![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 DICEMBRE 2001 |
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Ateismo e intolleranza insidiano le nostre società
Parla Possenti: "Più che scontro è dialettica tra civiltà nel
segno delle diverse fedi"
Dopo l'11
settembre nelle nostre pagine culturali abbiamo cercato di dare voce a una
riflessione sul dramma "epocale" vissuto dall'Occidente con l'attacco
e l'abbattimento delle due Torri di New York. Intellettuali e testimoni della
tragedia, si sono avvicendati sulle nostre pagine: dall'Abbé Pierre al poeta
Mario Luzi, dallo scrittore Dominique Lapierre al teologo Olivier Clément,
dall'antropologo e critico René Girard allo scrittore Claudio Magris, dal
filosofo André Glucksmann al teologo Jürgen Moltmann. Dopo l'avvio della guerra
in Afghanistan, abbiamo voluto dare spazio a due possibili percorsi di analisi
della situazione. A partire dal 31 ottobre, si è cercato di comprendere come
cambiano dopo questi avvenimenti i concetti di pace e di guerra; su un altro
piano, abbiamo incontrato alcune figure del mondo islamico perché ci aiutassero
a mettere in luce l'opera di civilizzazione compiuta e l'attuale difficoltà
verso la modernità. Sul primo versante hanno risposto Lorenzo Ornaghi (31/10),
Giorgio Campanini (3/11), Salvatore Veca (9/11), Luigi Bonanate (13/11),
Giuseppe Goisis (17/11) e Roberto Esposito (22/11); sul secondo Tahar Ben Jelloun
(7/11), Amin Taheri (8/11), John L. Esposito (15/11) Mohamed Talbi
(16/11) e Shoehib Bencheick (28/11).
"È una
guerra che può essere giustificata. Una di quelle guerre di legittima difesa
che rientrano nella casistica studiata fin da Sant'Agostino sulla guerra
giusta. Questa dottrina è uno dei mezzi che ci rimane per districarci nel
disordine delle relazioni internazionali". Il filosofo Vittorio Possenti,
lombardo pendolare con Venezia dove insegna Filosofia Politica, per dare un
senso a ciò che accade in queste settimane in Afghanistan non esita a scomodare
uno dei padri della Chiesa per argomentare, appunto, la legittimità etica
dell'intervento anglo-americano. Con qualche distinguo, però: una delle
condizioni perché una guerra si possa considerare giusta - escludendo quelle
nucleari, dove c'è sproporzione tra l'offesa e la difesa - è il pieno rispetto dell'immunità
dei civili. "Nella situazione attuale ciò pone oggettivamente un
problema", riflette pensoso dal suo domicilio lagunare. "Ma non per
questo condannerei l'intervento militare americano", conclude.
Professor Possenti, se la sentissero i pacifisti...
"Be',
questa guerra può avere un significato accettabile sul piano morale solo se
viene giustificata come lotta al terrorismo e come autodifesa. E mi sembra che
siano proprio questi gli scopi dell'intervento, nato dapprima come operazione
di polizia internazionale per la caccia al mandante delle stragi dell'11
settembre, Benladen, e poi trasformatosi in vera e propria guerra al regime dei
taleban, giudicato complice dello sceicco".
Dunque, una "guerra giusta". Come in Bosnia, come in
Kosovo?
"Ci
sono delle notevoli differenze con il passato. In Bosnia e in Kosovo
l'intervento internazionale era obiettivamente motivato dal rischio di una
imminente catastrofe umanitaria. In Afghanistan, al contrario, si conduce una
lotta senza quartiere al terrorismo internazionale, ma l'intervento umanitario
si sta ponendo in maniera insufficiente. Sappiamo che nell'area del conflitto
esistono milioni di profughi e pochi ne parlano, né ci si mobilita granché per
soccorrerli. E non è l'unico aspetto che mi lascia perplesso, in questa
guerra".
Quale altro aspetto la inquieta?
"Trovo
che ci sia uno stato di profonda ignoranza. La prima ignoranza, catastrofica,
riguarda i servizi segreti occidentali, e americani in particolare, che si sono
mostrati inadeguati a prevedere gli attentati dell'11 settembre. La seconda
ignoranza è quella in cui ci troviamo tutti noi: l'opinione pubblica non
dispone di informazioni che non siano quelle più appariscenti. Sappiamo poco di
ciò che succede veramente in Afghanistan, né delle prove accumulate contro
Benladen. Tutto questo a lungo andare può condurre verso una situazione di
democrazia ridotta. In una democrazia piena le informazioni a disposizione
sarebbero chiare e complete".
