RASSEGNA STAMPA

16 DICEMBRE 2001
JAMES HILLMAN
Mosč e le corna dell'alchimista

I segreti del capolavoro michelangiolesco svelati da un grande psicologo

Nella complessa storia dell'alchimia europea e araba c'č una bizzarra ma solida linea di pensiero che si richiama all'autoritą di Mosč. Sostenendo che Mosč sia stato il primo a praticarla, l'alchimia si riveste delle virtł del patriarca: la nobiltą di spirito, i vigorosi valori etici, l'umiltą, l'eroismo che redime, e sopra tutto l'ortodossia di un incrollabile monoteismo. Come potrebbe l'alchimia essere un'"arte diabolica" - pagana nei suoi riferimenti a una moltitudine di dči e pianeti, peccaminosa nella sua sete d'oro - e perché i suoi devoti dovrebbero essere perseguitati, se il fondatore dell'unica legge su cui si reggono tutte e tre le religioni monoteistiche ha anche fondato l'alchimia?

Benché eminenti intellettuali come Tommaso d'Aquino, Ruggero Bacone, John Evelyn e Isacco Newton siano stati seguaci dell'alchimia, e patroni del l'"arte nera", com'č spesso chiamata, siano stati personaggi potenti come Giacomo di Scozia, l'imperatore Rodolfo e Carlo II d'Inghilterra (che aveva un laboratorio alchemico segreto costruito sotto la sua camera da letto), gli alchimisti vennero emarginati, se non messi fuorilegge, nella societą medievale, considerati anortodossi nel Rinascimento e ridicolizzati dall'Illuminismo, etą in cui l'alchimia finģ per perdere fede in se stessa. Il bisogno tormentoso di un'autoritą che corroborasse la propria autenticitą afflisse l'alchimia lungo tutta la sua storia, un bisogno che č in parte responsabile delle sue esagerazioni difensive e controproducenti, le quali naturalmente produssero un bisogno ancora pił forte di cercare base e appoggio alla propria validitą in una tradizione ortodossa e razionale, esemplificata superbamente in Mosč.

Sul tipo di autoritą che Mosč offre e sull'idea stessa di autoritą in relazione a Mosč ci soffermeremo pił avanti. Ma parliamo anzitutto di Mosč Alchimista.

Il locus classicus per Mosč Alchimista č nel libro del l'Esodo: "Mosč prese il vitello d'oro che essi avevano fatto, lo bruciņ con il fuoco e lo stritolņ fino a ridurlo in polvere, e la sparse sulla superficie dell'acqua e la fece bere ai figli di Israele". Gli alchimisti hanno fatto proprio questo passo interpretandolo come una prova lampante delle tre ben note operazioni alchemiche: la calcinazione, cioč la riduzione di una sostanza a polvere secca mediante il calore; la soluzione, cioč la commistione della polvere con un liquido; e la potabilitą dell'oro, una volta che la sua natura ordinaria o vile sia stata trasformata in una natura sofisticata o sottile, in elisir o aqua permanens.

Gli alchimisti erano molto spesso chiamati "lavoratori del fuoco". "Vuoi sapere qual č il Maestro perfetto?", scrisse l'alchimista inglese Thomas Norton nel 1450. "Č colui che comprende la regolazione del fuoco e i suoi gradi". Mosč conosceva il fuoco: per mezzo del fuoco trasforma il vitello d'oro; una colonna di fuoco lo guida attraverso le notti del Deserto, e un cespuglio ardente gli parla, un cespuglio che - si legge ancora nell'Esodo - "ardeva nel fuoco, ma non ne veniva consumato".

L'incorporazione di Mosč tra i patroni dell'alchimia appartiene a una vasta tradizione dell'ellenismo sincretistico, vale a dire del pensiero e della cultura del Mediterraneo dal quarto secolo avanti Cristo, diciamo, fino al quarto dopo Cristo. Per questo abito mentale non era difficile assimilare Mosč alla sapienza greca e alle scienze egizie, identificarlo con Orfeo e renderlo intercambiabile a Ermes, o perfino ritenere che quella figura vaga del mito greco che č Museo fosse il Mosč biblico: una trasposizione che conferģ a Mosč l'autoritą aggiuntiva di fondatore dei misteri greci di Eleusi e di ispiratore di tutte le Muse, delle loro scienze e delle loro arti.

