![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 DICEMBRE 2001 |
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Questo pomeriggio Mario Tronti pronuncerà la sua lezione
magistrale all'università di Siena, che lascia dopo trent'anni di insegnamento.
Lo festeggiano allievi e amici, fra gli altri Schiera, Rossanda, Ingrao, Asor
Rosa, Cacciari. In questa intervista qualche filo fra il suo percorso e la
lettura del presente, sul bordo della fine di un'epoca politica
Oggi
pomeriggio Mario Tronti pronuncerà la sua "Lezione magistrale"
all'università di Siena, che lascia dopo trent'anni di insegnamento. Come
cominciò merita di essere raccontato. Fu Ugo Spirito, maestro d'università
con cui un giovane Tronti aveva discusso la sua tesi di laurea sul giovane
Marx, a convincerlo a partecipare al concorso per ottenere quella che allora
si chiamava libera docenza. L'allievo la ottenne presentando nel '68 a una
commissione non propriamente sovversiva, di cui facevano parte lo stesso
Spirito e Nicola Abbagnano, Operai e capitale, quel "prologo nel
cielo" della lotta di classe che sarebbe diventato il libro-cult
dell'operaismo italiano. I corsi universitari a Siena cominciano nel '70 e
costeggiano per tre decenni la vicenda politica contemporanea. Pensiero e
politica, per Mario Tronti, sono stati sempre la stessa cosa, anche quando ha
teorizzato che dovessero scientemente scindersi, il massimo dell'azzardo
teorico da una parte e il massimo della mediazione pratica dall'altra. Di sé
stesso professore dice: "Non mi sono mai considerato un docente, semmai un
maestro. Il docente trasmette un sapere, riempie gli allievi di una disciplina
da fuori, il maestro tira fuori da un giovane quello che ha dentro... La
cultura è questo, non passa da libro a libro ma da persona a persona, nel
confronto con il presente: è lì che si accende la scintilla della scoperta.
Questo spiega perché non ho mai fatto le note a margine", imperdonabile
omissione che la gerarchia accademica non ha mai gradito. Questo spiega anche
perché l'amicizia sia per Mario Tronti, con la filosofia e la politica, il
terzo vertice di un triangolo esistenziale, e perché Mario Tronti sia
considerato da tanti un maestro, dentro e fuori l'accademia, senza avere mai
fatto scuola. L'incontro di oggi e domani infatti è una festa voluta da amici e
allievi. Questa intervista, con la sottoscritta che a sua volta è un'amica e
anche un'allieva, fa parte del brindisi.
Perché hai scelto questo titolo, "Politica e destino",
per la tua lezione di saluto?
"Destino"
è una parola-chiave che ritorna in vari passaggi del mio percorso, e si può
coniugare in due modi con "politica". In senso esistenziale,
intendendo la politica come destino: della mia biografia potrei dire che è
stata bene o male destinata, "vocata" alla politica. Ma non insisterò
su questo a Siena, fuggire dalla biografia rimane una mia ostinata regola
interiore; parlerò del rapporto fra destino e politica in un altro senso.
Quella di "destino" è una categoria hegeliana, che più o meno corrisponde
alla storia, e a una storia che, per quanto noi ci possiamo intervenire, si fa
in gran parte da sé. Per di più noi sappiamo che il percorso della storia non è
né lineare né progressivo, procede per strappi, stasi, salti, ritardi; la
storia gira, si ferma, corre, avanza a piccoli passi, torna indietro; e non è
fatta solo di dati aperti, chiari, riconoscibili, ma anche di dati oscuri, che
non si riesce a fare emergere. Dunque acchiapparla è molto complicato, ben più
complicato che se si muovesse sempre in avanti e in trasparenza. Ed è qui che
si apre lo spazio della politica. La politica ha il compito di capire questo
lato destinale della storia, di prevederlo, di agire dentro e in contrasto con
esso. Ha da lavorare dunque molto col pensiero, perché malgrado le sue attuali
misere sembianze la politica resta un luogo privilegiato del pensiero. E
infatti tutta la grande filosofia, da Platone in poi, si è sempre misurata
con la politica; e forse il destino della politica coincide con il destino
della filosofia. Ecco, nella lezione proverò a mettere a fuoco questi temi. Per
chiedermi, e chiedervi, se la politica moderna ha ancora un suo destino: cioè
una capacità di contrasto del destino inscritto nella storia.
