![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 DICEMBRE 2001 |
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L'onnipresenza di Caino contrastata dal pacifismo di Socrate,
dall'amore di Platone e dal paradosso di Cristo
L’assassino di Abele è il simbolo di una malattia che non muore
mai, ma che dobbiamo combattere con la saggezza
Da tempo ormai ci si è accorti che uno dei mali
più gravi dell'uomo d'oggi è quello della violenza e della guerra, che assume
forme e aspetti sempre differenti. Si sente anche ripetere che alla radice di
questo fenomeno sta lo smarrimento del senso del valore dell'uomo e delle cose,
ossia il nichilismo.
Questo è indubbiamente vero, e Nietzsche, il teorico del nichilismo, lo aveva
precisato con un'acutezza e una premonizione addirittura allucinante: «Il
nichilismo non è solo una contemplazione della vanità delle cose, né solo la
convinzione che ogni cosa meriti di andare in rovina: si pone mano all'opera,
si manda in rovina...». Il nichilismo compiuto, a suo avviso, «insegna il
piacere della distruzione». Ridurre al nulla con la mano si connette
strettamente con il ridurre al nulla mediante il giudizio, e viceversa.
Gli esempi di quei giovani che lanciano massi dai cavalcavia, di quei ragazzi e
addirittura di quei bambini che uccidono sono prova significativa del nesso
strutturale che sussiste fra l'annichilimento mediante la mano e mediante il
giudizio. Esempi, questi, che ora vediamo ingranditi e giunti in dimensioni
estreme nei fenomeni di guerra cui assistiamo.
Tuttavia l'uomo conosce questo terribile flagello fin dalle sue origini, anche
se in forme ben più semplici e rudimentali. L'archetipo dell'uomo che incarna
la violenza - e quindi la guerra - è senza dubbio Caino, che uccide il
fratello. Filone di Alessandria - che è il primo pensatore che ha cercato di
mediare la filosofia dei Greci con il messaggio biblico - ha interpretato
questo personaggio come una metafora in modo assai significativo: Caino è una
figura eterna che continuamente si rigenera, è il simbolo di una malattia che
non muore mai.
Filone scrive: «Forse è proprio questo il segno indicante che Caino non doveva
essere ucciso: il fatto che egli non risulta essere stato mai eliminato. In
tutto il libro della Legge, infatti, Mosè non dà notizia della morte di Caino,
alludendo allegoricamente al fatto che, come la Scilla del mito, la stoltezza è
un male immortale, che non sperimenta quella fine completa che consiste
nell'essere morti, ma che subisce per l'eternità la fine nel senso del
continuare a morire». Filone precisa infine, con grande acume, che ciò che non
ha nessun valore (il senso del nulla potremmo dire) e che sarebbe di grande
giovamento per l'uomo se fosse eliminato, imperversa, e in coloro che ne sono
catturati fa scoppiare quella malattia, che pur essendo una malattia che fa
continuare a morire, «non muore mai».
Ma mentre Filone considera la guerra immortale come un grande flagello,
Eraclito la considerava una legge della realtà stessa, e addirittura ciò
senza cui nulla può sussistere, e scriveva: «La guerra è madre di tutte le cose
e di tutte le cose regina; e gli uni rivela déi, gli altri uomini, gli uni
schiavi, gli altri liberi». E ancora: «Occorre sapere che Guerra è comune a
tutte le cose, e che giustizia è contesa e che tutto nasce secondo contesa e
necessità». Infine, non solo afferma che la stessa giustizia c'è perché c'è la
contesa, ossia la guerra, ma identifica con il dio stesso la legge
dell'opposizione: «Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà
fame».
Hegel, che riprende molti dei pensieri di Eraclito, ripensandoli e riformulandoli
su altro piano e in altra ottica, considerava la guerra come un asse portante
della storia e diceva che, in certo senso, in quei momenti in cui non c'è
guerra la storia ha pagine bianche. E in effetti, non di rado ci si imbatte in
libri che riducono la storia degli uomini a storia di guerre. Certamente si può
dire che un denominatore comune che unisce l'umanità in senso globale sono le
guerre mondiali con tutte le loro implicanze e conseguenze; ma, come
giustamente dice Edgar Morin, «la unisce nella morte».
Ma già Socrate formulava con il suo pensiero e metteva in atto con l'esempio
della sua stessa vita quella che si può chiamare (e non solo ante litteram)
«rivoluzione della non-violenza».
