![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 DICEMBRE 2001 |
|
E' morto il filosofo teoretico allievo dì Pavese e Geymonat e
maestro di Bodei e Pera
E' morto
ieri Francesco Barone, professore emerito di filosofia teoretica presso
l'università di Pisa e direttore della rivista Nuova Civiltà delle Macchine a
Forlì. Aveva 78 anni e il bisogno
costante di ritessere su basi nuove il rapporto tra due grandi (le due più
grandi?) espressioni della cultura dell'uomo: la scienza e la filosofia. A questo ardito progetto Francesco Barone ha
dedicato gran parte della sua vita di filosofo e di maestro. Con successo. Su entrambi i fronti.
Tra poco
daremo una misura, sia pure provvisoria, di questo successo. Fermiamoci per ora sull'ardito
progetto. Perché si tratta di un
progetto fondamentale, oggi più di ieri, per lo sviluppo della scienza e della
filosofia. Ovvero per gli sviluppi
della nostra cultura. Tutto questo per
un motivo molto semplice. Perché, come
diceva il più grande fisico del '900 e forse di tutti i tempi, Albert Einstein:
"la filosofia senza la scienza è vuota.
E la scienza senza filosofia, ove anche fosse possibile, sarebbe cieca". Noi, oggi, mentre lamentiamo lo svanire del
senso critico e, insieme, la prepotenza della tecnica, non abbiamo certo
bisogno né di una filosofia vuota né, tantomeno, di una scienza cieca. Per cui
il dialogo fra scienza e filosofia, o se volete tra scienziati e filosofi, è,
appunto, fondamentale per capire e (cercare di) dominare il nostro tempo.
Il guaio è
che oggi gli scienziati e i filosofi non amano parlarsi molto tra loro, come
rilevava con preoccupazione Francesco Barone.
Gli scienziati, infatti, tendono a vedere nei filosofi gente che con
molte parole e poco rigore tenta di mettere i bastoni tra le ruote al libero
dispiegarsi della ricerca. I filosofi,
in vedere negli scienziati gente che con molta tecnica e poca profondità tenta
di affermare un'immagine superficiale del mondo.
Certo, non
mancano i tentativi di superare il muro della incomunicabilità. Ma questo avviene, in genere, ponendo ora
prima la scienza ora prima la filosofia lungo la scala della conoscenza. Nulla di più sbagliato, diceva Francesco
Barone. E nulla di più vecchio. Perché il rapporto asimmetrico e le
difficoltà di comunicazione tra filosofia e scienza sono, per l'appunto,
antiche. Risale al tempo i cui i Greci
cominciarono a distinguere tra la conoscenza scientifica e la conoscenza
filosofica. Cogliendo immediatamente,
rileva Francesco Barone, la dimensione essenziale di entrambe. La scienza, per i Greci, era la forma di
conoscenza che ci fornisce un'immagine unitaria e coerente del mondo. La filosofia, invece, era la forma di
conoscenza che ci fornisce una valutazione del significato del mondo. In altri termini: la conoscenza scientifica
cerca di risalire alla "struttura" del mondo e ci dice com'è fatto il
mondo. La conoscenza filosofica cerca
di risalire al "senso" del mondo e ci dice perché il mondo è fatto
come è fatto.
Aver colto
l'essenza intima e complementare di queste due forme di conoscenza non impedì
ai Greci di ordinarle in maniera gerarchica, lungo una scala di valore. Platone, per esempio, vedeva nella filosofia
l'unica forma di conoscenza cosmica, perché capace di attingere al mondo
ordinato delle idee. Mentre le scienze
potevano ambire a rivelare la struttura del mondo reale, ombra alquanto pallida
e certo imperfetta del "kosmos neotòs", del mondo ideale. Va da sé che Platone guardasse alla
filosofia come alla regina di tutte le scienze. E alle scienze come ancelle della filosofia. Per Platone e per molti filosofi ancora oggi
la filosofia precede la scienza nella scala della conoscenza.
