RASSEGNA STAMPA

19 DICEMBRE 2001
CARLO DIGNOLA
Heidegger e Arendt, l'imprevedibilità del bene

Tra i due filosofi, divisi dall'ideologia razzista e dalle scelte politiche e morali, nacque un affetto che segnò il loro destino

Tra nazismo e diaspora ebraica un amore scandaloso, sull'orlo delle furie del Novecento

Qualcuno ha definito Hannah Arendt e Martin Heidegger come gli "Abelardo ed Eloisa" del '900. Le analogie a dire il vero sono solamente due: che si tratta di filosofi, e che fu uno scandalo.

Ma scandalo maggiore - dal quale non riusciamo evidentemente a uscire - è quello dei due pensatori del '900. La vicenda medievale affascina per la sua potenza di umani affetti (quanto a trasgressioni l'XI secolo era abituato a ben altro); quella di Heidegger e la Arendt non ci dà riposo perché è posta all'incrocio in cui le Erinni del '900 scatenarono la loro furia.

Lo scandalo è che una donna ebrea, e per di più molto intelligente, abbia amato un uomo compromesso con il regime nazista. La vicenda viene sempre guardata dal lato dello scandalo, che si tenta ogni volta di rimuovere, o di ribadire, a seconda della propria posizione politica. Ora due libri ci offrono l'opportunità di guardarla dal lato opposto: quello dell'intesa e dell'amore fra queste due persone. Un amore tormentato, sbagliato quanto si vuole (Heidegger era sposato, Hannah si sposò in seguito pur continuando a restare legata al grande filosofo tedesco), ma reale.

Possiamo cogliere quest'intesa nel suo aspetto più teoretico in Heidegger e Arendt. L'esistenza in giudizio (Jaca Book, pp. 256, £. 32.000) di Sante Maletta, uno dei maggiori conoscitori della Arendt oggi in Italia. E la sorprendiamo finalmente nel concreto della vita, prima del dibattito sulla sua "correttezza politica", in H. Arendt-M. Heidegger. Lettere 1925-1975 (Edizioni di comunità, pp. 316, £. 42.000).

Già il titolo dice molto: sono cinquant'anni. Così è sicuramente riduttivo - come ha fatto Fiamma Nirenstein sulla Stampa - parlare di "subornazione affettiva", descrivere la povera Hannah diciottenne stregata dal fascino del professore che a 36 anni era già uno degli intelletti di punta d'Europa. Non rende conto di nulla pensare che lei cercasse solo lezioni supplementari di filosofia di cui come allieva aveva bisogno, e che Heidegger dopo la guerra sia tornato a scriverle e a incontrarla solo per un goffo tentativo di riabilitare se stesso agli occhi del mondo ebraico dopo la disfatta del nazismo.

Non sarebbe stato affatto quello l'esito, e Heidegger - che non era uno stupido - lo sapeva. Certo, la sua figura umana non era priva di ambiguità. Lo tratteggia bene Karl Löwith: "Il viso di Heidegger è difficile descriverlo, perché non riusciva mai a fissare direttamente negli occhi qualcuno. Se lo si costringeva a parlare guardandolo direttamente, la sua espressione si faceva ermetica e insicura perché era incapace di rapporti stretti con gli altri. La sua espressione naturale era sempre di diffidenza circospetta, da contadino furbo". Hannah stessa, del resto, lo chiamava affettuosamente "la volpe".

Ma il loro rapporto fu ben altro: "Gioisca! Questo è diventato il mio saluto per lei. E soltanto se lei gioisce potrà diventare la donna capace di donare gioia, e intorno alla quale tutto è gioia, sicurezza, rilassamento, ammirazione e gratitudine verso la vita" le scrive l'autore di Essere e tempo, che chiama la loro storia "il dono". "Hannah, una forza demoniaca mi ha colpito" confessa. "Non mi era mai accaduta una cosa del genere. Nello scroscio di pioggia sulla via del ritorno eri ancora più bella e maestosa".

Quando lui manca a un incontro, per timore di compromettersi, lei gli scrive con la semplicità disarmante di una donna innamorata: "Capisco perché non sei venuto. Ma io ti amo. E se c'è un dio, ti amerò ancor meglio dopo la morte".

E anche molti anni più tardi, dopo il loro nuovo incontro a Friburgo nel '50, finta la guerra, Hannah ribadirà il senso di un destino segnato per sempre: "Questa serata è stata la conferma di tutta una vita. Quando il cameriere mi ha detto il tuo nome, il tempo si è fermato".

Non è la politica - disse la Arendt in una lunga conversazione con il giornalista Günter Gaus - a dare la forza di esporsi in politica: "Nella mia vita io non ho mai amato nessun popolo o collettività, né il popolo tedesco né quello francese né quello americano, né la classe operaia né nulla di questo genere. In effetti io amo solo i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo è l'amore per le persone". E quando Gaus le chiese dell'influenza di Heidegger sul suo pensiero, rispose ironica: "Questa è una domanda tipicamente maschile. Gli uomini vogliono sempre esercitare una grande influenza, ma per me non è poi così essenziale. Io voglio comprendere se altri comprendono, nello stesso modo in cui io ho compreso. Allora provo un senso di appagamento, come quando ci si sente a casa in un luogo".

A volte sono i diversi a capirsi, e non solo ad attrarsi. Ha ragione Simona Forti su Alias a parlare, a proposito di questo asimmetrico scambio di lettere (119 di lui, solo 33 di lei, perché Heidegger per motivi di riserbo non ne conservò molte) come di una "non-corrispondenza"; perché ciò che leggiamo in Hannah non corrisponde a ciò che scrive Martin, e viceversa. E tuttavia è una "non-corrispondenza" che corrisponde - come direbbe Heidegger -, che risponde molto più di quanto potrebbe fare una somiglianza.

Non sarebbe durata cinquant'anni altrimenti. E il filosofo tedesco, pur imprigionato nel suo teorizzare, non le avrebbe scritto una frase così: "L'uomo deve esperire la più intima articolazione dell'Essere per poter arrivare in quel luogo in cui egli prova che la giustizia non è affatto una funzione della forza, ma il raggio della bontà che salva".

Hannah probabilmente c'era già, quando aveva solo diciott'anni (e per questo Heidegger se ne innamorò) sotto la luce di quel raggio, che avrebbe portato il suo pensiero e anche la sua esistenza lontano da lui. Il contadino furbo che non guardava mai negli occhi invece, probabilmente non conobbe mai su di sè quella luce benefica. Se non nello sguardo di quella donna, che per lui era un destino. Anche di espiazione forse.

È indubbio - mostra il libro di Maletta - che la posizione della Arendt fosse eticamente più corretta, e anche che lei avesse individuato molto presto le faglie, profonde quanto erano alte le vette, della filosofia di Heidegger. Ma è indubbio anche che il pensiero del filosofo di Messkirch sia stato l'inizio di questa storia, e di tutto quello che sarebbe diventata Hannah Arendt, l'ebrea intelligente.

Non è per lui forse che citava Schiller? "Se le voci del canto tacciono/ davanti all'uomo sconfitto/ sarò io a testimoniare per Ettore". Una testimonianza che non è certo un lavacro politico. Ma che nondimeno resta "davanti al mondo".
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti