RASSEGNA STAMPA

20 DICEMBRE 2001
FEDERICO UNGARO
E nelle provette mettiamo anche etica

Bioterrorismo e clonazione sono gli incubi del XXI secolo. Dopo la fisica e l'inizio dell'era atomica, adesso tocca alle scienze della vita "conoscere il peccato"

Ma i ricercatori non vogliono che i rischi di attentati e strategie eversive o di una riproduzione in fotocopia siano l'anticamera per limitare la loro libertà/Concordano, però, su un'esigenza: occorrono regole precise per andare avanti

Dopo i fisici, anche i biologi - per usare un'espressione del padre della bomba atomica, Oppenheimer - conoscono il peccato? Bioterrorismo e clonazione rischiano infatti di diventare i due incubi della biologia del 21esimo secolo. Incubi che sembrano aver improvvisamente fatto svegliare gli scienziati dai loro sogni di gloria. Agli occhi dell'opinione pubblica, infatti, le scienze della vita non sembrano essere più lo strumento tramite il quale si sarebbe realizzato un mondo futuro perfetto, dove sarebbe stato possibile sconfiggere la fame e le grandi malattie. Per il cittadino comune, invece, oggi la biologia sembra incarnare soprattutto la grande minaccia delle bioarmi di distruzione di massa e l'inquietante capacità di costruire perfette fotocopie di un uomo. E così a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro, un editoriale sulla prestigiosa rivista scientifica Nature (intitolato "Biologi, fine dell'innocenza") invoca un codice di autoregolamentazione sulle pubblicazioni delle ricerche potenzialmente usabili come armi, mentre Michael West, il fondatore della Advanced Cell Technology (l'azienda ormai famosa per i suoi esperimenti sugli embrioni umani), si dice profondamente triste per la condanna espressa dal Papa alle sue attività.

Una sveglia forse salutare per gli scienziati se è vero quello che dice su Nature George Poste, presidente della task force contro il bioterrorismo del Dipartimento della Difesa americano: "quando facevo presente i rischi che certe ricerche potessero essere usate dai terroristi per produrre armi , la reazione era immancabilmente la stessa: uno sguardo vacuo, seguito dal negare arrogantemente il problema".

Secondo l'esperto, l'unico modo per correre ai ripari è imporre un codice di autoregolamentazione, basato sul divieto di pubblicare le ricerche potenzialmente pericolose e sulla limitazione ai soli scienziati affiliati ai laboratori ufficiali dei dati sul codice genetico degli agenti patogeni (batteri e virus portatori di malattie letali per l'uomo).

E se i biologi non ci pensano da soli, insiste Poste, ci penserà la politica, imponendo una serie di misure legislative che finiranno per strangolare la ricerca. Proprio in questi giorni c'è una legge in discussione al Congresso degli Stati Uniti che limita la partecipazione degli scienziati stranieri agli studi che potrebbero portare alla realizzazione di armi biologiche.

Imposizioni politiche che hanno già regolamentato in gran parte dei paesi del mondo la clonazione umana terapeutica (destinata alla produzione di tessuti da trapiantare su un malato) e che hanno vietato quella riproduttiva, cioè i cosiddetti figli fotocopia.

Insomma, i biologi "ex innocenti" si trovano improvvisamente a che fare con norme non solo etiche, ma politiche? E' finita, con l'innocenza, anche un pezzo di libertà?

"Credo che la libertà dei ricercatori - spiega Giulio Girello, filosofo della scienza che insegna all'Università di Milano - sia messa in pericolo da un po' di tempo da una sorta di reazione anti illuministica, che cerca di colpire proprio i fondamenti della scienza moderna così come li conosciamo: pubblicità e controllo dei risultati. Fondamenti per i quali esimi scienziati, come Galileo Galilei hanno lottato e sofferto".

"Questa reazione cerca di far passare delle misure liberticide per i ricercatori, magari sfruttando l'ansia e la paura generate da eventi come gli attentati dell'11 settembre. Al contrario dell'opinione di molti - conclude il filosofo - io sono per la libertà di ricerca degli scienziati, pur comprendendo appieno che in alcuni casi, come il bioterrorismo o la clonazione, si tratta di argomenti molto spinosi e difficili da trattare. Comunque, resto dell'idea che, usando le parole del poeta inglese John Milton, lo stato di necessità sia spesso l'anticamera della tirannide".

Su posizioni simili Demetrio Neri, ordinario di bioetica dell'Università di Messina e membro del comitato nazionale di bioetica. "Sacrificare la libertà di un ricercatore sull'altare di una situazione estrema come quella emersa dopo gli attentati terroristici in America è il modo migliore per darla vinta ai terroristi stessi", spiega Neri.

Ma, aggiunge il professore, "sono necessarie delle regole. Regole che, però, devono operare sul lato della finalità che le ricerche si pongono e che non devono invece bloccare in anticipo un intero filone d'indagine". Il bioetico usa l'esempio della clonazione. "Quella riproduttiva, i cosiddetti figli fotocopia, ha un fine che non è accettabile dal punto di vista etico e quindi va impedita, anche sotto il profilo legislativo. Quella terapeutica ha invece un fine molto importante: trovare nuove cure per gli esseri umani. Bloccarla sulla base di presupposti etici che non sono condivisi da tutti o perché questi studi vengono percepiti come pericolosi dall'opinione pubblica è sbagliato".

"Non credo che ci sia un problema di eccessiva regolamentazione delle ricerche biologiche - spiega invece Bruno Dalla piccola, presidente della Società italiana di genetica umana -. Mi sembra che il problema sia proprio il contrario, la mancanza di regole. Per quanto riguarda i codici di autoregolamentazione, non servono a molto. Non potrebbero contenere che una serie di norme etiche e di comportamento che la maggior parte degli scienziati ha già interiorizzato. Purtroppo, come in tutti i campi dell'attività umana, anche tra i ricercatori ci possono essere quelli ai quali le norme etiche sembrano inutili. Per questo la mia opinione è che ci vogliano dei precisi paletti legislativi".
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