![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 DICEMBRE 2001 |
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Quanti carcerieri attorno ad Antonio Gramsci
Massimo Caprara ha ricostruito la progressiva, implacabile
emarginazione nel partito e nel matrimonio vissuta dal leader che si opponeva a
Stalin
I fascisti lo chiusero in cella, ma comunisti e familiari gli
scavarono un fossato morale
Un eroe
fragile e potenteLegata alla tradizione del pensiero di Hegel, per nulla
incline a valorizzare la dimensione dell'individualità privata di ciascun uomo,
la filosofia di Karl Marx non riserva un'attenzione particolare alle vicende
dei singoli, tutta volta com'è ad accentuare il ruolo della classe sociale e
del partito politico; a questo proposito, è noto che una delle critiche più
severe rivolte al comunismo ha riguardato proprio il suo misconoscimento del
valore della persona, colta nella sua unicità e irrepetibilità. In questo
contesto, non casualmente, l'immagine dei dirigenti del comunismo mondiale era
quasi sempre quella di uomini privi di una propria vita personale, o di uomini
della cui esistenza privata poco importava e ancor meno si doveva sapere: ciò
accadeva perché la loro umanità veniva del tutto assorbita nell'azione
rivoluzionaria e nella vita politica, o almeno così era opportuno che
apparisse. I rari strappi a questa regola furono mal sopportati, in primis
proprio all'interno dello stesso universo comunista. È tenendo conto di questo
aspetto dell'ideologia comunista, che si apprezza pienamente il recente libro
di Massimo Caprara, Gramsci e i suoi carcerieri, nel quale l'autore, noto
dirigente e parlamentare dell'ex Pci, per vent'anni segretario particolare di
Togliatti, oggi approdato a ben diversi lidi ideologico-politici, rilegge la figura
e le vicende del celebre intellettuale comunista a partire dal dramma familiare
e politico che egli si trovò a vivere dopo aver sposato per amore Julca
Schucht, una donna manovrata dai servizi segreti sovietici, e quando gli fu
palese che gli stessi dirigenti del Komintern lo avevano abbandonato nel
carcere fascista a causa della sua intransigente opposizione allo stalinismo.
Caprara - e qui sta l'importante originalità del suo contributo - si muove su
due piani: quello più squisitamente documentale e quello dello scavo
psicologico effettuato sulle lettere scritte dal pensatore sardo rinchiuso
nelle prigioni fasciste. Operando questa felice scelta, Caprara si posto in
sintonia con Enzo Bettiza, il quale sostiene che ogni veritiera storia che
coinvolge comunisti non è tanto roba da documenti, ma piuttosto da tragedia
shakespeariana o da romanzo dostoevskiano, vale a dire roba che sa di vita e di
morte, di sangue e di menzogna, di altitudini gelide e di abissi infernali.
L'epistolario gramsciano risulta uno specchio drammaticamente fedele di tutto
ciò e testimonia dolorosamente la progressiva emarginazione vissuta da Gramsci
nel matrimonio e nel partito: in una lettera alla cognata Tania del febbraio
1933, egli scrive di avvertire, nei rapporti con la moglie, " un certo
equivoco, un doppio fondo, una ambiguità che impedisce di vedere chiaro e di
essere completamente franchi", e aggiunge: "La mia impressione è di
essere tenuto da parte, di rappresentare, per così dire, una pratica
burocratica e nulla più ". Annota Caprara: " L'intuizione si è fatta
analiticamente certezza. Il detenuto intravede, scorge in Julca, alle sue
spalle, il dominio grande, terribile di un mondo, quello del suo Partito
bolscevico, dei suoi manovratori, della geometria criminale che impiega come
addendi di un'operazione impietosa un uomo e una donna stretti da un caldo
amore". Il libro costituisce un'importante conferma di due fondamentali
convinzioni che, attraverso non poche difficoltà e sofferenze, si sono fatte
strada nella coscienza dell'uomo contemporaneo uscito dalle grandi tragedie del
XX secolo: la certezza che la persona umana non può e non deve essere mai
asservita ad alcun progetto ideologico-politico; la seconda convinzione
riguarda il fatto che, per quanto si tenti di annientarla, la persona ha in sé
risorse e valori insopprimibili e, alla lunga, vincenti: ecco perché, come
sostiene Caprara, dall'epistolario gramsciano, accanto alla figura di un uomo
vittima delle tenebre del cuore e della ragione, emerge quella di " un
eroe assieme fragile e potente, tenace, lucido e turbato, vinto e
vittorioso".
