![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 DICEMBRE 2001 |
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Una critica radicale del riduzionismo in biologia nel nuovo libro
della filosofa della scienza Evelyn Fox Keller
Evelyn Fox
Keller rideva, quando raccontava qualche tempo fa in una intervista a il
manifesto (27/10/2001): "Indovina cosa è successo col mio libro? Erano
furiosi, assolutamente furibondi!". Il libro di cui parlava è da poco
tradotto in italiano da Garzanti, nella versione precisa e vivace di Sylvie
Coyaud: Il secolo del gene (pp. 150, L. . 35.000). I furiosi, dice lei, sono
molti biologi. E in effetti, su Nature, Jerry Corner (professore di ecologia
ed evoluzione all'università di Chicago) recensiva così il libro
dell'epistemologa e filosofa femminista: "Il secolo del gene è in realtà
una jihad contro la nostra nozione di gene (...) Keller si dilunga in
lamentele, ma è vuota nella sostanza. Il livello di analisi è superficiale in
maniera irritante". E chiudeva: "Pare che il fisico Richard Feynman
abbia detto che la filosofia della scienza è utile agli scienziati quanto lo è
l'ornitologia per gli uccelli. Una critica eccessiva, perché la filosofia può
dare agli scienziati una prospettiva intellettuale sul proprio lavoro. Ma Il
secolo del gene si può classificare come un'ornitologia aneddotica e poco
informata. Il gene non è un albatro". Arrabbiato davvero. Certo, nella
comunità scientifica, e tanto più nel mondo anglosassone, vige la regola (sana)
di uno scetticismo agguerrito: non è raro vedere demoliti con affilato
sarcasmo, e una punta di sadismo, libri o articoli di ricercatori illustri. Ma
qui c'è anche altro.
Keller
analizza il "Progetto genoma" in chiave radicalmente antiriduzionista
(come hanno fatto già molti biologi e storici della biologia). E, il che è
peggio, lo fa da outsider. Scrisse anni fa (in Sul genere e la scienza) che,
come scienziata e donna, la condizione di oustider le "era venuta
gratis" e che adorava conviverci. Oggi, fisica di formazione e poi storica
e filosofa della scienza, analizza la genetica contemporanea da un punto di
vista epistemologico, e si accorge che "il primato del gene quale concetto
fondamentale per spiegare struttura e funzione biologica appartiene ormai al
secolo scorso".
Ovvero:
mentre i geni vengono brevettati a ritmo crescente, mentre alcuni ci deliziano
mensilmente con l'individuazione di geni "dell'alcolismo" o
"dell'omosessualità", Evelyn Fox Keller ci dice divertita che il
maggior successo del "Progetto genoma" sarà quello di accelerare la
sepoltura del concetto di gene: "oggi siamo in uno di quei momenti
preziosi in cui il successo insegna l'umiltà. Per quasi cinquant'anni ci siamo
illusi che la scoperta delle basi molecolari dell'informazione genetica avrebbe
svelato 'il segreto della vita', che bastasse decodificare il messaggio nella
sequenza dei nucleotidi per capire 'il programma' che fa di un organismo quello
che è". E invece, dice Keller, i risultati delle ricerche genetiche stanno
avendo per risultato quello di sgretolare l'icona del riduzionismo genetico.
Dieci anni
fa, in un articolo dal titolo Visioni del Graal il Nobel Walter Gilbert
diceva che il nostro genoma può entrare in un compact disc, e che uno potrebbe
portarlo in tasca per mostrarlo e dire: "ecco un essere umano, questo sono
io". Questo era il riduzionismo genetico: immaginare che il Dna fosse
programma e destino della nostra esistenza e, di qui, quasi sinonimo dell'identità
stessa. L'idea si basava su uno degli assunti fondanti della genetica
molecolare: il gene, scritto sul Dna, è l'insieme di istruzioni per fare una
proteina; a sua volta ogni proteina è mattone di un pezzo di noi, oppure
regolatore di funzioni del metabolismo. Come disse sbrigativamente Francis
Crick, "il Dna fa l'Rna, l'Rna fa le proteine e le proteine fanno
noi". Ben presto scoprimmo che le cose sono più complesse: un gene può
essere coinvolto nella sintesi di molte proteine (a volte decine, o persino
centinaia), una proteina, viceversa, può avere a che fare con più geni, e un
certo frammento di Dna può venire riorganizzato e trascritto in molte maniere
diverse. Non solo. I geni non segnano il destino di un organismo perché la loro
attività dipende fortemente dall'ambiente. In certi casi (nei batteri, per
esempio), persino le mutazioni sembrano aumentare in risposta a stress
ambientali, forse proprio nella direzione di permettere all'organismo di
adattarvisi.
