![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 GENNAIO 2002 |
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Il libro in facoltà "Marginalismo e socialismo nell'Italia
liberale" sarà presentato il 17 gennaio a Teramo, presso la facoltà di
scienze politiche. Ne discuteranno con i curatori, Guidi e Michelini, Riccardo
Faucci, Stefano Perri e Vitantonio Gioia
Se
l'evoluzione delle teorie economiche debba esser studiata o no è questione che
da tempo agita gli economisti, dato che le considerazioni avanzate pro o contro
l'utilità della storia del pensiero economico valgono per la storia di
qualsiasi altra disciplina che ambisca a proporsi come "scienza". E a
giudicare dallo stato dell'arte - la storia delle dottrine economiche relegata
a materia opzionale nei corsi di laurea in economia e intere generazioni di
economisti perfettamente ignoranti del loro passato teorico - sembra che alla
lunga sia prevalsa l'opinione che Maffeo Pantaleoni (1857-1924), secondo
Sraffa il "principe" degli economisti italiani e "il più efficace
disseminatore" del marginalismo in Italia, manifestò in due celebri
articoli apparsi nel 1897 e nel 1898 sul Giornale degli economisti.
In quella
sede Pantaleoni negò, da un lato, che in economia vi potessero essere
"scuole di pensiero" diverse, dividendosi a suo avviso gli economisti
solo in due categorie, quelli che capiscono l'economia e quelli che non la
capiscono; e dall'altro lato che potesse avere consistenza scientifica una
"storia delle dottrine economiche", giacché essendovi un'unica verità
e formando essa l'unico oggetto di studio degli economisti, una "storia
dell'economia politica" non avrebbe potuto essere altro che una
"storia degli errori". E benché pochi - spero - oggi
sottoscriverebbero affermazioni così drastiche, esse vivono praticamente
nell'accademia: fatte salve rare eccezioni, la forma con cui gli economisti
presentano il sapere intorno alla loro propria disciplina - un insieme ordinato
di proposizioni teoriche e metodologiche, che restituisce l'idea di una
disciplina unitaria prodottasi per "accumulazione" di risultati
dovuti al contributo di tanti scienziati - è pressoché identica a quella
adottata da Pantaleoni nei suoi celebri Principii di economia pura (apparsi nel
1889 e tradotti in inglese nel 1898), i quali possono perciò considerarsi il
primo "manuale" di economia nel senso moderno del termine.
Ora, se
l'epistemologia del '900 ha definitivamente demolito la visione tradizionale
della scienza come edificio unitario alla cui costruzione concorrono scienziati
non solo diversi ma di epoche diverse, deve rilevarsi che, per quel che
concerne l'economia, c'è una ragione specialissima che induce a diffidare di
una posizione come quella pantaleoniana e a prestare invece attenzione
all'evoluzione del pensiero economico. La ragione è che solo una visione
diacronica, in cui ogni teoria venga collocata all'interno del contesto storico
e sociale che ne vide la genesi, può restituire la dimensione politica
dell'economia, quel che ne fa (come ben sapevano i classici e come tornò a
sottolineare Keynes) un inseparabile miscuglio di teoria (economica) e
"arte" (del governo). Ribaltando gli assunti di Pantaleoni, si può
anzi dire che lo studio del "lato storico-letterario" della teoria
economica è necessario proprio per infrangere quella pretesa
"neutralità" rispetto ai fini sulla quale l'economia ha inteso
costruirsi come scienza, e per dar conto di come, al contrario, ogni teoria
economica si sia affermata ("in ultima istanza") per la sua capacità
di fronteggiare gli specifici problemi politici e sociali che la sua epoca
doveva risolvere.
Se così è,
si spiega agevolmente il titolo e l'oggetto di studio del ponderoso volume
curato da Marco E. L. Guidi e Luca Nichelini per gli "Annali"
della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Marginalismo e socialismo nell'Italia
liberale 1870-1925 (pp. CXXXIV-618). Come documentano i numerosi saggi ivi
raccolti, che analizzano in profondità il pensiero dei primi marginalisti
italiani - da pensatori a tutto tondo come Pantaleoni, Vilfredo Pareto ed
Enrico Barone ai teorici della nuova "scienza delle finanze" (De
Viti De Marco, Mazzola, Ricca Salerno), dai socialisti
"revisionisti" come Attilio Cabiati ai "sindacalisti
rivoluzionari" come Enrico Leone, Arturo Labriola e Francesco Saverio
Merlino, fino agli "atipici" come Ghino Valenti, Francesco
Saverio Nitti, Filippo Virgilii e agli esponenti della galassia cattolica
come Giuseppe Toniolo - il marginalismo, al suo sorgere, si trovò a fare i
conti con un movimento socialista allora in rapida crescita in tutta Europa e
fu proprio per il successo politico riportato nell'aspro confronto con i
socialisti che esso poté affermarsi come nuova ortodossia teorica.