Fernando Mezzetti
Uscito oltre trent'anni fa dal Partito comunista dopo avervi passato un quarto di secolo in posizioni delicate come capo della segreteria di Togliatti, Massimo Caprara non fa che interrogarsi su come sia stato possibile restarvi così a lungo. Ignazio Silone scrive che non si esce dal Partito comunista come da un partito liberale: la militanza è così totalizzante che la rottura è una lacerazione profonda, come per un sacerdote abbandonare la Chiesa. Caprara è conferma e negazione di questo. Conferma nel senso che una volta fuori del partito chi vi ha militato prova una fase di smarrimento, quasi una perdita di identità. Negazione nel senso che chi ha consapevolezza di aver avuto la mente prigioniera si sente poi meglio attrezzato a capire il presente, individuare le trappole spietate dell'ideologia, mettere a fuoco con diversa sensibilità il buio attraverso il quale è passato. Finissimo analista politico, Caprara ha scritto in questi anni diversi libri, da "Quando le Botteghe erano oscure" a "Ritratti in rosso", a "L'inchiostro verde di Togliatti", a "Paesaggi con figure" che sono viaggi all'interno del Pci e della sua tortuosa storia: il Pci di Togliatti e di Longo, quello sovietico che era fiero di esserlo e rimasto tale a lungo anche con Berlinguer, in cui entrarono tanti giovinotti che oggi, al vertice dei Ds, affermano di averlo fatto perché antisovietici. Caprara, personaggio in cui si fondono partenopea eleganza di modi e intimo rigore ambrosiano, essendosi formato nelle due città, non cerca scuse siffatte per le scelte a suo tempo operate. Sa di essersi lentamente sottoposto, nel Pci, a una sorta di automutilazione intellettuale, ed è per questo che scrive, cercando di riannodare tutti i fili del tempo della mente prigioniera, allora ignorati per istintiva autodifesa di certezze di cui avrebbe infine visto la fallacia. I suoi libri, come dice Enzo Bettiza che di comunismo se ne intende, sono la "vera storia del Pci", nei suoi anfratti da doppio gioco, densi di tragedie umane e politiche, di spietata lotta interna, di disprezzo per la verità, e smontano gli storici di corte: a conferma di ciò che diceva Arthur Koestler, e cioè che la partita si sarebbe giocata tra comunisti ed ex comunisti, i quali conoscono i primi molto meglio degli anticomunisti. Il più recente lavoro di Caprara è proprio sulla maggiore tragedia umana e politica del comunismo italiano: Antonio Gramsci, arrestato nel novembre '26, condannato nel '28, morto nel '37 dopo 11 anni di carcere. "Gramsci e i suoi carcerieri" si intitola quest'opera (edizioni Ares, lire 28mila), ma nulla vi si trova su chi ha messo e tenuto Gramsci in carcere, cioè il fascismo. La rilettura della vicenda fatta da Caprara con rigore storico, straordinaria pietas e fine spirito letterario, suggerisce altre conclusioni. I carcerieri peggiori erano altri. Fermo restando che responsabile della prigionia e della fine di Gramsci è il fascismo liberticida, pure altre figure si muovono attorno, vicine e lontane da lui: i suoi compagni di partito e la sua famiglia russa, tutti carcerieri. Tutti, Stalin e Togliatti in primo luogo, interessati a farlo restare nel carcere fascista, dove gli altri carcerati comunisti, infatti, gli danno l'ostracismo. Gramsci è in una doppia cella: quella fisica del carcere e la tela di ragno, implacabile e tormentosa, tessuta attorno a lui dai suoi compagni. Una vertigine della ragione, una tragedia umana e intellettuale. Ci sono tappe nella vicenda di Gramsci e