RASSEGNA STAMPA

2 GENNAIO 2002
TITTI MARRONE
INTERVISTA A EDGAR MORIN

Il grande sociologo tratteggia gli scenari del prossimo futuro

Immaginando un Occidente non egemonizzato dagli Usa

Non si può proprio dire che il sociologo Edgar Morin sia da classificare tra gli euro-ansiosi. "Non ho ancora ritirato le nuove banconote in euro", dice alla francese nel suo musicalissimo italiano un po' meticcio, facendo scivolare l'accento sull'ultima sillaba. "Sa, ho ancora i miei franchi da smaltire, e con quelli oggi ho comperato "Le Monde". Personalmente non mi disorienta l'idea del cambiamento, ma mi entusiasma la prospettiva che adombra: da oggi siamo veramente tutti un po' più europei". Il che non è poco, detto da lui, tra i maggiori pensatori contemporanei, teorico della complessità e autore, qualche anno fa, di un libro memorabile uscito da Feltrinelli e intitolato proprio Pensare l'Europa.

Professor Morin, se ci fosse un Cavour europeo forse direbbe: "Fatto l'euro, adesso si tratta di fare gli europei". E a lei, nel primo giorno dell'era euro, che cosa vien fatto di pensare sul futuro che ci aspetta?

Mi verrebbe voglia proprio di ripetere quella frase detta da Cavour all'indomani dell'unità d'Italia. Perché il punto è questo: il senso dell'euro non è unicamente economico ma anche politico, psicologico, culturale, mitologico e di conquista, o riconquista, di un'identità comune. Allora, che serve per fare gli europei? Innanzi tutto che il Parlamento europeo diventi qualcosa di più importante e presente nella vita di tutti i cittadini dei dodici Paesi, e non quell'entità periferica e solo consultiva fin qui conosciuta. Bisogna che i cittadini partecipino alle questioni europee anche al di là del voto alle elezioni. Che nascano partiti politici europei, sindacati, associazioni di varia natura. Poi io individuo un'altra priorità: un ruolo centrale sarà quello del Parlamento europeo, un altro dovrebbe esser ricoperto da un'istanza non solo simbolica, e cioé da un presidente d'Europa. Penso a una presidenza che attinga al modello dell'antichità romana, con due o tre persone, insieme o a rotazione, che concretizzino l'idea di una pluralità. È una tappa, a mio avviso, necessaria.

Quando scriveva "Pensare l'Europa", lei era convinto che fosse indispensabile partire dagli antagonismi interni, premessa della vitalità europea. Lo pensa ancora, in tempi di antagonismi dolorosissimi e diffusissimi?

In passato ho avuto una visione universalista e astratta. Oggi per me l'europeismo non è un ostacolo all'universalismo, ma è il contrario. E dunque oggi aggiornerei quel ragionamento. Lo farei così: dall'11 settembre, ma a ben vedere già da quando il conflitto nella ex Jugoslavia ha assunto dimensioni drammatiche, l'Europa ha una missione insieme culturale, diplomatica e politica. Dopo la fine della seconda guerra mondiale non c'è mai stato tanto vuoto di saggezza politica come in questo momento: gli Usa tendono a porsi come gendarme interplanetario e propongono una visione imperiale dell'ordine mondiale. Dunque, ci sarebbe bisogno di un ruolo imparziale per mediare le tensioni con il mondo islamico e non solo quello. Nessuno potrebbe svolgerlo meglio dell'Europa, che dovrebbe dunque mettere la sordina alle sue diversità interne e avere la forza di proiettarsi come garante di un diverso assetto nei rapporti internazionali. Certo, non sarà facile, soprattutto perché andrebbe costruita una volontà comune nei diversi Paesi: e a dimostrare come ciò sia molto di là da venire sono le differenze emerse sul Kosovo, sul Medio Oriente, sulla guerra in Afghanistan. Ci vorrebbe un'accelerazione nel campo delle decisioni. Ma in genere, proprio le sfide più difficili possono produrre simili accelerazioni.

Sta di fatto che nessuno immaginava di quale natura sarebbe stata la sfida posta agli equilibri mondiali. Ancora di recente, in un articolo, Samuel Huntington è tornato a parlare di scontro di civiltà, con un'avvertenza: a suo avviso quello cominciato con il crollo delle Twin Towers è solo il primissimo atto di un simile scontro, il prodromo, nell'imminente futuro, di nuovi drammatici sviluppi. Lei che ne pensa?

Penso che solo un movimento marginale nel mondo islamico punti allo scontro tra civiltà, e solo un settore marginale di quello occidentale lo caldeggi. Penso che non esista alcuna necessità storica per questo scontro. E parlerei d'incomprensioni tra civiltà, più che di scontri.

E se poi quelli che lei definisce movimenti marginali del mondo islamico prendessero il sopravvento?

È evidente che questa possibilità, temuta da tutti noi, esiste. Ma che questo poi si verifichi o meno dipende anche dall'Occidente, che deve lavorare per mutare la propria concezione di politica. Necessita un'idea di mondializzazione nuova, seguita da una pratica adeguata e non solo dichiarata a parole. Dovremmo metterci tutti in testa, noi europei e tutti gli occidentali, che la civilizzazione di cui c'è bisogno non significa azioni militari bensì attenzione concreta ai diseredati del mondo, ai Paesi del terzo Mondo. Se non si cambia, sarà la catastrofe. Ed è qui che l'Europa potrebbe trovare il nuovo spazio per la sua politica. In Medio Oriente, dovrebbe caldeggiare in modo unitario e forte la costituzione di uno Stato palestinese sulla base delle frontiere del 1967, con due capitali. Ci vorrebbero truppe europee in grado d'intervenire a impedire i conflitti, con compiti di pacificazione. Certo, non c'è ancora l'autorevolezza europea necessaria a tutto questo, e forse neanche l'autonomia. Né la volontà. Ma la vera scommessa è questa.

In definitiva lei propende per l'ottimismo o il pessimismo?

Come si fa a dirlo: sono otti-pessimista, o pessi-ottimista, non so. So che nei fatti gli eventi favorevoli sono sempre inaspettati, come inaspettati furono fine del nazismo e crollo del comunismo. Allora, la scommessa del nuovo anno si gioca tutta sull'improbabile: è il mio mestiere, da tutta la vita. Stavolta è più importante del solito vincerla. O sarà la catastrofe.
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