![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 DICEMBRE 2001 |
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LO STUDIOSO INGLESE DI DOTTRINE POLITICHE GIUDICA IL MONDO DOPO LA
TRAGEDIA DELL´11 SETTEMBRE
"I terroristi non hanno attaccato la libertà e la democrazia
ma la politica imperialista degli Stati Uniti in Medio Oriente"
Sembra molto
lontana la guerra dal Christ´s College. Silenziose sagome di studenti rasentano
l´immacolato verde smeraldo dei prati. Appesi insieme a quelli di altri, i
ritratti dei due studenti più illustri del College, John Milton e Charles
Darwin, riflettono il loro sguardo impassibile sui tavoloni della medievale
sala riunioni dei "fellow teachers". Fuori dal Christ´s, oltre il
Trinity College, qualcuno rema sul fiume Cam, placido e fermo come un canale.
Camminando per le strade dell´antica città universitaria, si vedono più neonati
che giornali, giovani famiglie di studiosi più interessati ai libri che
all´attualità. Il professor Quentin Skinner cammina con passo svelto,
indicando le numerosissime citazioni di architettura italiana, curiosamente
trasfigurate nella traduzione: una hall di college concepita come
rinascimentale e uscita fuori con ogive gotiche, una chiesa pensata romanica
che esibisce simmetriche linee rinascimentali. Eppure il tutto ha una sua
compattezza, un suo carattere unico, come se l´eclettismo si fondesse in uno
stile originale, il cambridgico. I libri di Skinner, anche solo quelli
pubblicati in Italia, mettono in evidenza la sua versalità. L´ultimo,
Sull´interpretazione, appena pubblicato dal Mulino, ci presenta il filosofo
della storia. Attraverso Machiavelli abbiamo conosciuto lo studioso del
rinascimento italiano e, con le Origini del pensiero politico moderno (la sua
opera finora più impegnativa), il professore di storia delle dottrine
politiche. Ma Skinner è istituzionalmente uno storico (Regius Professor di
Storia Moderna all´Università di Cambridge), abituato a incursioni sempre più
frequenti nella filosofia (presto Einaudi presenterà il suo studio su Hobbes).
Come l´architettura di Cambridge, però, il suo versatile impegno non è affatto
eclettico, ma assolutamente compatto: storia, etica e filosofia sono gli
strumenti che gli servono per tentare di capire gli uomini quando fanno
politica. "Amo l´America, ci ho vissuto
ha insegnato a Princeton, ndr., ma credo che l´America debba ripensare molte cose. Non mi è piaciuta l´immediata reazione di George Bush, quando ha parlato di un attacco alla libertà e alla democrazia americana. Penso sarebbe più giusto caratterizzare gli attacchi terroristici non come rivolti alla libertà o agli ideali americani, ma alla politica americana, all´imperialismo americano, soprattutto in Medio Oriente. L´impostazione americana della "guerra" fa pensare a un vendetta e penso che questo sia sbagliato. In realtà, come dicevo, questa non è una vera guerra, perchè non c´è alcun stato apertamente coinvolto negli attacchi e nessuno ne ha rivendicato la responsabilità. Si può, certo, parlare di guerra come metafora, come nel caso della "guerra alla droga". Ma, in quel caso, bisognerebbe tagliare gli spazi ai terroristi, migliorare l´intelligence, esercitare pressioni legali". Qualcuno ha tracciato un parallelo tra la "guerra al terrorismo" e la "guerra alla pirateria" condotta dalla grandi potenze all´inizio del 1900, una guerra che richiese dieci anni per essere vinta seguendo due linee: prendere i pirati uno a uno e colpire i paesi che fungevano loro da retrovie, talvolta addirittura colonizzandoli. "Questa è la difesa - sostiene Skinner -. Ma l´analogia con i pirati non funziona per una semplice ragione: in quel caso mancava l´elemento della guerra di religione. Se, in questo caso, parliamo di guerra, incorriamo in un paradosso e in un rischio. Infatti, se parliamo di guerra, dobbiamo ammettere che l´attacco dell´11 settembre è stata una grande azione militare. E questa è una mostruosità. Dall´altra parte, se continua la logica della vendetta, corriamo il rischio di aumentare il numero dei terroristi". C´è un dibattito in corso tra i sostenitori di due tesi opposte. Da una parte c´è l´idea di Francis Fukuyama (La fine della storia), secondo il quale la fine della guerra fredda ha lasciato sul campo un solo vincitore, il modello di democrazia liberale occidentale. Secondo Samuel Huntington (Lo scontro di civiltà), la fine della lotta tra due ideologie opposte ha aperto la strada, appunto, a un "clash of civilizations". Nel primo caso il fondamentalismo islamico andrebbe intepretato come un colpo di coda di sconfitti, nel secondo come una tendenza dominante nel mondo musulmano. Chi ha ragione? "Secondo me, nessuno dei due. Un largo scontro contro l´Occidente è in atto da tempo - basti pensare alla fatwa contro Salman Rushdie - e non l´abbiamo preso abbastanza sul serio. Ma non mi pare che questo sia uno scontro di civiltà. Anche se la democrazia di tipo occidentale vincesse ovunque, come pensa Fukuyama, non si tratterebbe della stessa democrazia, ma di diverse situazioni in cui la gente manterrebbe diverse ideologie. Le ideologie non finiscono mai. L´idea di una sola ideologia dominante, così come quella della fine delle ideologie, è la cosa più ideologica che si possa pensare".