![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 GENNAIO 2002 |
|
Scarsi finanziamenti, incertezza
nell'organizzazione e poca chiarezza nella distribuzione di fondi: nel nostro
Paese stiamo uccidendo la scienza
Di questi tempi, l'impressione
dei ricercatori italiani è che gli scarsi finanziamenti, una notevole
incertezza sull'organizzazione e poca trasparenza nella distribuzione dei
fondi stiano uccidendo definitivamente la ricerca nel nostro paese. Cominciamo dai soldi. La finanziaria sembra diminuire la
percentuale del Prodotto interno lordo (Pil) destinata alla ricerca. Un calcolo sicuramente approssimativo, ma
verosimile in quanto derivato da un recente decreto ministeriale, ci dice che
tra il 2002 e il 2003 il Ministero spenderà in erogazioni specifiche circa 500
miliardi, di cui 200 il prossimo anno.
La spesa totale che comprende gli investimenti di diversi ministeri
dovrebbe raggiungere circa lo 0,6 per cento del Pil, inferiore a quella di
paesi meno ricchi del nostro, come la Grecia.
Sembra poco probabile anche la distribuzione dei 900 miliardi del FIRB
(fondo per la ricerca di base), che erano stati stanziati sulla base dei
risultati dell'asta per l'UMTS (la terza generazione di telefoni cellulari), ma
dei quali ora non si sa più niente. A proposito
della trasparenza va notato che i soldi FIRB erano stati messi a bando,
moltissimi gruppi di ricerca hanno presentato progetti con notevole affanno e
fatica e si trovano ora a non sapere che fine faranno le loro domande e se
verranno mai finanziate.
I problemi però non sono solo
finanziari. Approvato nel 2000, il Piano
triennale della ricerca, redatto dall'allora ministro Luigi Berlinguer, era un
ottimo strumento per riorganizzare l'intero settore sul modello degli altri
paesi sviluppati. Ora, il nuovo governo sembra avere accantonato tutto, mentre
circolano voci insistenti di privatizzazione del Consiglio Nazionale delle
Ricerche. La compartecipazione dei
privati alla gestione del CNR, in se stessa potrebbe anche essere un fatto
positivo, se portasse ad una maggiore efficienza, ma temo che non si tenga
conto di un
problema tutt'altro che
secondario: in Italia il settore privato non intende e non è in grado di
gestire ricerca e sviluppo, non per mancanza di competenze ma per caratteristiche
strutturati della nostra economia, per le ridotte dimensioni aziendali medie,
per la quasi assenza di capitale di rischio.
Un esempio per tutti, le difficoltà che incontra il sistema del
cofinanziamento, che non decolla per la mancanza di capitali privati, se si
eccettuano alcune iniziative come Telethon.
Tutto questo in un Paese in cui il MIUR chiede cofinanziamenti fino al
70% per la mancanza generale di fondi (nel piano nazionale di ricerca
Biotecnologie, molte unità operative sono entrate nei progetti a costo
zero!). Appare chiaro da quanto si è
detto che la privatizzazione del CNR si potrebbe solo risolvere in una svendita
a imprese straniere, le stesse imprese che collaborano con alcuni laboratori
italiani in modo proficuo, così come è essenzialmente di provenienza estera il
capitale necessario al cofinanziamento di cui si parlava.
Che cosa si può fare
dunque? La risposta è relativamente
facile. Anzitutto va aumentata almeno
di tre volte la spesa pubblica per la ricerca e bisogna dare piena attuazione
alla legge di riforma. Si deve inoltre
puntare con serietà allo sviluppo della ricerca privata, tenendo conto che in
fase iniziale è lo Stato che si deve impegnare a erogare incentivi, sotto forma
di finanziamenti per personale,
acquisto di brevetti di base per la cessione a bassi costi alle imprese e
snellendo le procedure amministrative.
Per fare un esempio,
costruire un'azienda partendo da zero nel settore biotecnologico richiede
quantomeno 20-30 miliardi, E' del tutto inutile investire in edilizia per i
cosiddetti incubatori ed è essenziale invece coprire in vari modi le prime
spese. Una volta costituito in questo modo un tessuto di base di ricerca e
sviluppo in particolare nelle nuove tecnologie, è possibile procedere
eventualmente con la compartecipazione dei privati anche alla gestione di Enti
di ricerca.
Un altro strumento da
attivare sarebbero le Fondazioni bancarie, che in molti Paesi ma non nel nostro
sono un importante anello della ricerca di base.
Queste sono solo alcune delle più ovvie cose da fare. Ammettendo che in questo governo e nelle stesse forze economiche, ci sia ancora una qualche voglia di far ripartire la ricerca invece di distruggerla sistematicamente come si sta facendo.