Con Galileo
Galilei e la nascita della "nuova scienza" la situazione in qualche
modo si ribalta. Gli scienziati, in primo luogo i fisici, acquisiscono una
metodologia per indagare con sistematicità la "struttura" del mondo. E questa metodologia, fatta di teorie
matematizzate e di verifica sperimentale, è così potente da dare a Galileo
l'impressione che il mondo sia un libro scritto in lingua matematica e che gli
intelligibili (le conoscenze scientifiche) siano "intensive", ovvero
per qualità e valore, del tutto simili a quelle di Dio. Anche se gli intelligibili sono
"extensive", ovvero per numero, sono infinitamente minori di quelli
posseduti da Dio che, semplicemente, li possiede tutti. Se dunque la scienza raggiunge una
"certezza" pari a quella di Dio sulla struttura del mondo, va da sé
che la filosofia, che non può aspirare a tanto, è, per quanto nobile, una
dimensione della conoscenza di ordine inferiore. Per Galileo e per molti scienziati ancora oggi la scienza precede
i filosofi nella scala della conoscenza. Eppure oggi il problema della
conoscenza è cambiato, ricordava Francesco Barone. La filosofia, quella che non è vuota, sa di non poter accampare
alcuna primazia rispetto alla scienza.
La scienza, quella che senza filosofia sarebbe cieca, sa di non essere
un'impresa che accumula intelligibili: sia perché le certezze che essa
raggiunge non sono assolute, ma provvisorie sia perché i suoi fondamenti logici
e matematici non sono affatto di granitica solidità. Da questa condizione di reciproca e apparente debolezza la
scienza e la filosofia possono trovare la leva giusta per stabilire,
finalmente, un dialogo paritario.
Questa leva, suggeriva Francesco Barone, è l'umiltà. Un'umiltà gelosa. Scienziati e filosofi devono riconoscere i limiti delle rispettive
imprese di conoscenza. Ma anche
riconoscerne la specificità. Acquisendo
la consapevolezza dei limiti e riconoscendo la propria diversità, scienza e
filosofia concludeva Barone possono e devono costruire un processo paritario di
dialogo ritornando alla percezione antica ed essenziale dei Greci. La scienza propone un'immagine del mondo,
una vera e propria "Weltanschauung".
La filosofia cerca un senso al mondo.
In questo modo, per dirla con Einstein, la filosofia evita di
discutere dì cose vuote. E la scienza
acquisisce la capacità di muoversi in una direzione, stemperando la propria
einsteiniana cecità.
In un articolo scritto proprio in onore di Einstein, Francesco Barone ha spiegato cosa, più in concreto, bisogna intendere per filosofia. E per filosofia della scienza. La filosofia non è solo la giustificazione logico-deduttiva della scoperta scientifica, come proponevano i neopositivisti logici. La filosofia è anche la decostruzione del contesto, storico e psicologico, nel quale la scoperta è stata effettuata. In questo modo la filosofia non è solo un'impresa lontana dal senso comune e fondata sul rigore della logica, ma è anche "Weltbild": una "visione del mondo" accessibile, almeno in prima visione senso comune. In fondo è proprio questa filosofia, questa "visione del mondo", che regala agli uomini di scienza uno strumento per selezionare i fatti significativi dal mare infinito di dati che procura loro l'indagine sul mondo. Fin qui il progetto di Francesco Barone. Un progetto ardito. Non solo e non tanto perché cerca di riformulare in modo nuovo ed equilibrato il millenario e asimmetrico rapporto tra scienza e filosofia. Ma anche e soprattutto perché è un progetto che attacca molte rendite di posizione. E molte presunzioni di primazia. Sia tra i filosofi che tra gli scienziati. Accennavamo, all'inizio, al successo di Francesco Barone. In filosofia e in filosofia della scienza la strada da lui indicata é considerata da molti una necessità, oltre e più che un'occasione. Non a caso a Forlì, nel cenacolo della Nuova Civiltà delle Macchine da lui allestito e diretto, il dialogo paritario tra scienziati e filosofi da almeno un ventennio si è acceso per davvero. Quanto al successo del maestro, basti pensare che sono stati suoi allievi Remo Bodei, Marcello Pera, Giorgio Gargani. D'altra parte uno che al liceo, serale, a Torino ha avuto la fortuna di avere come insegnante di italiano Cesare Pavese e come insegnante di matematica Ludovico Geymonat, non poteva che avere e restituire un'idea profonda del concetto di formare.