RASSEGNA STAMPA

12 GENNAIO 2002
BARBARA PALTRINIERI
E l’universo morirà per il freddo

Ormai gli scienziati ci contano: il nostro universo continuerà ad espandersi indefinitamente e "morirà" di freddo. Si spegnerà piano piano, dopo aver accelerato per una forza misteriosa in azione già adesso. Andiamo verso un futuro in cui galassie e stelle lontane potrebbero gradualmente scomparire dal nostro orizzonte per non mostrarsi mai più.
E' questo che ci dicono le ultime scoperte, restringendo sempre di più le ipotesi sul futuro di tutto ciò che ci circonda ad una sola: il cosmo si espanderà all'infinito.
Negli ultimi tempi l'astrofisica ci ha regalato importanti risultati per svelare i misteri che avvolgono l'origine del cosmo, e il suo futuro lontano. Qualche giorno fa ci è arrivata la notizia che poco dopo il Big Bang l'universo avrebbe assistito a una accensione quasi improvvisa della prima generazione di stelle e galassie, e dal buio iniziale fu la luce. Altre ricerche ci hanno svelato le puntate successive della storia, come quelle che rivelano un episodio di cannibalismo. Qualcosa che ricorda la mitologia greca di Crono e dei suoi figli. Solo che qui è la nostra galassia, la Via Lattea, ad aver probabilmente inglobato un altro sistema stellare più piccolo.
Ma se il passato ci affascina, il futuro può alimentare un legittimo sentimento di angoscia (come ci rivela Woody Allen). Certo non si possono dare risposte definitive, ma iniziano a emergere prove a favore di uno scenario possibile. Su tutti spiccano i risultati del gruppo internazionale di astrofisici, guidati da Paolo De Bernardis, dell'Università "La Sapienza" di Roma. La loro ricerca sull'eco della grande esplosione, il Big Bang, ha permesso di scoprire che ciò che resta dell'immenso calore iniziale (la cosiddetta "radiazione fossile") ha tante piccole onde. E queste, a loro volta, consentono di dare una stima della massa dell'Universo. Alla fine, la sentenza è arrivata precisa: l'espansione del cosmo continuerà all'infinito. Qualche mese fa, poi, i dati del telescopio spaziale Hubble sulle supernove (le stelle che esplodono) hanno permesso di fare un passo ulteriore, e di avanzare l'ipotesi che l'universo si espanderà accelerando senza sosta, sostenuto da una energia "misteriosa" che pervaderebbe il cosmo e sarebbe responsabile di una accelerazione nel moto di allontanamento delle galassie le une dalle altre.
E questo mistero, su cui ancora oggi gli astronomi si interrogano, è un po' come il remake di un vecchio film. Infatti l’ipotesi fu introdotta nel 1917 dal grande Albert Einstein che la definì "Costante Cosmologica", per risolvere un problema spinoso. All'epoca infatti si riteneva che l'universo fosse statico: esistesse, insomma, da sempre e non cambiasse mai le sue dimensioni (la teoria del Big Bang arrivò infatti solo dopo). Ma da sempre non significava per sempre: per effetto della forza di gravità era destinato infatti a collassare su sé stesso. Era quindi necessaria una energia, associata allo spazio vuoto, in grado di compensare l'attrazione esercitata dalla forza di gravità. Quando più tardi le osservazioni di Edwin Hubble dimostrarono che vivevamo in un universo in espansione, Einstein ripudiò la costante cosmologica.
Ma ora il risultato presentato dagli astrofisici statunitensi ripropone sul palcoscenico mondiale l'esistenza di questa energia, o costante cosmologica, e se confermata rappresenterebbe una scoperta importantissima in grado di ridisegnare i contorni del nostro universo.
«Se la presenza della costante cosmologica venisse confermata, il destino dell'universo potrebbe essere quello di espandersi all'infinito con un moto di espansione che procede sempre più velocemente, che accelera», commenta Paolo De Bernardis. Che aggiunge un altro se: «Se si calcolerà il valore di questa costante, allora sarà possibile dare una stima del tempo che le galassie ci metteranno a scomparire dal nostro orizzonte. Alcune ipotesi portano a pensare che questo evento potrebbe accadere tra 150 miliardi di anni».
Si tratta ovviante di un intervallo di tempo molto grande: basta pensare che l'età dell'universo, cioè il tempo che si stima sia intercorso dal Big Bang, è di circa 15 miliardi di anni, dieci volte inferiore.
Inutile comunque dire che ancora oggi questo scenario è molto incerto.
Questo è ancora solo uno dei possibili scenari, tanto che come spiega lo stesso De Bernardis «in realtà con queste nuove scoperte ci siamo resi conto di saperne meno di prima, non di più».
Dunque la sfida che attende gli astronomi è quella di svelare l'esistenza di questa misteriosa energia e la sua natura: una sfida che vedrà "sull'attenti" progetti e satelliti di nuova generazione, come quelli che si ripromettono di studiare un gran numero di supernove. O come la sonda Map (Microwave Anisotropy Probe) della Nasa lanciata il 30 giugno per indagare sull'Universo primordiale, ma anche Planck, un nuovo satellite che dovrebbe volare fra 6-7 anni e che promette di andare a studiare nei dettagli la radiazione di fondo cosmico, quella radiazione fossile del Big Bang. Come dire che bisogna indagare il passato remoto per avere notizie sul futuro anteriore. A questo si aggiungono le attese, anche cosmologiche, che ruotano attorno ai grandi acceleratori di particelle, come Lhc, in costruzione al Cern di Ginevra. Luoghi in cui facendo scontrare fasci di particelle ad altissima energia si tenta di studiare quello che avvenne in condizioni estreme come si pensa fossero quelle del Big Bang. E sempre dagli acceleratori di particelle si attendono anche notizie sui neutrini, le sfuggenti particelle, che si pensa siano una delle componenti della materia oscura dell'universo.
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