È sempre stato così: ogni guerra è anche un po' la guerra
dell'informazione. Non le pare che non ci sia niente di nuovo?
"Sì,
però adesso questo aspetto è più rilevante, perché i media sono diffusi ovunque
e sono rapidissimi, mentre è la qualità dell'informazione che continua a
lasciare a desiderare".
Quando tutto questo sarà finito, torneremo a misurarci con una
situazione di pace in cui però resterà la paura. Come durante la Guerra Fredda?
"È
probabile che in futuro dovremo convivere con una forma di paura dovuta alla
minaccia del terrorismo. Però la misura di questa paura dipenderà dalla nostra
capacità di sradicare alcune delle cause del terrorismo, tra cui il conflitto
tra arabi e israeliani e la grande disparità tra ricchi e poveri. Su questo
fronte credo che se l'Occidente si occuperà di più della politica
internazionale, invece di ripiegarsi, come sinora hanno fatto molti Stati, solo
sulla politica interna, sia possibile che la mala pianta del terrorismo possa
essere estirpata. In secondo luogo, anche i servizi segreti dovranno servire a
qualcosa".
Cosa è cambiato nell'equilibrio mondiale dopo l'11 settembre?
"Uno
dei cambiamenti più evidenti è che gli Stati Uniti sono meno tentati da una
forma di auto-isolazionismo che stava emergendo con forza nei primi mesi della
presidenza Bush: penso alle posizioni impopolari prese sul Trattato di Kyoto e
su quello per i missili balistici e al disimpegno dal problema
palestinese".
Professore, è in atto uno scontro di civiltà?
"Quello
dello scontro di civiltà è un tema sollevato dieci anni fa dal politologo
americano Samuel Huntington. Bisogna però fare delle precisazioni".
Facciamole:
dunque, partiamo dallo scontro islam-cristianesimo.
"Più
che uno scontro, tra islam e cristianesimo c'è una dialettica indotta dal fatto
che ambedue le religioni ritengono di essere la rivelazione divina definitiva e
la parola ultima della rivelazione. Credo che a questo livello non sia
possibile un'intesa di tipo dogmatico, ma piuttosto un dialogo per una migliore
conoscenza e per raggiungere un accordo pratico su alcuni aspetti, tra cui la
difficile situazione delle minoranze cristiane nei Paesi musulmani. Sul fronte
etico-giuridico c''è poi la necessità di favorire il passaggio a forme
democratiche nei Paesi islamici, con la garanzia del rispetto dei diritti dell'uomo
stabiliti nel 1948. L'Occidente inoltre deve favorire l'integrazione dei
cittadini di fede islamica e la loro accettazione dei nostri valori
condivisi".
Fin qui siamo su un fronte religioso ed etico. C'è però anche uno
scontro ideologico: l'Occidente è o non è il Grande Satana?
"Questo
scontro proviene però da frange fondamentaliste che agitano la bandiera del
Grande Satana per mobilitare le masse sottosviluppate. Questo tipo di attacco
si può arginare isolando il fondamentalismo. E superando in Occidente l'ateismo
pratico che ancora qua e là lo impregna e che dà adito alle critiche più
pesanti da parte del mondo islamico".
Lei si è soffermato sul nesso religione-politica in un libro che
esce a giorni ("Religione e vita civile"), editore Armando. Vi sono
segnali positivi su questo fronte?
"Direi
di sì. Le grandi religioni negli ultimi anni stanno ottenendo una nuova
presenza pubblica che prima non avevano e in Occidente si assiste a una
progressiva ridefinizione del rapporto tra religione e politica e della stessa
laicità. Insomma, l'antico postulato illuministico della religione ridotta a
fatto privato sta regredendo".
E la cultura laicista europea come risponde?
"Ancora
non c'è una risposta univoca. Direi che le strade possibili sono due: può mettere
l'accento sull'elemento dell'intolleranza che secondo questa cultura ogni
religione porta con sé, e quindi chiedere una sfera pubblica più
laicizzata".
Oppure?
"Oppure può cogliere la sfida che proviene dal fatto che non si può escludere Dio dalla sfera pubblica per ripensare il problema della laicità".