RASSEGNA STAMPA

11 DICEMBRE 2001
AUGUSTO ROMANO
La radio impossibile

Cento anni fa un geniale autodidatta trasmise e ricevette per la prima volta un segnale dall'Europa all'America. E il mondo cambiò

Ricco di famiglia studiò a casa e non diventò mai un fisico Ma riuscì ad arrivare dove tutti pensavano non si potesse arrivare

Guglielmo Marconi lo diceva sempre: «Grazie a Dio, imbocco sempre la via giusta»: E così quando il 12 dicembre 1901 l'orecchio incollato alla potente stazio­ne ricevente montata su un aquilone e librata nel cielo di Newfoundland, in Terranova, Cana­da, sentì, insieme al suo assistente George Kemp, i tre brevi ticchettii che nel codice Morse indicano la lettera «S», pensò di averla imbrocca­ta definitivamente la via giusta per approdare a quell'assurdo fisico che è la telegrafia senza fili.  Già, perché il segnale elettromagnetico a bassa frequenza era partito da Poldhu, in Cornova­glia, e viaggiando nell'etere alla velocità della luce aveva attraversato l'Atlantico, realizzando un'impresa che i fisici ritenevano semplicemen­te impossibile.  Quel giorno di cento anni fa nacque la radio.  Grazie a Marconi.  E nonostan­te tutto.

Per capire quanto impossibile fosse il sogno di quell'italiano, privo non solo di ogni titolo accademico, ma persino di una laurea o di un diploma, ma dotato di una caparbia intuizione, occorre risalire al 1864 quando, il fisico teorico inglese James Clerk Maxwell elaborò la teoria del campo elettromagnetico e sintetizzò in quat­tro eleganti equazioni l'intuizione di Michael Faraday che elettricità e magnetismo sono mani­festazioni diverse di una medesima entità fisica, la radiazione elettromagnetica.  Che si propaga come un'onda nello spazio alla velocità della luce.  E che, anzi, la stessa luce altro non è che un'onda elettromagnetica.  Un'onda di lunghez­za finita, anche se piccolissima, qualche decimil­lesimo di centimetro

Qualche anno dopo, nel 1888, il fisico tedesco Heinrich Hertz dimostrò che non solo la luce, ma anche altre radiazioni sono in realtà onde elettromagnetiche che si propagano nello spa­zio come la luce.  E come la luce interferiscono tra loro. E possono essere riflesse, rifratte, dif­fratte.  Le onde di Hertz, le «onde hertziane», differiscono dalla radiazione elettromagnetica luminosa solo per un particolare: la lunghezza dell'onda.  Che nelle «onde hertziane» ha dimen­sioni macroscopiche: di qualche centimetro o addirittura di qualche decina di metri.

Hertz, con un metodo puramente elettrico, ave­va messo a punto un sistema per creare e trasmettere «onde hertziane».  Aveva creato una vera e propria stazione trasmittente.  Dimostrò anche che le onde elettromagnetiche prodotte, con opportuni accorgimenti, possono essere localizzate.  Proprio come la luce.  E i segnali invia­ti possono essere captati.  Cioè possono essere ricevuti.  Hertz morì nel 1894 piuttosto giovane.  Ma intanto lo studio sulle onde hertziane continuava. A Bologna, per    esempio, il fisico Augusto Righi mise a punto un dispositivo elettrico per generare onde elet tromagnetiche di frequenza maggiore rispetto a quelle generate dal dispositivo di    Hertz. La frequenza è una grandezza fisica proporzionale all'inverso della lunghezza

