cosa che
potrebbe davvero fare scandalo.
Ciò è
tanto più strano se si pensa che viviamo in un mondo dove solo quel che appare
bello è degno di esistere. E' il fenomeno noto come estetizzazione. Non c'è aspetto della realtà che non ne sia
investito. Tutto, tutti, sembrano cercare
una qualche salvezza in una dimensione che ha a che fare più con l'apparire
che con l'essere. Appunto la dimensione
estetica.
L'idea
in fondo è che o si sta sulla scena o si è trascinati giù, nel vuoto, nel
nulla. Da questo punto di vista la
società dello spettacolo (ma forse sarebbe più giusto definirla società
dell'avanspettacolo) rappresenta un perfetto rovesciamento della concezione
socratica (ma poi anche platonica e cristiana) della vita. Diceva Socrate: non importa se quel che
fai qualcuno lo vede, lo approva, lo disapprova, e così via. Importa che corrisponda al bene. Se sarà così, quel che avrai fatto è per
sempre, è tutt'uno con quel che è giusto che sia, e tu sei salvo. Invece noi diciamo (pensiamo): non importa
se quel che fai è bene o male, importa che qualcuno lo veda, insomma che sia
messo in scena, e allora anche il gesto più ignobile, anche la vita più
miserabile, saranno salvati: salvati dal fatto di avere un pubblico che nello
stesso tempo ti deride e ti ammira.
Che
cosa è accaduto? E' accaduto che la bellezza non è (non è più) se non il fatto
di apparire, cioè il fatto di essere in mostra. Quella luce della bellezza che un tempo sembrava disgelare
misteriose profondità e scoprire enigmi, oggi non indica altro che il fatto di
essere sotto i riflettori. Perciò la
bellezza è diventata quella cosa banale e triviale che è diventata. A dettarne
i canoni è la moda, l'arredamento, l'industria profumiera. Bellezza, oggi, è quella che trionfa
nell'international style, quella che fa la fortuna dei parrucchieri, quella
che balena nella pubblicità della biancheria intima.
Ovvio che l'arte non sappia
più che farsene della bellezza. Con
largo anticipo, come se sapesse dove saremmo andati a finire, l'arte del
Novecento ha rifiutato la bellezza, ne ha smascherato il carattere ingannevole
e menzognero, l'ha considerata un vero e proprio tabù. L'avanguardia dei primi anni del secolo (e
poi anche dei nostri giorni) potrebbe essere interpretata come l'espressione
di questo attacco premeditato al più antico concetto estetico. Fa dire Thomas Mann a Leverkühn, il
musicista che adombra Schönberg: basta con il buono e il bello, basta con
l'armonia, perché l'armonia riconcilia con il mondo. E come ci si può
riconciliare con il mondo senza rendersi complici del male e dell'orrore che lo
abitano? Non è forse vero che l'arte
trasfigura e sublima il negativo a misura che è strumento di falsificazione?
Thomas Mann si appoggia alla
filosofia di Adorno, ma prima ancora ai romanzi di Dostoevskij. Era stato Ivan Karamazov a contestare il
concetto di armonia (e dunque di bellezza) in quanto concetto esteticamente
equivoco e teologicamente mistificatorio.
L'armonia? Un'idea di per sé
interessantissima, secondo Ivan, anzi, la più alta e la più nobile che mai sia
venuta in mente a quell'animale selvaggio che è l'uomo, e infatti gli permette
di pensare l'armonizzarsi di tutte le cose in un senso ultimo - gli permette di
pensare il paradiso. E tuttavia si
tratta di un'idea da respingere. In
nome delle vittime incolpevoli e del dolore che non si lascia redimere. Ivan sceglie di stare dalla parte del
demonio. Cioè dalla parte della
sofferenza invendicata e quindi della disarmonia,
della dissonanza, della contraddizione.
La stessa parte dove sceglie
di stare l'arte contemporanea. Contro
la bellezza. Che diventa oggetto di
rifiuto. E tabù. Semmai con una differenza. Mentre Dostoevskij
e Thomas Mann continuano a pensare l'arte e la bellezza in chiave religiosa
(in Thomas Mann addirittura l'arte si converte in una forma di religiosità laica,
in una bestemmia necessaria e piena di verità, sofferta e tragica verità, al
punto che il rifiuto della salvezza diventa la sola via a una disperata
speranza d'essere salvati), invece l'arte oggi sembra averlo rimosso, quel
legame con la religione, e comunque
non conservarne memoria alcuna. Ma come
reagire, ogni volta che incontriamo l'arte contemporanea, di fronte alla nuda
esibizione della cosa, sia che si tratti di oggetto figurativo, suono, o ente
di realtà? Come accogliere quel puro
esser lì di ciò che ci è offerto tanto in una sala da concerto quanto in un
museo ma anche altrove, se non nel quadro di una teologia rovesciata e
paradossale? Che altro è se non il
tentativo di dar voce al silenzio di chi sa il mistero che ci circonda ma sa
anche la falsità di tutte le risposte possibili? Mai come in questo caso vale l'osservazione di Walter
Benjamin, secondo cui la teologia se ne sta nascosta nelle pieghe della
storia, ma continua a muovere leve segrete.
Eppure, nonostante tutto,
Dostoevskij ha il coraggio di dire: sarà la bellezza a salvare il mondo. Proprio lui... Lui, che con la figura di
Kirilov, forse il più inquietante dei suoi personaggi, ha innescato il
cortocircuito bellezza-salvezza.
Voleva diventare Dio, Kirilov.
E ciò dandosi la morte, liberamente, in stato di grazia, quando tutto
gli sarebbe apparso bello, tutto perfettamente giustificato. Ma il risultato è orrendo, spaventoso. La luce nera del colpo di pistola è
un'epifania d'inferno, che precipita l'apparire, questo attimo eterno
magicamente sottratto al male, nel baratro di una sciagurata illusione. Davvero profetico ed esemplare, il suicidio
di Kirilov, per come ci raggiunge nella nostra pretesa di salvarci attraverso
un autoinganno. Raggiunge noi, succubi
del modello mediatico che identifica apparenza e realtà. Per cui chi appare è, per ciò stesso, fatto
salvo, salvato dal non essere nessuno.
Com'è accaduto (è cronaca di questi giorni) a quel poveretto che si è
impiccato dopo aver sistemato una videocamera di fronte a se stesso.
Nondimeno Dostoevskij dice:
la bellezza salverà il mondo. E se a
dirlo è uno che
ha visto così a fondo nella
bellezza, tanto da anticipare quell'opera di demolizione e di demistificazione
cui l'arte contemporanea si sarebbe poi dedicata per decenni, non sarà che
costui ha visto anche l'altro aspetto della bellezza, cioè il suo aspetto
luminoso, che ne fa un'esperienza di rivelazione, di conoscenza, di verità?
Dostoevskij affermava d'avere occhi per «entrambi gli abissi».
E c'è da credergli. Nel qual caso però bisognerebbe seguirlo e infrangere l'ultimo tabù. Che non è quello della bellezza che seduce e incanta (tabù già ampiamente infranto). Ma della bellezza come esperienza da prendere terribilmente sul serio (ultimo tabù estetico). E magari da rimettere all'ordine del giorno nell'agenda dell'arte.