atteggiamenti del partito e dei familiari verso di lui che gli addetti ai lavori conoscono, ma che Caprara sa indagare con straordinaria sensibilità. Nell'ottobre del '26, nel pieno della lotta di Stalin contro Trotzky, Zinoviev, Kamenev, da Roma a nome del Pci Gramsci manda a Togliatti a Mosca, perché lo presenti al vertice dell'Internazionale comunista, cioè Stalin, un documento con cui, pur condannando le loro posizioni politiche, si disapprova la stalinista e feroce campagna contro di loro. Togliatti mostra il documento a Bucharin, che a sua volta lo passa a Stalin, ma ufficialmente lo respinge al mittente, dicendo sostanzialmente a Gramsci "non capite niente". È l'ultimo contatto tra loro due. Da quel momento la sorte del sardo è segnata: Stalin sa che lo disapprova, e questo basta per considerarlo un nemico. Togliatti sa che cosa pensa Stalin. Nel '28, alla vigilia del processo, finisce al giudice istruttore una lettera spedita da Mosca a Gramsci in carcere, autore Ruggiero Grieco, in cui si esalta la sua figura di leader comunista. Il magistrato, sardo, che era orientato a chiedere il suo proscioglimento, mostrandogli la missiva osserva: "Onorevole, con questi amici che ha, chissà quanto resterà qui dentro". Negli anni di carcere, Gramsci avrà costantemente vicino la cognata, Tania, ma riceverà pochissime lettere dalla moglie, Julia, la quale, si è sempre detto, era malata ed esaurita. Sappiamo adesso che è diverso, grazie alla ricerche di un giovane storico russo, Jaroslav Leontiev, un cui saggio fa da postfazione al bel libro di Caprara: Julia era funzionario della polizia segreta, Nkvd, così come lo era suo padre, amico di Lenin e di sua moglie, la quale aveva combinato il matrimonio col dirigente comunista italiano. Il silenzio di Julia, dunque, è quello di una comunista pura e cauta, che riduce al minimo il rapporto con un comunista eretico benché incarcerato. Sullo sfondo, altri personaggi, come Piero Sraffa, docente a Cambridge, amico di gioventù di Gramsci, cui resta vicino negli anni di prigionia, e a cui Tania riferisce i colloqui in carcere, mandandogli copie di ogni lettera. Amico, ma anche, se non soprattutto, fonte di informazione per un partito sovietizzato che considerava pericoloso il proprio capo in prigione. Si capisce così come siano falliti, per inerzia sovietica, tentativi avviati dal Vaticano per far liberare Gramsci con scambi di prigionieri; e altri sui quali Gramsci raccomandava a Tania "non parlarne con gli italiani", intendendo i comunisti. Per Stalin, meglio che Gramsci morisse in un carcere fascista che farlo liberare e poi fucilarlo a Mosca. Ma si spiegano anche i tormenti di Gramsci sui fatti sopra ricordati, e le sue lucide comprensioni delle torbide manovre su di lui a Mosca e nel Pci. La missiva spedita da Mosca e che segnò la sua condanna lo tortura negli anni come "atto scellerato"; si tormenta sul piano politico e umano, e osando l'inosabile davanti alla censura carceraria scrive alla cognata nel febbraio 1933: "Sono stato condannato il 14 giugno 1928 dal Tribunale Speciale (...) Ma chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto (...) Tra questi "condannatori" c'è stata anche Julia, credo, anzi, sono fermamente persuaso, inconsciamente, e c'è una serie di altre persone meno inconscie". Aveva capito tutto, vedeva la tela di ragno più forte e dolorosa delle sbarre. Fu questa la sua vera, sconosciuta tragedia, e sulla quale il Partito comunista, esaltando la vittima del fascismo, ha steso il silenzio.