RASSEGNA STAMPA

11 GENNAIO 2002
ANTONIO GNOLI
NEL SEGRETO DI JÜNGER/ESCONO I SUOI SCRITTI POLITICI

I critici a caccia di ogni sua frase. Da soldato a scrittore il senso di una metamorfosi

Sullo sfondo la sconfitta della Prima guerra, davanti una prospettiva giudicata inquietante. Per lungo tempo nascosti o introvabili gli articoli degli anni Venti vedono ora la luce in Germania

coautore Franco Volpi

A qualche anno di distanza dalla sua morte (febbraio 1998) escono in Germania gli scritti politici di Ernst Junger. Famigerati secondo alcuni, fondamentali per altri. Nella loro evidente crudeltà essi affacciano il lettore su una strana forma di abisso. C'è la guerra, la Prima, che ronza in quelle pagine. E vi è subito da chiedersi che cosa egli avrebbe pensato dei più recenti conflitti. C'è la politica che si agita come sogno jüngeriano di sconfiggerne l'aspetto plebeo. Sarà questo uno dei punti di maggior dissidio con il fascismo e il nazismo. C'è lo stile, freddo, antiprofetico, micidiale come un colpo sparato da un obice. Ma pensato da un chirurgo. E c'è finalmente, come vedremo, l'insieme di documenti degli anni duri e terribili, sui quali per lungo tempo era sceso un imbarazzante silenzio.

Ce lo ricordiamo il vecchio, ormai centenario, nella foresteria del castello degli Stauffenberg, a Wilflingen: sornione, e un po' beffardo, armato di quella leggera rigidità, frutto di educazione militare, mentre rievocava il senso di una prima guerra alla quale aveva partecipato con un misto di intelligenza, eroismo e fortuna. Nelle conversazioni che avemmo con lui presto o tardi, immancabile, si incrociava l'argomento. Il sulfureo Jünger agitava le sue Tempeste d'acciaio: i diari della prima guerra mondiale che gli avevano procurato d'un colpo una fama vasta e precoce. Non erano le memorie di un reduce, ma l'esatta e millimetrica restituzione di un mondo sul confine di due epoche: di un prima e di un dopo.

L'immagine suscitata da quel libro ha condizionato anche in seguito, nel bene e nel male, la ricezione della sua opera. Parte della critica  Cesare Cases, tanto per fare un nome  l'ha letta sotto quella luce, nella prospettiva dell'attivismo eroico, militaristico e nazionalista. E di lì, senza troppo sottilizzare, non ha inteso schiodarla. Intendiamoci: polemiche e critiche non sono prive di fondamento. Jünger non è uno dei tanti esponenti della letteratura di guerra. Nei turbolenti anni di Weimar divenne una figura simbolo per lo spirito tedesco assetato di rivincita dopo la catastrofe bellica e le mortificazioni di Versailles. In questa funzione egli si prodigò in un'intensa attività pubblicistica di carattere militare e politico. Ben 144 interventi e saggi che però  salvo poche eccezioni, tra cui La mobilitazione totale  furono esclusi sia dalla prima che dalla seconda edizione delle opere complete. Forse perché  come sostengono i critici  era questa la parte della sua produzione più pericolosamente contigua con la deriva ideologica del razzismo, dell'antisemitismo e del nazionalsocialismo.

Durante le visite che gli facemmo per realizzare I prossimi Titani tastammo anche questo delicato terreno. Per nulla imbarazzato, Jünger ci rispose: "Se fosse per me, non esiterei un istante a dare in pasto ai lupi famelici in circolazione, che vanno alla caccia di ogni mia frase di allora per attaccarmi oggi, una ristampa dei miei scritti politici. La casa editrice esita, ma presto saranno ripubblicati". Ad ascoltare Michael Klett, editore delle sue opere, le cose stavano esattamente al contrario: era Jünger che titubava, non lui. Poco importa, perché nella sostanza Jünger diceva il vero: tutti i suoi scritti politici sono ora riproposti in una splendida edizione, con ampio commento e postfazione, a cura di Sven Olaf Bergglötz: Politische Publizistik. 1919 bis 1933, KlettCotta, pagg. 899, marchi 98 (euro 50,11).

Alla recente Fiera del libro di Francoforte l'ampio volume è stato accolto come un documento storico di straordinario interesse, e qualche recensore l'ha salutato perfino come il libro di saggistica più importante dell'anno. I saggi qui contenuti, compresi grosso modo tra i diari di guerra e il Lavoratore, aprono uno scorcio illuminante su uno dei periodi storici più densi e concitati del Novecento. I primi interventi, fino al 1923, sono pubblicati in riviste militari, soprattutto in Die Standarte che ha, come eloquente sottotitolo, Contributi per un approfondimento spirituale dell'idea del fronte. Jünger cerca di capire la Grande Guerra e di dare un senso a un evento che appare ai più, soprattutto ai pacifisti, come la quintessenza dell'insensato. La sua eccezionale capacità di penetrazione si manifesta non solo nelle descrizioni della nuova dimensione tecnica della guerra, della trasformazione dei combattimenti da scontri tra strategie militari, come in passato, in Materialschlachten, "battaglie di materiali" in cui ad affrontarsi non erano più gli eserciti ma l'intera potenza industriale dei paesi belligeranti; e in cui il fattore decisivo sul campo non era l'abilità ma la potenza di fuoco. Jünger è altrettanto efficace nel cogliere il mutamento spirituale che il nuovo tipo di guerra ha prodotto nell'animo del soldato. Non mette a tema solo la motorizzazione dello scontro, la guerra e la tecnica, ma si chiede altresì che cosa significhi la "guerra come esperienza interiore", come "fatto eterno dell'uomo", come "madre di tutte le cose", alla cui luce l'essere fiammeggia di nuovi colori. Perfino il pacifismo  come scrive in un saggio omonimo del 1925  acquista il suo vero senso soltanto se visto dalla prospettiva del polemos inteso come grandezza metafisica fondamentale.