Questa
concezione della storia, e del rapporto fra storia e politica, forse ha
qualcosa di marxiano, certo poco di marxista. Nella tradizione marxista,
italiana in particolare, la storia è ben più lineare, è sempre gravida di
promesse, le contraddizioni prima o poi maturano, i conti prima o poi
tornano...col risultato che quando la storia salta, la politica, presa alla
sprovvista, si immobilizza.
Infatti i
miei corsi universitari hanno attraversato tutto intero il continente del
pensiero politico della modernità, da Machiavelli a Weber. Anche Marx:
l'hanno attraversato, e ne sono stati attraversati. Ma l'intenzione di fondo
era precisamente quella di coprire un buco della tradizione marxista nella
lettura del pensiero politico moderno; di fare i conti, dal punto di vista
antagonista, con i classici della politica. Nei quali a mio avviso c'è tutto
quello che serve per capire la contemporaneità. Non so quanto questa scelta sia
condivisa, certo per me è stata molto feconda. Anche se l'ultimo decennio mi ha
fatto vedere un limite della razionalità politica che prima non vedevo. Non
tutto è razionalizzabile in politica, come non tutto è razionalizzabile nella
comprensione storica. A quel dato oscuro della storia che dicevo poc'anzi fa
riscontro un limite della razionalità politica: di mezzo c'è effettivamente una
dimensione inconscia, che non è solo degli individui ma anche dei processi
storici e politici.
Questa sì che è una buona notizia, finalmente Freud nella
galleria dei classici del pensiero politico... Eppure hai resistito tenacemente
a questa idea, quante volte mi hai detto che non ti pareva rilevante?
Hai ragione,
ma resistevo razionalmente appunto, inconsciamente forse meno, altrimenti come
mai sarei arrivato da Machiavelli a Nietzsche?
Nei classici, dicevi, c'è tutto quello che serve per capire il
presente. O c'era? Saltiamo nel presente-presente. Dopo l'11 settembre, si
dice, tutto è cambiato; il mondo globale si è manifestato in tutta la sua
discontinuità rispetto al mondo moderno, e questa rottura domanda anche uno
scatto del pensiero. Ci serve, la bussola dei classici, per viaggiare nella
globalizzazione?
Non ho mai
creduto nelle categorie politiche pigliatutto, e "globalizzazione" è
una tipica categoria politica pigliatutto. A me è sempre interessato mettere a
fuoco una cosa precisa, il rapporto di forza fra soggetti antagonisti; e più
che preparare ricette per la cucina dell'avvenire, capire come dentro quel
rapporto di forza si potesse, al presente, organizzare conflitto. E' questo il
cuore del pensiero politico che ho coltivato, ed è questa la domanda che ho
rivolto ai classici. Certo, oggi non mi metto a difendere una trincea
ortodossa: vedo bene che molte di quelle categorie classiche rischiano a loro
volta di non prendere più niente, perché erano costruite su quella ipotesi di
conflitto dicotomico, che è caduta.
E anche su un'ipotesi di ordine, che è caduta.
Ovviamente,
perché ordine e conflitto si rinviavano a vicenda: il conflitto si dava dentro
un ordine, l'ordine regolava il conflitto. L'uno e l'altro sono cambiati, e con
loro cambia tutta la mappa della politica e dei concetti politici. Ma non
perché l'11 settembre segni un'epoché fra l'ante e il post, neanche fosse la
nuova nascita di Cristo...Non mi convince questa cronologia trionfante e
trionfale. Credo più a uno smottamento lento che si produce nella realtà che
non a grandi rotture simboliche concentrate in un evento epocale.
Beh, bisogna intendersi. Non è tutta cronologia trionfale quella
che dice che dopo l'11 settembre più niente è come prima. C'è chi lo dice per sottolineare
l'offesa, e legittimare la vendetta, dell'Occidente. E c'è chi lo dice, io con
loro, per sottolineare che quell'evento ha illuminato la realtà in modo nuovo;
ha rivelato il cambiamento, l'ha fatto vedere e l'ha imposto, più che produrlo.
