![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 GENNAIO 2002 |
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Un successo che ha stregato anche Harvard
Da trent'anni la "Orpheus Chamber" di New York esegue
prove e concerti rinunciando alla guida dal podio. Una realtà che modifica le
teorie sui modelli organizzativi
C'è
un'orchestra in questo mondo che sta facendo discutere i teorici
dell'organizzazione - è l'Orpheus Chamber Orchestra di New York. È l'unica
orchestra che da trent'anni fa prove e dà concerti senza direttore. I suoi
ventisette membri, tutti altamente qualificati, hanno sviluppato una forma di
democrazia interna - nota ormai come "the Orpheus-process" - che si
risolve in un impegno e coinvolgimento che ha portato a questa orchestra i più
prestigiosi riconoscimenti internazionali. Il successo dell'Orpheus ha attirato
l'attenzione e l'interesse di guru del management come Peter Drucker; e J.
Richard Hackman, professore di psicologia sociale e dell'organizzazione
all'Università di Harvard, sostiene che il successo dell'Orpheus si configura
come un nuovo modello di leadership delle organizzazioni basate sulla
conoscenza.
In realtà,
come ricerche accurate hanno mostrato, le abilità tecniche dei membri di un
gruppo non sono da sole sufficienti a fare grande un gruppo. E ciò che
verosimilmente ha reso grande l'Orpheus è stata proprio la "cultura"
di questo gruppo: la capacità dei singoli membri ad ascoltarsi, la stima e il
rispetto reciproci, la prontezza a proporre idee e a formulare critiche e la
disponibilità a ritirarle nel corso della discussione. Il clarinetto è
scontento dell'interpretazione di un brano, ne suggerisce un'altra e il gruppo
ascolta. Il primo violino non è d'accordo e suggerisce un approccio un po'
diverso. Ne scaturisce un dibattito. Il suggerimento del clarinetto sembra
mettere d'accordo la gran parte dei musicisti: il primo violino si adegua.
Insomma, responsabile della bontà di una esecuzione non è più il carismatico
direttore d'orchestra ma l'intero gruppo e i disaccordi si trasformano in fonti
di creatività piuttosto che in astiose discordie devastanti l'armonia del
gruppo e l'esito delle sue prestazioni.
Ovviamente,
questo è un ideale spessissimo non praticato e non sempre praticabile. Così,
per esempio, anche leader al livello più alto, disposti a comportarsi
democraticamente, non possono adeguarsi a tale ideale quando decisioni urgenti
debbono venir prese con rapidità o sotto forti pressioni esterne.
Tuttavia,
commenta Simon London, sul Financial Times del 10 gennaio scorso, vale però la
pena tentare ogni sforzo nella direzione dell'ideale offerto dall'"Orpheus
process". "Quel che io ho imparato con il trascorrere degli anni è
che il gruppo è veramente più intelligente di ciascuno di noi". Questo
dice uno degli orchestrali dell'Orpheus. E ciò è quanto, in fondo, sa (o
dovrebbe sapere) ogni persona ragionevole. Razionale, infatti, è una persona a
cui importa più di imparare che di avere ragione in un confronto continuo con
le proposte altrui. Fallibile è lo scienziato; e fallibili sono leader
finanziari e politici, capitani di industria, generali di eserciti, capi di
aziende e allenatori di calcio. Ed esattamente la consapevolezza della
fallibilità e perfettibilità di ogni proposta rende preziosa la lezione
dell'Orpheus. Ma c'è anche una ragione più profonda a renderla addirittura
insostituibile: e questa ragione si radica in quell'essenziale tratto
antropologico consistente nella nostra ignoranza. Ignoranza che non è da
confondersi con la nostra fallibilità. Dove e quando conosciamo siamo
fallibili. Ma oltre che fallibili, noi tutti siamo ignoranti. È questa una
delle idee che ha motivato il conferimento del premio Nobel a Friedrich A. von Hayek:
le conoscenze, e in special modo le conoscenze di situazioni particolari di
tempo e di luogo, le "conoscenze all'istante", necessarie alla
soluzione dei problemi, sono disperse tra milioni e milioni di uomini. Si
tratta di conoscenze "non centralizzabili" e che non saranno mai
possesso neppure del più potente tiranno né del più saggio e accorto dei
governanti e neanche del più carismatico e prestigioso leader. Da ciò consegue
che le soluzioni di infiniti problemi concreti - soprattutto in situazioni di
complessità - saranno possibili solo se le decisioni verranno prese con la
collaborazione di coloro che posseggono tali conoscenze.
Fu Columella,
nel I secolo d.C., ad ammonire il proprietario del fondo perché costui
chiedesse consiglio allo schiavo. Columella sapeva quanto ai nostri giorni ha
insegnato Hayek e quello che ricaviamo dal modello dell'Orpheus - ma che non di
rado viene ignorato da quelle che i teorici dell'organizzazione chiamano
leadership autoritarie, le quali si comportano come il medico che per salvare
la diagnosi uccide il paziente.
Ogni
organizzazione, come ogni istituzione, è una "teoria" tesa alla
soluzione di problemi. E le istituzioni e le organizzazioni sono come le
fortezze: resistono se è buona la guarnigione. Ma la guarnigione è buona quando
in essa si sia riusciti a stabilire "un'armoniosa collaborazione
cognitiva". Il grande leader, in molte organizzazioni, ha subito ormai una
radicale metamorfosi: non è più il "padrone" o colui che sa più di
tutti gli altri messi insieme, è piuttosto un organizzatore di processi
cognitivi. E allora la domanda non riguarda più chi deve comandare, ma è
un'altra: chi è che sa comandare? E la risposta a tale interrogativo ci viene,
in parte, dal grande filosofo dell'antichità per il quale è saggio il potente
in grado di riconoscere che l'unico dono che un vero amico gli può fare è una
critica.
Certo, non è un caso che l'Orpheus sia l'unica orchestra di successo senza direttore. La leadership, in qualsiasi gruppo od organizzazione, quando non viene imposta emerge di regola spontaneamente. E tra i vari tipi di leadership (autoritaria, democratica, permissiva ecc.), di cui parlano i teorici del management, la più significativa è quella che punta sul "leader esperto", il quale, proprio in quanto esperto, è anche - come sottolineato da Hans Georg Gadamer - "sempre aperto" alla creazione di nuove conoscenze e comunque alla cattura di conoscenze rilevanti ai fini dell'"impresa".