d'onda. Insomma le onde di Righi erano più corte. E davano meno problemi al fisico che le volesse studiare in labo­ratorio.  Già, studiare.  Fu attraverso lo studio di molti fisici che, sul finire del XIX secolo si arri­vò a capire che la radiazione elettromagnetica è costituita da uno «spettro» continuo di onde, che variano per lunghezza. La differenza tra le varie onde è costituita dall'energia trasportata.  Le onde più corte trasportano un'energia maggiore.  Insomma, a questo pensavano i fisici.  E a come rendere il panorama delle radiazioni elet­tromagnetiche congruente con l'altra grande te­oria della fisica, la teoria meccanica.  Pochi pen­savano a usare le onde a bassa energia e a gran­de passo per inviare segnali a distanza.  Cioè per comunicare.  E quei pochi che ci pensarono, scartarono subito l'idea.  Se le «onde hertziane» sono in tutto e per tutto simili alla luce, si propa­gano come la luce.  Cioè in linea retta.  La comu­nicazione a distanza è dunque impossibile.  Ba­sta un qualsiasi ostacolo a impedirla.  Per comu­nicare a grande distanza l'unica vera possibilità sono gli impulsi elettrici inviati attraverso i fili metallici.  Quelli sì che sanno aggirare le colline. E andare persino oltre la linea dell'orizzonte.

E' a questo punto che entra in gioco il giovane Guglielmo, che di Righi è stato studente.  Ma che non è e non diventerà mai un fisico.  Marco­ni è ricco di famiglia.  Ha studiato a casa, senza gran profitto.  Ha appreso le nozioni fondamen­tali di elettricità da un maestro privato, Vincen­zo Rosa.  L'unico maestro della sua vita.  Marco­ni acquisisce una grande capacità strumentale.  Sa usare gli strumenti di Hertz e di Righi come pochi.  E sa anche migliorarli.  E, non avendo solide fondamenta scientifiche, si convince che le «onde hertziane» non si comportino proprio come la luce.  In particolare non viaggiano in linea retta.  Ma hanno la capacità originale e un po' misteriosa di superare gli ostacoli che si frappongono al loro cammino.  In breve costru­isce strumenti per generare e captare «onde hert­ziane» sempre più potenti e capaci di inviare segnali a grande distanza.  Persino a due chilo­metri.  E persino con una collina nel mezzo.  I fisici non credono al giovane Guglielmo.  Perché quello che lui sostiene non è possibile.  Non è possibile sulla base della fisica di Maxwell.  Ma Guglielmo non si cura di quel criterio d'impossi­bilità.  Lui sente che le onde di Hertz e di Righi potrebbero persino partire dall'Europa e rag­giungere l'America, assecondando la curvatura della Terra.  Marconi finanzia le sue ricerche.  Crea una società privata.  E infine progetta l'espe­rimento impossibile, che esegue il 12 dicembre del 1901.  I fisici, naturalmente, avevano ragio­ne. Le onde elettromagnetiche, comprese le «on­de hertziane», viaggiano come la luce in linea retta.  Eppure Marconi, nonostante tutto, riesce a imbroccare la via giusta.  E a inviare il segnale dall'Inghilterra al Canada.  Ben oltre l'orizzonte.  Oltre l'Atlantico.

Solo molto tempo dopo si è capito perché i fisici, nonostante la superba e veritiera teoria di Maxwell, avevano torto.  E perché Marconi, no­nostante tutto, avesse ragione.  Nell'alta atmosfera  esiste uno strato di particelle ionizzate, la ionosfera completamente trasparente alla luce visibile ma che funziona come uno specchio per la radiazione hertziana, riflettendola. E' la iono­sfera che consente alle onde radio di superare gli ostacoli e la linea d'orizzonte.  E la ionosfera che ha consentito, dopo il 1901, di avvolgere l'intero pianeta in una grande rete di comunica­zione senza fili.  E di sviluppare prima la comunicazione radio, poi la comunicazione televisiva e, oggi, la comunicazione attraverso i computer. La società globale deve molto alla ionosfera. Ma anche al genio caparbio di Guglielmo Marconi. L'uomo che, forse, non conosceva a fondo la fisica. Ma che seppe seguire il suo intuito.  Non solo quando progettò  l'esperimento del 12 dicembre 1901.  Ma anche e, forse, soprattutto quando capì che fondando l'innovazione tecnologica sulle nuove conoscenze scientifiche si poteva dare un impulso senza precedenti alla scien­za, alla tecnologia e all'economia.

Si poteva cambiare il volto del Pianeta.
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