RASSEGNA STAMPA

5 DICEMBRE 2001
MAURIZIO FERRARIS
Una università senza condizioni

Jacques Derrida, «I'Université  sans condition», Parigi, Galilée 2002, pagg. 79, F.Fr. 85, E 12.96.

Nella stragrande maggioran­za delle risoluzioni che hanno accompagnata la ri­forma dell'università si è sempre dato per scontato che ci fosse qualcosa di determinato e di riconoscibile come "il lavoro", e che l'università dovesse aprirsi alle sue esigenze, magari lasciando da parte quella cosa vaga e potenzialmente truffaldina che si chia­ma "la ricerca".  Il lavoro è impor­tante, la ricerca meno, e le facol­tà, specie le umanistiche, devono rassegnarsi a operare in queste condizioni, e anche a cavarsela con tagli alla ricerca che si an­nunciano come sempre più forti.

Ora, in un libretto che rielabora una conferenza tenuta a Stanford nel 1998, Derrida scrive di una

"università senza condizioni", cioè di una università che non per­da di vista la sua esigenza fondamentale, quella di collegare l'inse­gnamento con la ricerca.  La richie­sta è ovvia, ma si può immaginare che molti possano essere infastiditi da quella che appare come una trombona rivendicazione della "libertà accademica", cioè di una irre­sponsabilità retorica e inconclu­dente per cui dei fannulloni in giacca di velluto elaborano teorie (o fingono di elaborarle) mentre il mondo, lì fuori, sgobba e li mantie­ne. Se poi, come in questo libro, la tesi meno ovvia è che bisogna decostruire l'opposizione tra il lavo­ro e la ricerca, e mostrare come anche la ricerca sia un lavoro,

come anche quella del professore sia una professione, sospetto che moltissimi siano tentati di vedere in tutto questo un discorso che non porta a niente, quando ben altri sono i problemi che assillano l'università postmoderna.

Ma siamo sicuri che le cose stiano così?  Alcuni professori, scettici nei confronti della loro professione, sembrano aspirare es­senzialmente a trasformare il po­sto in cui lavorano in una azienda come tutte le altre, che accresca i clienti e aumenti, se possibile, il proprio personale e il proprio giro d'affari.  L'idea, in sé, non ha nul­la di scandaloso: com'è che non ci si è pensato prima?  Forse per questo: in effetti, le aziende esistono già, e dunque il nuovo che si pretende di introdurre rischia sem­plicemente di moltiplicare gli enti oltre necessità, e nella fattispecie creare un ente inutile.  Esistono giornali, televisioni, case editrici, studi pubblicitari, ed è chiaro che a queste condizioni l'università non potrà che essere la brutta copia di ciò che la circonda, una specie di limbo in cui si incomin­cia a simulare, in genere senza essere pagati, la vita che verrà dopo, e che sarebbe potuta venire anche senza l'università.  Così, l'università, che vorrebbe rendersi utile e rimboccarsi le maniche, mettendosi al lavoro, rischia di diventare del tutto superflua.

Il problema, a ben vedere, non è né politico né economico, bensì (se il termine non appare ozioso), concettuale, e riguarda l'essenza di ciò che, spesso senza pensarci troppo e considerandolo sin trop­po ovvio, chiamiamo "universi­tà".  In breve, sono convinto che molti pensino che l'università pos­sa vivere senza ricerca ma che ­per motivi che a questo punto ap­paiono imperscrutabili - non si possa vivere senza università.  Ma è chiaro che è vero il contrario.  Si può benissimo vivere senza uni­versità, così come, in generale, si può benissimo vivere senza scien­za, visto che entrambe sono delle contingenze storiche che si sono presentate in certe società e non in altre, che hanno subito delle metamorfosi, e che potrebbero tranquillamente finire, magari sen­za troppi rimpianti.  Tuttavia se proprio si tiene alla università, al­lora non si può fare a meno della ricerca, e la riflessione su una università senza condizioni è la cosa più necessaria per una univer­sità in cattive condizioni.
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Filosofia e scuola