Un evento simbolico, del resto, questo è: un evento che cambia la percezione e
l'interpretazione della realtà, e dunque modifica il nostro rapporto con la
realtà, e da qui anche la realtà stessa...
Messa così
sì, sono d'accordo. Ma allora bisogna sapere leggere che cosa esattamente
rivela quell'evento. Bisogna avere la forza di interpretarlo non tanto come
aggressione esterna, quanto come implosione interna all'Occidente.
E come, se no? E' la forma stessa dell'attentato alle Torri che ci
porta su questa strada. L'uso sapiente del know-how occidentale, la mira
precisa sull'immaginario occidentale, la strana figura di un bin Laden che si
presenta come l'alieno assoluto ma è noto quanto sia stato prossimo e familiare
all'Occidente: tutto allude a un'azione che sembra dettata dal massimo di
esternità al nostro mondo ma ne incorpora invece molti dati interni e molte
fantasie interiorizzate, tant'è che abbiamo dichiarato guerra ai fantasmi...A
ogni modo, secondo te che cos'è che implode, precisamente?
Implode la
contraddizione di un ordine che, malgrado l'ideologia conquistatrice della
globalizzazione, non riesce a possedere tutto il mondo. Un limite
dell'onnipotenza occidentale, paradossalmente inscritto nella vocazione
onnipotente del suo processo di secolarizzazione. Progressivamente, nella
seconda metà del Novecento, l'idea di Occidente si è ridotta a questo:
onnipotenza della tecnica e laicizzazione estrema dei comportamenti. La cultura
europea aveva tutte le carte per opporsi a questo riduzionismo, ma non l'ha saputo
fare. Ora, non è detto che questo processo sia stato solo negativo:
probabilmente ha avuto il merito di acutizzare le contraddizioni del modello
occidentale. Ma queste contraddizioni non trovano più, all'interno di un ordine
politico ormai compiutamente autoreferenziale e aopologetico, le forze in grado
di esprimerle, organizzarle, politicizzarle. Perciò esplodono, per così dire,
su un bordo interno-esterno. E le Torri gemelle cadono non per l'urto di chi ci
lavorava dentro, ma per l'urto "esterno" dei due aerei. Siccome però
non è chiaro che cosa sia questo "esterno", ecco che bisogna
costruirlo, caricarlo d'immaginario, marchiarlo di fondamentalismo,
personalizzarlo. Ormai funziona così, c'è bisogno di personalizzare non solo il
candidato di collegio ma anche il Nemico Universale.
Mettiamola così allora: l'11 settembre come grande rivelatore. Di
tendenze che peraltro, nei tuoi ultimi libri, avevi messo a fuoco. Trionfo
della tecnica e tramonto della politica; fine dell'ordine della Guerra fredda e
fine dei concetti del Politico moderno: il discorso c'era già tutto ne "La
politica al tramonto" del '98, e in parte anche in "Con le spalle al
futuro" del '92. Adesso però questa consapevolezza del collasso
dell'ordine politico moderno si fa più diffusa, l'11 settembre ha aperto un
momento positivo di autocritica della filosofia politica. Domanda: che cosa
c'è, dopo quell'ordine? Continui a vedere solo una fine, o cominci a scorgere
qualche inizio?
Oggi come
oggi vedo solo questo lungo tramonto, senza poterne ammirare i colori che non
ha. D'altro canto, senza politica oggi davvero c'è solo il destino di una
storia che si fa da sé, ed è questo il vero pericolo, la vittoria del destino
sulla politica, non l'invasione dei barbari. Siamo dunque su questo passaggio
incerto: sappiamo quello che è finito, non vediamo quello che comincia. La
vicenda della politica moderna si è chiusa insieme col Novecento, e non con le
sue tre guerre mondiali (guerra fredda compresa), ma con quello che è venuto
dopo. Cioè, lo ripeto, con l'estinzione lenta dei due grandi soggetti
dell'antagonismo, Stato e movimento operaio. Non credo che quella politica
possa ritornare. E non vedo nello scenario del presente nessuno "stato
d'eccezione" schmittiano: questa "guerra globale" è endemica, non
a caso la si annuncia come una guerra lunga, non si capisce contro chi viene
combattuta. Bisogna però pensare perché questa nuova militarizzazione del
mondo: sembrava che la potenza dominante non ne avesse più bisogno...