Che il
confronto con il socialismo dovesse rappresentare il primo banco di prova per
gli adepti italiani della nuova teoria elaborata da Menger in Austria,
Jevons in Inghilterra e Walras in Francia (e Svizzera) non era, in effetti,
per nulla scontato: ancora nel 1874, quel gran reazionario di Francesco
Ferrara (artefice della prima serie della Biblioteca dell'economista, primo
grande veicolo di diffusione della scienza economica d'oltralpe in Italia)
aveva detto sprezzantemente che "il socialismo non si discute, si
schiaccia". Il fatto è che - come spiega Michelini nel suo saggio
introduttivo - i vari Pantaleoni, Pareto e Barone si trovarono ad essere
"alleati" con i socialisti per un buon decennio, dal 1890 al 1900, in
ragione della comune battaglia contro la repressione illiberale dei governi
dell'epoca e la loro gestione "particolaristica" del potere a
vantaggio della nascente industria settentrionale e della grande proprietà
terriera meridionale (è l'epoca del protezionismo doganale), e non è perciò da
escludersi che il confronto sulle posizioni teoriche sia nato da questa contingente
unità politica. Certo è che in quegli anni il Giornale degli economisti,
palcoscenico principale dell'ortodossia nascente, ospita financo i resoconti
della Fabian Society e una mole notevole di studi sembra mostrare non solo che
non c'è contraddizione di principio fra marginalismo e socialismo, ma anzi che
la nuova teoria è in grado di supportare le rivendicazioni politiche dei
socialisti meglio di quanto non potessero fare le teorie di Marx o di
Ricardo.
E' bene
sottolineare, a scanso di equivoci, che il "socialismo" verso il
quale i marginalisti mostrano di simpatizzare è quello avverso ad ogni forma di
intrusione statale nel processo economico. I marginalisti guardano di buon
occhio al self-help sindacale (alle forme autogestite di mutualità) e si
battono accanto ai socialisti contro la repressione governativa proprio perché
costoro, rifiutando l'intervento dello Stato in funzione redistributiva, sono i
migliori alleati possibili nella loro battaglia contro lo "statalismo
borghese". Non è un caso che Pareto, a proposito degli scritti di economia
sociale di Walras (nei quali, come ricorda Roberto Baranzini nel suo
contributo al volume, l'economista francese aveva sostenuto congiuntamente
l'abolizione dell'imposta sul reddito e la nazionalizzazione delle terre),
affermava trattarsi di "cose incredibili" e pregava Pantaleoni di
avvertirlo qualora, a causa della vecchiezza incipiente, avesse cominciato a
scrivere "cose di tal genere".
La riprova
sta nel fatto che l'alleanza con i socialisti si interrompe a partire dal 1900,
quando Turati comincia a dialogare con il governo per aprire anche in Italia la
stagione "ministerialista". Di fronte alle concessioni giolittiane e
nittiane, volte a incanalare verso manifestazioni più ragionevoli il malcontento
esploso nello sciopero generale del 1904, i marginalisti insorgono. La
legislazione sulle municipalizzazioni, le prime forme di assicurazione sociale,
le leggi speciali per il Mezzogiorno vengono denunciate come misure
politicamente errate in quanto teoricamente inconsistenti. Ma in realtà, quel
che preoccupa l'élite intellettuale raccolta intorno al Giornale degli
economisti è la valenza (timidamente) redistributiva delle riforme realizzate:
essi infatti intuiscono quel che ben sapeva l'altro Labriola (Antonio), e cioè
che il processo di trasformazione della società capitalistica comincia entro i
confini della società borghese e con gli strumenti che questa mette a
disposizione, e che di conseguenza, come osserva Michelini nell'altro suo
contributo (Antonio Labriola e la scienza economica), "sono la direzione e
il contenuto del processo di trasformazione che definiscono lo strumento che si
utilizza per attuarlo e non viceversa". E' per questo che un preoccupato
Enrico Barone scrive nel 1914: "Se la sovranità è effettivamente nelle
mani delle maggioranze, come si potrà impedire che queste facciano leggi
contrarie alla proprietà, che è delle minoranze?".
