![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 DICEMBRE 2001 |
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Bioterrorismo e clonazione sono gli incubi del XXI secolo. Dopo la
fisica e l'inizio dell'era atomica, adesso tocca alle scienze della vita
"conoscere il peccato"
Ma i ricercatori non vogliono che i rischi di attentati e
strategie eversive o di una riproduzione in fotocopia siano l'anticamera per
limitare la loro libertà/Concordano, però, su un'esigenza: occorrono regole
precise per andare avanti
Dopo i
fisici, anche i biologi - per usare un'espressione del padre della bomba
atomica, Oppenheimer - conoscono il peccato? Bioterrorismo e clonazione
rischiano infatti di diventare i due incubi della biologia del 21esimo secolo.
Incubi che sembrano aver improvvisamente fatto svegliare gli scienziati dai
loro sogni di gloria. Agli occhi dell'opinione pubblica, infatti, le scienze
della vita non sembrano essere più lo strumento tramite il quale si sarebbe
realizzato un mondo futuro perfetto, dove sarebbe stato possibile sconfiggere
la fame e le grandi malattie. Per il cittadino comune, invece, oggi la biologia
sembra incarnare soprattutto la grande minaccia delle bioarmi di distruzione di
massa e l'inquietante capacità di costruire perfette fotocopie di un uomo. E
così a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro, un editoriale sulla
prestigiosa rivista scientifica Nature (intitolato "Biologi, fine
dell'innocenza") invoca un codice di autoregolamentazione sulle
pubblicazioni delle ricerche potenzialmente usabili come armi, mentre Michael
West, il fondatore della Advanced Cell Technology (l'azienda ormai famosa per
i suoi esperimenti sugli embrioni umani), si dice profondamente triste per la
condanna espressa dal Papa alle sue attività.
Una sveglia
forse salutare per gli scienziati se è vero quello che dice su Nature George Poste,
presidente della task force contro il bioterrorismo del Dipartimento della
Difesa americano: "quando facevo presente i rischi che certe ricerche
potessero essere usate dai terroristi per produrre armi , la reazione era
immancabilmente la stessa: uno sguardo vacuo, seguito dal negare arrogantemente
il problema".
Secondo
l'esperto, l'unico modo per correre ai ripari è imporre un codice di
autoregolamentazione, basato sul divieto di pubblicare le ricerche
potenzialmente pericolose e sulla limitazione ai soli scienziati affiliati ai
laboratori ufficiali dei dati sul codice genetico degli agenti patogeni
(batteri e virus portatori di malattie letali per l'uomo).
E se i
biologi non ci pensano da soli, insiste Poste, ci penserà la politica,
imponendo una serie di misure legislative che finiranno per strangolare la
ricerca. Proprio in questi giorni c'è una legge in discussione al Congresso
degli Stati Uniti che limita la partecipazione degli scienziati stranieri agli
studi che potrebbero portare alla realizzazione di armi biologiche.
Imposizioni
politiche che hanno già regolamentato in gran parte dei paesi del mondo la
clonazione umana terapeutica (destinata alla produzione di tessuti da
trapiantare su un malato) e che hanno vietato quella riproduttiva, cioè i cosiddetti
figli fotocopia.
Insomma, i
biologi "ex innocenti" si trovano improvvisamente a che fare con
norme non solo etiche, ma politiche? E' finita, con l'innocenza, anche un pezzo
di libertà?
"Credo
che la libertà dei ricercatori - spiega Giulio Girello, filosofo della
scienza che insegna all'Università di Milano - sia messa in pericolo da un po'
di tempo da una sorta di reazione anti illuministica, che cerca di colpire
proprio i fondamenti della scienza moderna così come li conosciamo: pubblicità
e controllo dei risultati. Fondamenti per i quali esimi scienziati, come
Galileo Galilei hanno lottato e sofferto".
"Questa
reazione cerca di far passare delle misure liberticide per i ricercatori,
magari sfruttando l'ansia e la paura generate da eventi come gli attentati
dell'11 settembre. Al contrario dell'opinione di molti - conclude il filosofo -
io sono per la libertà di ricerca degli scienziati, pur comprendendo appieno
che in alcuni casi, come il bioterrorismo o la clonazione, si tratta di argomenti
molto spinosi e difficili da trattare. Comunque, resto dell'idea che, usando le
parole del poeta inglese John Milton, lo stato di necessità sia spesso
l'anticamera della tirannide".
Su posizioni
simili Demetrio Neri, ordinario di bioetica dell'Università di Messina e
membro del comitato nazionale di bioetica. "Sacrificare la libertà di un
ricercatore sull'altare di una situazione estrema come quella emersa dopo gli
attentati terroristici in America è il modo migliore per darla vinta ai
terroristi stessi", spiega Neri.
Ma, aggiunge
il professore, "sono necessarie delle regole. Regole che, però, devono
operare sul lato della finalità che le ricerche si pongono e che non devono
invece bloccare in anticipo un intero filone d'indagine". Il bioetico usa
l'esempio della clonazione. "Quella riproduttiva, i cosiddetti figli
fotocopia, ha un fine che non è accettabile dal punto di vista etico e quindi
va impedita, anche sotto il profilo legislativo. Quella terapeutica ha invece
un fine molto importante: trovare nuove cure per gli esseri umani. Bloccarla
sulla base di presupposti etici che non sono condivisi da tutti o perché questi
studi vengono percepiti come pericolosi dall'opinione pubblica è
sbagliato".
"Non credo che ci sia un problema di eccessiva regolamentazione delle ricerche biologiche - spiega invece Bruno Dalla piccola, presidente della Società italiana di genetica umana -. Mi sembra che il problema sia proprio il contrario, la mancanza di regole. Per quanto riguarda i codici di autoregolamentazione, non servono a molto. Non potrebbero contenere che una serie di norme etiche e di comportamento che la maggior parte degli scienziati ha già interiorizzato. Purtroppo, come in tutti i campi dell'attività umana, anche tra i ricercatori ci possono essere quelli ai quali le norme etiche sembrano inutili. Per questo la mia opinione è che ci vogliano dei precisi paletti legislativi".