Già, sembrava saldamente in possesso dell'egemonia sulla
globalizzazione: cultura, soldi, tecnologia...
Invece
evidente mancava qualcosa. Evidentemente, per tornare alla contraddizione di
cui sopra, la potenza planetaria non regge questo suo ordine. "Sa"
-inconsciamente? - di non essere autosufficiente, sa che c'è qualcosa che le
sfugge anche se non sa bene che cosa. E non lo sa, anche perché manca di grande
cultura: la mondializzazione non ha avuto nessun Keynes, nessuna "teoria
generale" dell'economia, della finanza, della politica. E la grande
potenza manca di conoscenza di sé e dell'altro. Adesso si tratta di capire se
su questa situazione mondiale così irrisolta, in cui un ordine è finito, un
qualche conflitto antagonista può nascere.
Nuova soggettività politica. Non ti chiedo se la vedi in campo
femminile, sapendo che attribuisci al pensiero della differenza meriti
culturali ma non politici, per come intendi tu la politica; del resto, il
femminismo non sta nello schema dell'antagonismo. Vedi invece qualcosa di
potenzialmente antagonista nel movimento cosiddetto no-global?
Apro gli
occhi, lo guardo con curiosità e con naturale simpatia, ma mi interrogo sulla
sua consistenza e sul suo radicamento. Certo è che sta sulla scia dei movimenti
della seconda metà del 900, non in quella dei partiti. Questo può non essere un
difetto, ma a me piacerebbe che questo movimento si inscrivesse dentro una
storia, e non pensasse di essere un nuovo inizio. Non ci sono nuovi inizi. Mi
piacerebbe che prendesse l'eredità che la sinistra ha vergognosamente buttato,
quel "veniamo da lontano e andiamo lontano" senza il quale non si va
da nessuna parte.
Non vorrei disilluderti, ma a me - posso sbagliare - non pare un
movimento carico di storia e di tradizione. E' figlio della Rete, non della
genealogia...
Questo mi
preoccupa. C'è una battaglia da fare per la memoria. Per salvare il passato,
come ci ha insegnato Benjamin. Il suicidio della sinistra, un veleno lento,
piccole dosi congresso dopo congresso, altro non è che l'omicidio del passato.
"Partito" e "classe", altre due parole-chiave
del lessico trontiano, che cosa sono oggi, parole della memoria?
Sono due
grandi parole. Le metto in quel pacchetto del passato da salvare. Non per
rimetterle in funzione, ma per tenermi tutta l'eredità ricca, intensa, che mi
hanno lasciato per il domani.
Ultima parola, "Europa". Ne accennavi poco fa, come di
una risorsa di senso contro il riduzionismo occidentale degli ultimi decenni.
Ma la prospettiva europea non rischia di diventare una risorsa da ultima
spiaggia, di questi tempi, un mito politico smentito dalla realtà?
Se fosse un
mito non sarebbe male... Certo, sull'Europa oggi sono più pessimista di qualche
anno fa, viste le prove che sta dando di sé. Dove stiano oggi le risorse
nascoste a cui guardare, se in Europa o anche negli Stati uniti, è una
questione aperta su cui interrogarsi seriamente. Forse c'è un lato nascosto
dell'America, diverso da quello reazionario e conservatore che uno come me ha
sempre visto in primo piano; un lato che magari ha in serbo il germe del
contrasto.
In fondo, il '68 veniva da lì e il popolo di Seattle viene da
lì...
Sì, ma se non fossero passati da qui, nessuno si sarebbe accorto di loro. L'Europa rimane la terra della politica. Fare da ponte fra i germi nuovi d'oltreoceano e la nostra storia antica, questo sì che sarebbe un buon compito per la sinistra europea, non quello di correre dietro alla guerra americana.