L'idea di un Mosč Mago trova sostegno in molti luoghi della Bibbia: le piaghe inflitte agli Egiziani, la divisione del Mar Rosso, la capacitą di far scaturire acqua dalla roccia e far piovere cibo dal cielo, il serpente di bronzo che guarisce, per menzionare solo alcuni degli eventi pił noti riportati nella Scrittura e diffusi nella leggenda e nei midrash. Il primo grande alchimista arabo, Jabir o Geber, parla di Mosč come del fondatore dell'alchimia. La tradizione continua attraverso il medioevo e grazie a Paracelso si fa sempre pił fervida, tanto che "nel diciassettesimo secolo la credenza che Mosč fosse un grande alchimista era cosģ diffusa... che gli autori dotati di una prospettiva pił critica...ritennero necessario combatterla" (Patai,cit.,p. 37). L'elemento indiziario cruciale pro e contro era sempre Esodo 32, 20, l'episodio del vitello d'oro. E c'era anche un altro elemento, in apparenza del tutto razionale. L'alchimia, nata come Mosč in Egitto, deriverebbe il suo nome dal -la sillaba egiziana khem, nero. Alchimia come "arte nera".

Tutto ciņ ci porta al Mosč di Michelangelo, poiché questo Mosč contempera in sé i tratti patriarcali e quelli magici: la barba, il dito puntato e la statura allungata del legislatore, che tuttavia reca le corna dell'uomo-animale. Un'altra trasformazione alchemica: il toro non pił distrutto ma ripristinato ed emblematico di Mosč stesso. Anche se dovessimo interpretare le corna quale simbolo di un'irradiazione spirituale, come un nimbo o un'aura,il potere della mente reso evidente, o ricondurle a un errore nella traduzione dell'Esodo 34, 29, dove l'ebraico karan, "raggi" emanati dal volto di Mosč, puņ essere diventato keren, "corna" che escono dalla sua fronte, nondimeno queste corna collocate lģ vuoi da Dio vuoi da Michelangelo restituiscono a Mosč ciņ che aveva voluto separare e allontanare: Dio e l'animale, la legge e l'istinto, il dovere e il piacere, il monoteismo ebraico e il politeismo egiziano.

Perché l'episodio del vitello d'oro č il momento della storia mitica, della civilizzazione della psiche e della teologia monoteistica della natura in cui si rompe l'inviolabile fusione del sacro e dell'animale, negando natura animale alla divinitą e divinitą alla natura animale. Questa fusione č coraggiosamente ripristinata nel Mosč cornuto, che viene anche restituito cosģ alle sue origini egizie.

Potremmo ricordare qui che Mosč era nato in Egitto, che la madre che lo reclamņ e crebbe era Bithiah, la figlia del Faraone, e che quando corteggiava Zipporah, come afferma un Midrash, venne chiamato esplicitamente "egiziano", cosa che Mosč non rinnegņ.

Mosč Egiziano! Un mitografo della statura di Freud concorda. Perché il tardo saggio di Freud, Mosé e il monoteismo, il suo ultimo scritto, completato quando l'anziano autore era a due anni dall'entrare nella Terra Promessa, č una grande scommessa sull'ipotesi che Mosč fosse effettivamente egiziano. Perciņ forse, in parole povere, dobbiamo considerare il suo monoteismo come quello di un convertito, doppiamente intenso, magari fanatico. Perché il neomonoteista deve tenere sotto scacco il ritorno del rimosso: il politeismo pagano, la nera corrente del l'occulto, l'alchimia. E il pagano represso si rivela nella furia con cui fracassa le tavole della legge.

Il Mosč di Michelangelo distoglie lo sguardo dalle tavole che gli stanno a fianco. Sembra addirittura che se le lasci scivolare di mano. Questo Mosč dalle corna in capo reca in sé una somiglianza con Pan - come Freud nota -, con la figurazione naturale, o demonica, della sensualitą e della potenza dell'emozione.

Il Mosč di Michelangelo č effettivamente un alchimista perché la sua immagine restituisce valore aureo alle sue origini pagane, che avevano cominciato a emergere nella narrazione biblica con lo scoppio d'ira che prorompe incandescente, liberando Mosč dalla disciplina dei comandamenti. Lui stesso divenuto toro infuriato, nel l'Esodo, ordina l'uccisione di quelle migliaia di uomini che avevano perso fede nell'uomo in favore del l'animale. (Traduzione di Silvia Ronchey)
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