Più tardi, dall'agosto 1923, quando dopo il congedo dall'esercito fu libero di esprimersi sul piano politico, Jünger continua la sua attività pubblicistica collaborando a riviste della destra nazionalista come Arminius o il mensile Widerstand diretto da Ernst Niekisch. Qui capiamo il senso politico che egli intende assegnare al sacrificio bellico del soldato tedesco. Un sacrificio che non può essere stato vano, come gli umilianti patti di Versailles farebbero pensare. Al contrario, esso deve forgiare un nuovo sentimento nazionale che riempirà di linfa vitale la forma altrimenti vuota dello Stato. Il soldato deve trasformarsi in rivoluzionario che combatte contro il mondo pavido e debole della borghesia.

Entriamo così nell'animo della generazione tedesca che dopo Versailles abbracciò le idee della rivoluzione conservatrice e della destra nazionalista, opponendosi violentemente alla fragile democrazia di Weimar e spianando la strada, anche senza volerlo, al nazionalsocialismo. Nello scenario che i saggi ci squadernano dinanzi appare la singolare coincidentia oppositorum che si verificò allora in rebus politicis tra gli intellettuali radicali. Jünger discute con esponenti della destra quali Friedrich Hielscher, Edmund Schultz, Franz Schauwecker, Arnolt Bronnen e dal 1930 Carl Schmitt, ma intrattiene contatti altrettanto fruttuosi con il nazionalbolscevico Ernst Niekisch e con Bertold Brecht. Recensisce I proscritti di Ernst von Salomon ma con altrettanta ammirazione scrive delle memorie di Trotzky. Legge con entusiasmo Nietzsche ma sa apprezzare con disincanto anche la concezione marxiana di rivoluzione. Insomma, questi saggi sono la migliore testimonianza storica della confusione che regnava in quegli anni. Anche intorno a concetti politicamente fondamentali ed esplosivi come razzismo, antisemitismo e nazionalsocialismo non c'era affatto chiarezza. La storia non li aveva ancora riempiti di vita vissuta e di dolore. L'esperienza non li aveva ancora posti sotto il proprio inconfutabile segno.

Del resto, Jünger sperimentò sulla propria pelle le ambivalenti conseguenze di quel disordine: nel 1927 il partito nazionalsocialista gli offrì un seggio nel Reichstadt, e nel 1933, dopo la presa del potere, gli rinnovò l'offerta. Nel contempo, però, la sua casa fu perquisita dalla Gestapo, che guardava con sospetto alla sua attività pubblicistica.

Benché non inclusi nell'opera omnia, questi saggi sono la più illuminante documentazione di come Jünger diventasse quello che era. Si trasformasse da soldato a scrittore. Al fratello Friedrich Georg scrive il 14 agosto 1927: "Da mesi non fumo più, mi nutro solo di fiocchi d'avena, pane tostato e prosciutto. Ma questo stile di vita mi dà la forza per lavorare moltissimo". Lo scrittore eredita dal soldato la disciplina ascetica che gli consente di far sgorgare dall'intimo, in forma di energia pura, quel dono che Jünger possiede per natura e che è la scrittura. Al di là del contenuto dei saggi, anzi, proprio in considerazione del loro legame ai convulsi fatti del giorno, quindi del loro carattere istantaneo e della febbrile frenesia in cui furono stesi, colpisce la purezza olimpica dello stile. Uno stile che si impone anche contro le idee. Jünger è ormai diventato lo scrittore che in fondo era sempre stato: uno di quegli strani solitari che amano il tenue frego della penna sul foglio immacolato. Lo capì Goebbels, che il 7 ottobre 1929 annota nei suoi diari: "Leggo Il cuore avventuroso di Jünger. Questa è ormai soltanto letteratura. Peccato per questo Jünger, di cui ho riletto proprio ora Le tempeste d'acciaio. Quello sì che è un libro realmente grandioso ed eroico. Perché ha dietro un'esperienza vissuta nel sangue. Oggi invece Jünger si isola dalla vita, e perciò quel che scrive si fa inchiostro, letteratura". Era probabilmente il miglior complimento che gli potessero fare. Al di là della guerra al cui fuoco intellettuale, a differenza di altri, si era scaldato senza bruciarsi.
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