Di qui
l'aspra battaglia teorica ingaggiata, a cavallo del '900, contro il concetto di
redistribuzione della ricchezza e l'idea di giustizia sociale. Attacca Pareto,
sostenendo che i dati statistici disponibili rivelano la persistenza della
curva della (inuguale) distribuzione del reddito nelle più varie società umane,
e ne trae la conclusione che tale diversità è funzione dell'"eterogeneità
sociale" che caratterizza la specie umana. Nulla a che fare, beninteso,
con la "supposta esistenza di razze superiori o inferiori": i
processi di differenziazione avvengono a livello individuale, perché - dice
Pareto - è come individui che siamo irriducibilmente "diversi".
Prosegue Pantaleoni, spiegando che la diversità delle "posizioni di
partenza", su cui facevano leva i sostenitori dell'intervento pubblico per
giustificare il ruolo redistributivo dello Stato, non può in realtà
giustificare alcunché, perché la metafora della "gara" che sottende
quest'idea trascura che nella competizione economica non c'è un
"traguardo" eguale per tutti, sicché la proposta cade di fronte alla
variabilità delle mete economiche, a sua volta conseguenza della
"diversità" dei competitori. Mentre spetta a Barone mettere la parola
"fine" al dibattito, dimostrando in un celeberrimo saggio (Il
Ministro della produzione nello Stato collettivista, del 1908) che uno Stato
integralmente pianificato si sarebbe trovato a dover risolvere i medesimi
problemi di allocazione propri del mercato concorrenziale, senza tuttavia poter
fruire della flessibilità di cui gode quest'ultimo per via del decentramento
delle decisioni produttive, di talché ogni sostituzione delle condizioni di
libera concorrenza si sarebbe risolta in una "distruzione di
ricchezza".
Può sembrare
paradossale, ma chi mostra nei fatti di consentire con l'estremizzazione
liberista dei marginalisti sono i sindacalisti "rivoluzionari",
divenuti nel frattempo critici nei confronti della svolta ministerialista di
Turati. Enrico Leone, un secolo prima di D'Alema e Blair, afferma che la libera
concorrenza, eliminando ogni lucro durevole non dovuto a contributi produttivi,
dev'essere assunta come obiettivo normativo della lotta di classe, e in virtù
della medesima accettazione del "principio edonistico" teorizzato da
Pantaleoni - secondo il quale il massimo benessere collettivo si realizza solo
in un sistema di laissez-faire - Arturo Labriola, De Pietri-Tonelli,
Trevisonno, Lanzillo e Rossoni rigettano l'identificazione tra socialismo e
proprietà statale dei mezzi di produzione. Nessuna meraviglia se di lì a poco
molti di costoro passeranno dall'opposizione a Turati a una sorta di
"rivoluzione senza socialismo", che li porterà ad appoggiare prima
l'intervento militare in Libia, poi il nazionalismo e infine il corporativismo
fascista: come mostrano opportunamente nei loro contributi Marco Gervasoni e
Flavia Monceri e Raimondo Cubeddu, una volta sostituiti agli obiettivi di
giustizia distributiva gli ideali di efficienza economica, era aperta la strada
per sostenere che il "massimo edonistico collettivo" poteva esser
meglio raggiunto in una società "organica" come quella teorizzata da
Alfredo Rocco.
Certo, sarebbe ingeneroso considerare costoro come dei semplici "traditori" tout court della causa operaia: siamo alla vigilia di quella che Polanyi chiamerà la "grande trasformazione" ed è innegabile che l'attenzione di molti socialisti per il marginalismo tragga origine dal tentativo di inquadrare teoricamente le prime esperienze di quello "Stato produttore" che tanto ruolo doveva poi rivestire nella futura storia del '900. Il fatto è che la battaglia teorica condotta dai marginalisti ha un segno politico nettissimo, ben visibile nell'intensa attività pubblicistica che accompagnò la produzione teorica dei suoi protagonisti, ed è quel "ritorno a Francesco Ferrara" che, facendo dell'individuo il fulcro della riflessione economica, mira innanzi tutto a "schiacciare" il conflitto sociale, togliendo legittimità teorica a ogni forma di mobilitazione collettiva. Assai opportunamente, perciò, questo intelligente volume si chiude con un splendido saggio di Aurelio Macchioro (Lineamenti per una storia epistemologica dell'economia italiana 1900-1950), nel quale con fine e colta ironia viene raccontato come e qualmente il decennio or ora trascorso abbia conosciuto un nuovo e irresistibile, benché grottesco, "ritorno a Ferrara". I cui esiti politici, ora, sono davanti a tutti.