RASSEGNA STAMPA

28 DICEMBRE 2001
ANGELO M. PETRONI
Francesco Barone: una critica che ridimensionò il pensiero neopositivista

Nella Torino di Peano, Guzzo e Abbagnano diventò un acuto filosofo della scienza

Francesco Barone era nato a Tori­no il 21 settembre 1923, e torinese si sentì per tutta la sua vita. Il padre era tipografo de «La Stampa»; cosa che egli ricordava con orgoglio ai più giovani allievi quando capitava che essi non capissero il perché il mae­stro, fosse tanto esigente in fatto di cura redazionale dei loro lavori.

Barone iniziò, gli studi di filosofia  nella Tonno degli anni Quaranta, che era allora un centro formidabile di cul­tura filosofica. Le due figure che primeggiavano e rivaleggiavano erano quelle dello spiritualista cattolico Au­gusto Guzzo, e dell'esistenzialista laico Nicola Abbagnano.  Ma Torino ave­va visto anche la nascita della logica formale moderna con Giuseppe Peano e la sua scuola, la cui influenza era ancora molto viva.

Barone si laureò con Guzzo, con una tesi su Nicolai Hartmann . Del maestro non seguì l'orientamento spirituali­sta, ma ne condivise la critica alle tendenze più fortemente idealistiche delle filosofie di Croce e di Gentile.  Fu questo percorso intellettuale che portò Barone a impegnare le sue formidabili doti filologiche e critiche lungo due direzioni principali.  La prima di esse era la filosofia del neopositivismo, la seconda la nascita della logica formale nel Settecento.  Dalla prima nacque l'opera Il Neopositivismo logico, pubblicata originariamente nel 1953, e ripubblicata, aggiornata, nel 1977.  Dalla seconda nacquero i due volumi di Logica formale e logica trascendentale (1957 e 1965).

Entrambe le opere sono una pietra miliare della storiografia filosofica del secondo Novecento.  Ma è stata soprattutto l'opera sul neopositivi­smo a dare a Barone la fama della quale egli godeva nella comunità scientifica italiana e internazionale, testimoniata dall'elezione alla Accademia dei Lincei.  L'opera venne scritta in un momento nel quale il neopositivismo era una filosofia in piena espansione, soprattutto negli Stati Uniti, dove negli anni Trenta aveva­no trovato rifugiò tanti suoi esponenti europei.  Barone apprezzava piena­mente il neopositivismo per i grandi risultati che esso aveva conseguito nella comprensione della rilevanza della scienza e della logica.  Ma lo criticò per i limiti che gli erano imposti dalle premesse antifilosofiche e iperempiriste, e dall'incapacità di ap­prezzare il valore della dimensione storica dell'impresa scientifica.  Furo­no proprio questi limiti che, nel volge­re di un decennio, segnarono il tra­monto del neopositivismo.

L'attenzione alla dimensione storica della scienza portò Barone a occupassi con continuità di storiografia della scienza moderna.  Sua è in particolare la prima traduzione italiana dell'opus magnum di Copernico, il De Revolutionibus orbium coelestium.

Specialista raffinato, Barone non fu però un filosofo chiuso nella dimensio­ne accademica.  Per più di vent'anni collaborò a «La Stampa» con articoli che commentavano gli eventi più diver­si in chiave etico-politica, a dimostra­zione del fatto che la buona filosofia si nutre della realtà del tempo presente, e ne offre gli strumenti per valutarla e meglio apprezzarla.

Barone fu per tutta la  sua vita un autentico liberale nel senso più alto del termine.  Preside della Facoltà di Lette­re e Filosofia dell'Università di Pisa (dove era ordinario di Filosofia teoreti­ca), allo scoccare della contestazione, fu rigidissimo nel difendere i principi dello Stato di diritto e l'indipendenza delle istituzioni universitarie di fronte all'assalto dell'ideologia marxista.  E lo fece con una correttezza che gli valse il rispetto dei contestatori di allo­ra, molti dei quali destinati a diventare personalità importanti della vita politi­ca italiana.

Chi ha avuto la forma di esserne allievo lo ricorderà sempre per il rigore intellettuale e morale, per la sua inflessibilità nell'affermare i principi della serietà del lavoro scientifico, e per l'equilibrio del suo giudizio.  Un equilibrio che era il riflesso del suo umanesimo laico, profondamente per­vaso dal senso della finitudine, ma che nell'etica del lavoro e nel valore della conoscenza seppe sempre trovare le ragiona per non cedere mai alla tenta­zione di uno sterile nichilismo.
inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche