![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 GENNAIO 2002 |
|
Basta
col mercato! E' un grido ricorrente lanciato da chi - senza approfondire
le conseguenze dell'anatema - lamenta che l'economia di mercato consente, in
particolare, il permanere del divario tra ricchi e poveri, la disoccupazione e
lo spreco delle risorse scarse dell'ambiente.
A questo tiro a segno parteciperebbe, secondo il professor Rudiger
Dornbusch, il Governo tedesco che, in odore di elezioni, «ha una posizione
culturale antimercato» (vedi «Il Sole-24 Ore» del 6 gennaio) e, a casa nostra, opinion-maker del calibro del filosofo
ed eurodeputato Gianni Vattimo e del creativo sociologo Giuseppe De Rita.
Critiche
giuste quelle accennate, poiché il mercato, anche se si avvicina a realizzare
l'ideale della concorrenza e quindi dell'efficienza, come ogni istituzione
umana è imperfetto, sicché esso deve essere in parte corretto. Il dissenso netto con taluni di questi
critici sorge, però, quando essi fanno intendere che, per distribuire le
risorse fra usi alternativi - la funzione che il mercato esercita -
sarebbe
necessario ricorrere a strumenti radicalmente diversi. Il che equivarrebbe ad abbandonare una buona
automobile, che necessita una messa a punto, per muoversi a piedi, anzi per
rinculare.
Per
chiarirci osserviamo che, al di là dei giri di parole, il meccanismo
alternativo per l'allocazione delle risorse scarse, se si rinuncia al mercato,
è la pianificazione economica. E Dio sa
se, centralizzata o meno, essa non abbia già dimostrato di essere un meccanismo
inefficiente e creatore di povertà, invece che di ricchezza. A parte le disastrose esperienze concrete -
le economie collettiviste insegnano anche ragionando in astratto, questa soluzione
va scartata poiché sarebbe ingente il costo dell'informazione da fornire agli
organi di pianificazione sulle domande e offerte di risorse che dovrebbero
essere fatte incontrare.
Dunque,
riflettendo, anche le "anime belle", giustamente preoccupate dei
poveri, dell'ambiente e di quant'altro, dovrebbero gridare non "basta', ma
"avanti per un mercato efficiente".
Esso, ci insegnano i grandi economisti, non è uno stato di natura per
far vincere il più forte, ma un'istituzione ben regolata per garantire quella
competizione corretta che solo sola può giustificare moralmente il capitalismo.
Alcuni "Chicago boys" che hanno contribuito a creare in Russia un
mercato
del più forte con regole insufficienti - ora in via di correzione - hanno
creato danni enormi. Soprattutto in
campo sociale, a poco serve la tecnica senza l'etica.
E' giusto dunque sciogliere i vincoli che avvantaggiano impropriamente alcuni operatori, siano pure essi imprese municipalizzate, ma anche intervenire con la spesa pubblica e il prelievo tributario per aiutare i poveri. Non dimenticando però che, al pari del mercato, l'intervento pubblico può in parte fallire, per incapacità, favore a clientele, inefficienza burocratica. Occorre dunque rassegnarsi: non esiste meccanismo unico e perfetto per la gestione dell'economia. Ma è necessario un continuo, onesto e intelligente sforzo di trial and error: un approccio lontanissimo dalle ideologie estreme.