Insomma, il
genoma è fluido, complesso, non docile a farsi ingabbiare in una descrizione
meramente riduzionistica: non è più possibile mantenere una definizione
"funzionale" di gene (come dell'unità che codifica una proteina)
assieme a una sua definizione "strutturale" (che lo localizzi come un
determinato segmento di Dna). Già quindici anni fa uno storico della biologia
come Richard Burlan diceva: "la struttura del Dna è un dato di fatto, ma
nessun dato di fatto ci dice cosa sia un gene". Secondo il biologo Peter Portin
"il vecchio termine di gene, essenziale in una precedente fase di analisi,
è diventato inutile". Il genetista William Gelbart aggiunge: "i
geni hanno fatto il loro tempo", e oggi "non sono oggetti materiali,
ma meri concetti che hanno accumulato molta zavorra storica". Keller,
proprio ora che nell'immaginario mediatico il gene è diventato l'icona, l'atomo
concettuale di cosa sia un vivente, la parola "del linguaggio di
Dio", dice che è giunto il momento di sbarazzarsene.
I suoi
critici hanno però ragione: quando l'epistemologa americana tenta di proporre
alternative (prese a prestito dalla teoria dell'informazione o dalla computer
science) è poco chiara e convincente. Ed è vero che il riduzionismo è utile
epistemologicamente in alcune fasi della ricerca, e che i biologi molecolari
non sono tanto sprovveduti da utilizzare il concetto di gene in maniera
incoerente: sanno che una sua definizione univoca non esiste più, ma usano
definizioni parziali che funzionano operativamente e che permettono di
identificare (e brevettare) sequenze di Dna legate a determinate proteine, di
formulare ipotesi, di spiegare osservazioni sperimentali. Il gene per
evanescente che sembri, funziona ancora per fare scienza. Keller ne e è
conscia: è improbabile, dice, che i biologi smettano di parlarne nei prossimi
anni. Perché il gene "è una comoda stenografia per gli scienziati". E
perché "è uno strumento di persuasione indubbiamente efficace, non solo
per promuovere programmi di ricerca e ottenere finanziamenti, ma anche e forse
soprattutto per vantare i prodotti di un'industria biotech in rapida
espansione".
Evelyn Fox Keller non dice cose nuove né rivoluzionarie, e lo sa. E i biologi sanno che non dice cose sbagliate. Sanno che i geni non sono gli interruttori del destino, sanno che non sono definibili come pezzetti di Dna con su scritto la formula per fare una proteina. Ma pensano che la studiosa esageri in maniera provocatoria. E, forse, alcuni non gradiscono che il sipario che separa la scienza dal pubblico si apra, in libri come questo, non solo a spiegare i fatti della scienza, ma anche a mostrare il laboratorio epistemologico, complicato, contraddittorio, disordinato, litigioso, che fa della scienza un gioco fantastico. "Sai cosa è successo col mio libro? - raccontava Keller nella stessa intervista - Non immaginavo che avrebbe potuto scatenare controversie. Stavo cercando semplicemente di capire perché i biologi molecolari, quando parlano pubblicamente, raccontano storie fantastiche su cosa facciano i geni, anche se sanno perfettamente che non sono vere. Sai cosa mi hanno detto? 'Se dicessimo davvero come stanno le cose, la gente non potrebbe capire, è troppo complicato'. Si sbagliano. Certa gente, oggi, adora questo genere di complicazioni".