All'amico Critone, che lo invitava a fuggire dal carcere corrompendo il
custode, Socrate risponde: «Non si deve disertare, né ritirarsi, né abbandonare
il proprio posto, ma, e in guerra e in tribunale e in ogni altro luogo, bisogna
fare quello che la Patria e la Città comandano, oppure persuaderle in che consista
la giustizia; invece fare uso di violenza non è cosa santa né nei confronti del
padre, né nei confronti della madre, né tanto meno nei confronti della Patria».
Il ragionamento con cui motivava questo suo asserto era il seguente. Non si
deve mai commettere ingiustizia, neppure rendendola quando la si subisce; e
quindi non si deve mai fare del male in nessuno modo: «Dunque, né bisogna
restituire ingiustizia, né bisogna fare del male a nessuno degli uomini,
neppure se, per opera loro, si subisca qualsiasi cosa».
Senofonte conferma: «Socrate preferì rimanere fedele alle leggi e morire,
invece di vivere facendo violenza».
Il vero "vincere", per Socrate consisteva nel "convincere".
Va ricordato che la rivoluzione della non-violenza che Martin Luther King mise
in atto a favore dei negri in America si fondava soprattutto sui testi
evangelici, ma si richiamava anche al Critone, testo in cui Socrate espone la
sua tesi in modo programmatico.
Nei confronti di Socrate si può davvero dire con Kierkegaard: «I filosofi
hanno molti pensieri, i quali valgono tutti fino a un certo punto. Socrate ne
ha uno solo, ma assoluto».
Platone stesso fa propria la tesi socratica, e in certo senso la amplifica.
Nel Gorgia scrive: «Bisogna guardarsi dal commettere ingiustizia più che dal
riceverla; l'uomo deve preoccuparsi non di apparire, ma di essere buono, e in
privato e in pubblico».
E nei confronti di chi commette ingiustizia, come ci si deve comportare?
Ecco la risposta di Platone: «Il più grande dei mali è l'ingiustizia per colui
che la commette; e male ancora più grande di questo che pure è grandissimo - se
mai è possibile - è che chi ha commesso ingiustizia non sconti la pena». E
ancora: «E se qualcuno commette qualche ingiustizia, lo si deve punire; questo
è il bene che viene secondo dopo l'essere giusto: diventare giusto scontando la
pena e subendo il castigo».
Ed ecco la conclusione che Platone trae da questo suo discorso, veramente
sconvolgente in bocca di un pagano: «E lascia pure che qualcuno ti disprezzi
come un folle, e che ti offenda, se vuole. E sì, per Zeus, lascia pure,
restando impavido, che ti colpisca con quello schiaffo ignominioso, perché, se
sarai veramente onesto e buono ed eserciterai la virtù, non potrai patire nulla
di terribile».
Leggendo queste parole si ha, di primo acchito, l'impressione che si sia
raggiunto un vertice assoluto, al di sopra del quale non sembrerebbe possibile
che ce ne possa essere alcun altro.
Invece c'è la rivoluzione dell'agape cristiana, ossia del l'«amore donativo».
La rivoluzione della non-violenza si basa sul puro logos, ossia deriva dalla
pura ragione dell'uomo; quella dell'amore donativo deriva da una divina
rivelazione e si fonda sulla fede, che però eleva il valore dell'uomo al grado
supremo.
Ben si può dire che questa è la rivoluzione di tutte le rivoluzioni, e quindi
la più difficile da comprendere, da fare propria e applicare.
L'amore per i Greci era "Eros", forza che, applicata nel giusto modo,
può elevare l'uomo al grado più alto. ma Eros può fare questo in funzione
dell'oggetto di cui è amore: quanto più grande è l'oggetto, tanto maggiore è
l'amore. In altri termini: l'amore greco diventa sempre più grande in
proporzione alla grandezza dell'oggetto di cui è amore. Se è piccolo l'oggetto,
piccolo resta l'amore; se invece l'oggetto è grande, grande diventa anche
l'amore.
Platone, per fare comprendere questo concetto, ha creato la splendida metafora
della «scala d'amore», che per molto tempo è stata un punto di riferimento
veramente emblematico.
