RASSEGNA STAMPA

12 DICEMBRE 2001
DARIO FERTILIO
Il ritorno di Leoni, lo Hayek italiano che inseguiva il futuro

La rivista "liberal" riscopre il pensatore scomparso, precocemente dimenticato, e le sue provocazioni stranamente attuali

Il ritorno di Leoni, lo Hayek italiano che inseguiva il futuro/La rivista "liberal" riscopre il pensatore scomparso, precocemente dimenticato, e le sue provocazioni stranamente attuali

Guarda, avevamo uno Hayek in casa e non lo sapevamo. D'altra parte lo stesso premio Nobel per l'economia, il grande Friedrich, da noi lo conoscono in pochi; c'è da stupirsi dunque del silenzio intorno a Bruno Leoni, che pure si dovrebbe considerare, oltre che suo allievo, una gloria nazionale? Meriterebbe davvero di chiamarsi Bruno il Grande, Leoni. Se non ebbe il tempo materiale di diventare sino in fondo il Friedrich von Hayek italiano (morì tragicamente e assurdamente per un caso banale nel 1967, a soli 54 anni) si affermò comunque come il politologo italiano più conosciuto nel mondo, nonché come segretario prima e presidente poi di quella Mont Pèlerin Society destinata a raccogliere il gotha del liberalismo mondiale.

E' significativo, dunque, che l'ultimo numero della rivista liberal (in edicola da oggi) dedichi una delle sue sezioni più corpose all'uomo che avrebbe potuto cambiare la storia del pensiero politico italiano, liberandolo dai provincialismi socialisteggianti e avvicinandolo ai maggiori pensatori della scuola anglosassone.

Liberal onora la memoria di Leoni con quattro scritti, di taglio ed epoca diversi, aprendo giustamente la rassegna con quello di Raimondo Cubeddu, teorico di scuola libertaria e autore di vari saggi sul pensatore italiano. Cubeddu descrive la parabola di Leoni, nato ad Ancona nel 1913, laureato a Torino, impegnato nella Resistenza quando soccorreva i piloti alleati abbattuti, poi insegnante di diritto a Pavia e soprattutto fondatore della rivista "Il Politico", che presto avrebbe avuto tra i suoi collaboratori un drappello di premi Nobel, dallo stesso Hayek a Buchanan, da Stiegler a Friedman. Cubeddu insiste sulla principale linea di sviluppo del pensiero di Leoni, teso in prospettiva a superare i limiti del liberalismo classico, giudicato troppo vulnerabile ai miti populisti del modello democratico; forse, se ne avesse avuto il tempo, Leoni si sarebbe avviato piuttosto lungo la strada di un libertarismo anticonformista, desideroso di limitare le scelte collettive e il ruolo dello Stato, preoccupato degli esiti perversi legati al concetto di tirannia delle maggioranze, schierato dalla parte della Rule of law , ovvero della superiorità del diritto rispetto alla legislazione parlamentare (giudicata ambigua, instabile e incomprensibile ai cittadini comuni).

Il numero di liberal comprende anche un testo commemorativo di Hayek, l'amico-maestro, in cui viene riconosciuta soprattutto la vastità degli interessi spirituali di Bruno Leoni, aperto com'era all'arte e alla filosofia orientali, oltre che a tutte le occasioni che gli si presentavano per vivere più intensamente le gioie della vita; uno scritto dello stesso Leoni, pubblicato nel 1950 sul Mondo , dove il giurista si sforza di conciliare l'invidualismo liberale con il pensiero sociale cattolico; e un intervento del giovane studioso e giornalista Alberto Mingardi, che puntigliosamente mette in evidenza somiglianze e diversità fra Hayek e Leoni.

Basterà questo omaggio per rimettere in circolazione la moneta intellettuale di Leoni, simile fino ad oggi a quegli assegni eleganti e desueti che si preferisce ammirare sotto vetro piuttosto che portare all'incasso?

Si potrebbe dubitarne se l'esperienza non ci avesse insegnato, e proprio l'individualismo liberale confermato, come le conseguenze non volute e impreviste caratterizzino da sempre l'agire umano, a partire naturalmente dalle opere di genio. Vale a dire che, avendo liberal lanciato la palla, è impossibile dire quali birilli potrebbero cadere domani, quali miti esserne infranti. Di certo, se soltanto i suoi scritti cominceranno a diffondersi, Bruno Leoni potrà finalmente svolgere il suo ruolo distruttore di molti luoghi comuni politici e culturali. Nella convinzione, da lui sempre affermata, che i poteri dello Stato debbano essere ridotti al minimo; che la società civile e la pubblica opinione siano indispensabili correttivi delle rigidità insite nella democrazia maggioritaria; che la Costituzione debba assomigliare a una Bibbia popolare, anziché essere utilizzata come un "oracolo di Delfi" dagli specialisti di diritto; che le leggi non debbano dipendere da un atto d'imperio del legislatore, ma piuttosto da un libero mercato in cui si confrontino "pretese" e interessi dei singoli cittadini; e infine che l'individualismo liberale, tutt'altro che egoista, sia il segno di un profondo rispetto per la persona umana e le sue libertà.

Tutte provocazioni che, ancor oggi, un qualsiasi sondaggio d'opinione seppellirebbe di certo sotto una valanga di rifiuti. Ma idee che, proprio perché controcorrente, potrebbero preparare un cambio di stagione.
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