![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 DICEMBRE 2001 |
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È «Time Magazine» che ha scoperto il pensiero marxista o
Toni Negri ha cambiato casacca? L’inserimento di «Empire» di Negri e Michael Hardt
nella breve lista di libri meritevoli di segnalazione a causa del loro
carattere innovativo ha fatto sensazione. Il settimanale americano «legittima»
un teorico che ancora non ha finito di scontare la sua pena per fatti di
terrorismo? Difficile crederlo. In realtà che il libro di Negri e Hardt fosse
originale e importante lo si sapeva da un pezzo: la Harvard University Press
non ha l’abitudine di pubblicare spazzatura. Il vero motivo per cui «Empire» ha
attirato l’attenzione sta nella sua ambiguità. Una ambiguità che ha permesso ai
manifestanti di Genova di prenderlo come un libro-cult (nell’edizione americana:
in italiano uscirà soltanto a gennaio) mentre i redattori di «Time» lo hanno
letto come un’apologia dell’imperialismo americano, come la giustificazione
teorica dell’interventismo degli Stati Uniti nel mondo.
Che dicono, infatti, Negri e Hardt? Sostanzialmente che gli stati nazione sono
in agonia e che siamo entrati ormai nella fase dell’impero mondiale. Americano,
ovviamente. Per le «moltitudini» la globalizzazione è già avvenuta e l’azione
politica deve trovare il suo terreno a livello transnazionale. Nessuna
nostalgia per gli angusti limiti degli stati: è al livello mondiale, o meglio
«imperiale» che la sfida oggi si colloca. Chi si attarda ad usare le categorie
hobbesiane, a pensare in termini di «parlamento», «democrazia rappresentativa»,
«separazione dei poteri» è in ritardo di due secoli. L’idea dell’impero
mondiale è consustanziale alla nascita della repubblica americana: le 13
colonie vedevano nel proprio destino non solo l’espansione a Ovest, ma anche
oltre gli oceani. Proprio 100 anni fa, in un’altra fase di intensa
globalizzazione, Theodore Roosevelt e altri politici americani rivendicavano
esplicitamente il «diritto-dovere» degli Stati Uniti di annettersi Cuba, le
Filippine e altri territori lontanissimi dalla madrepatria, in nome della loro
missione civilizzatrice. Addirittura, si giustificava l’espansione con
considerazioni razziali: la presunta superiorità degli anglosassoni e dei
tedeschi. Questi ultimi sarebbero stati declassati a «normali» con lo scoppio
della I guerra mondiale.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, si è fatta strada negli Stati
Uniti l’idea che il modello americano è l’unico possibile e che le vecchie
remore nell’imporlo al resto del mondo sono superate. Non c’è, ovviamente,
unanimità su questo nella classe politica, ma una serie di pensatori come
Charles Krauthammer, Irving Kristol e altri intellettuali di destra è
sostanzialmente favorevole a rivendicare «apertamente» il ruolo mondiale degli
Stati Uniti e la loro insofferenza per lacci e lacciuoli come i trattati, le
organizzazioni internazionali, la sovranità degli altri Stati (quanto meno
quelli che non possiedono la bomba atomica). «Time», quindi, legge Negri con
l’occhio al dibattito interno americano, alla volontà di fare di Washington una
«nuova Roma» che si riserva non solo di costruire strade e ponti (leggi:
Internet) in tutto il mondo conosciuto, ma anche di mandare le legioni quando
banditi locali o tirannelli di provincia turbano l’ordine imperiale.
L’unificazione dell’intero globo in un unico spazio politico eccita «Time» e
una parte dell’amministrazione Bush: sarei meno sicuro del fatto che il
movimento no-global detta essere altrettanto entusiasta.