Eros parte dal primo gradino dell'amore della bellezza dei corpi (di per sé
importante, ma piccola cosa); da questo sale al secondo gradino dell'amore
della bellezza delle anime, e poi, ulteriormente, al terzo gradino dell'amore
della bellezza delle produzioni e creazioni delle anime, e poi ancora al quarto
gradino dell'amore per la bellezza delle scienze, per giungere infine al quinto
e supremo gradino dell'amore del Bello assoluto in sé e per sé.
Questo quinto gradino cui porta Eros è il vertice della vita dell'uomo, che
Platone descrive con toni che sono stati ripresi e fatti propri dai mistici: «È
questo il momento della vita che più di ogni altro è degno di essere vissuto da
un uomo, quando egli contempla il Bello in sé. ... Che cosa dunque noi dovremo
pensare se a uno capitasse di vedere il bello in sé assoluto, puro, non
mescolato, non contaminato da carni umane e da colori e da altre sciocchezze
umane, ma potesse contemplare nella sua forma unica il bello divino? Consideri
una vita da poco quella di un uomo che guardasse là e che contemplasse quel
bello con ciò con cui si deve contemplare e rimanesse unito a esso? Non pensi
piuttosto che, lì solo, guardando la bellezza con ciò con cui è visibile,
costui partorirà non già immagini di virtù, dal momento che non si accosta a
un'immagine di bello, ma partorirà virtù vere, dal momento che si accosta al
bello vero? E non credi che, generando e coltivando virtù vera, sarà caro agli
dèi, e sarà, se mai un altro uomo lo fu, egli pure immortale?».
Proprio nella sua straordinaria efficacia poetica questo testo fa comprendere
quel rapporto fra la grandezza del l'amore e il suo oggetto, che qui è
rappresentato come la Bellezza assoluta (che per Platone coincide con il Bene)
nella sua purezza e nella sua trascendenza.
Ma l'agape cristiana costituisce un radicale capovolgimento di esso. E per
comprenderlo ci può aiutare un richiamo alla famosa domanda di Dostoievskij:
«quale bellezza salverà il mondo?». E la risposta ci viene da Isaia: «Non ha
apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per
potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che
ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era
disprezzato e non ne avevamo alcuna stima».
Per salvare gli uomini e per insegnare loro il vero amore, Dio si è
"abbassato" fino a loro, e proprio in questo "abbassamento"
ha offerto l'agape, l'amore assoluto, che anziché "acquisitivo" al
più alto grado è "donativo" al più alto grado, in quanto instaura un
rapporto inversamente proporzionale fra chi ama e la cosa amata rispetto al
pensiero platonico.
Allora, se l'amore assoluto coincide con l'abbassamento assoluto: Dio si è
abbassato in Cristo al punto che anche il più misero degli uomini può essere
certo di essere amato da lui. E questa è la Bellezza nel fulgore massimo che
sola può salvare in senso totale.
Una riflessione di complemento ci aiuterà a chiudere il nostro discorso ad
anello, ossia come in circolo. la prima rivoluzione non solo non risolve i
problemi degli uomini, ma li moltiplica; la seconda offre molti vantaggi, ma
incontra innumerevoli ostacoli, che non riesce a superare, e soprattutto quegli
ostacoli che provengono da quella malvagità che continuamente rinasce nei cuori
degli uomini e mai non muore. Socrate diceva: «La cosa più difficile non è
fuggire alla morte, ma molto più difficile è fuggire alla malvagità, per ché la
malvagità corre molto più veloce della morte».
E la forza che può vincere la malvagità può essere certamente la
"persuasione", ma solo in parte assai limitata, mentre la forza
veramente dirompente può essere l'amore, e non quello "acquisitivo",
bensì quello "donativo", come Agostino in questo suo messaggio -
contenuto nel suo Commento alla prima lettera di Giovanni, che è la lettera
sull'amore - ci dice in maniera veramente emblematica: «Le azioni degli uomini
non si distinguono se non dalla radice dell'amore. Infatti possono succedere
molte cose che in apparenza sono buone, ma che non derivano dalla radice
dell'amore. I fiori hanno anche delle spine. Alcune cose, in verità, sembrano
aspre e crudeli, ma esse hanno come fine la disciplina e sono dettate
dall'amore. Dunque, una volta per tutte ti viene proposto un breve precetto:
ama e fa' quello che vuoi. Se tu taci, taci per amore; se tu parli, parla per
amore; se tu correggi, correggi per amore; se tu perdoni, perdona per amore.
Sia in te la radice dell'amore; da questa radice non può derivare se non il
bene».